Care signore, Rosalie care, se avete ancora negli occhi Divorzio all’italiana, sappiate che altrove va pure peggio: non perché vi vogliano scaricare a tutti i costi, ma perché non vi mollano. Dell’indimenticabile film di Pietro Germi del 1961 con Marcello Mastroianni si scrisse (Telesette): “Una commedia grottesca intinta di nero con forti accenti satirici sui costumi e le istituzioni”. Ebbene, levate il nero, mischiate farsa e comico, dramma e grottesco, commedia e satira, e troverete un’altra separazione (im)possibile: Divorzio all’israeliana, nome in codice: Viviane. Basta scambiare attivo e passivo, maschile e femminile, e mutatis mutandis sono tante le assonanze con la parabola di Fefè Cefalù, eccetto il genere precipuo d’appartenenza: Viviane è fantascienza distopica, ovvero dolente neo-neorealismo.

La via crucis di una donna che da tre anni cerca di ottenere il divorzio in Israele

Perché lo spiega la protagonista, sceneggiatrice e regista (a quattro mani con il fratello Shlomi) Ronit Elkabetz: “Oggi in Israele il matrimonio è governato dal diritto religioso, a prescindere dalla comunità di appartenenza dei coniugi e dal fatto che siano religiosi o completamente laici. Quando una donna pronuncia il ‘sì’ sotto il baldacchino nuziale, viene subito considerata come potenzialmente ‘privata del gett’, del diritto di divorziare, poiché solo il marito ha la facoltà di scegliere: la legge attribuisce un potere esorbitante al coniuge. I rabbini sostengono di fare tutto il possibile per aiutare le donne, ma nel corso delle udienze a porte chiuse dei procedimenti giudiziari la realtà è ben diversa, poiché è loro sacro dovere fare di tutto per preservare un nucleo familiare ebraico. Sono, dunque, reticenti a privilegiare il desiderio del singolo di sciogliere il matrimonio rispetto al dovere religioso”. Ecco la fantascienza o, meglio, la via crucis di Viviane Amsalem, che da tre anni cerca di ottenere il divorzio dal marito Elisha (Simon Abkarian) davanti al tribunale ebraico: mission impossibile, perché Elisha non concede il placet, i giudici traccheggiano pilatescamente, i testimoni non risolvono, gli avvocati nemmeno.

Un film, un courtroom drama da far impallidire Il caso Paradine o La parola ai giurati

Che fare? Non mollare, andare avanti, udienza dopo udienza, fallimento dopo fallimento, perché per Viviane è questione di vita o di morte: con Elisha non vuole più stare, ma l’attesa della liberazione è cattività, esclusione coatta dalla vita sociale, pena l’esser tacciata di quell’adulterio che cancellerebbe ogni residua speranza. “La missione dei rabbini è di salvare tutti i nuclei familiari ebrei, è il precetto della shalom beit, della ‘pace domestica’: il desiderio di divorziare di questa donna costituisce una minaccia all’ordine stabilito, lei stessa rappresenta per i rabbini un pericolo a titolo personale”. Che fare? Innanzitutto, un film, un courtroom drama da far impallidire Il caso Paradine o La parola ai giurati, un Kammerspiel (dramma da camera) che mette alla sbarra non una donna, non un uomo, ma un sistema.

Candidato da Israele all’Oscar 2015, Viviane è imperdibile

Non c’è accanimento contro il singolo, lo stesso Elisha non (con)cede perché Viviane la ama ancora, i rabbini non sono aguzzini, i testimoni non sono truffaldini, ma nessuna ragione parziale può pareggiare quell’irragionevole dato di fatto: Viviane non può decidere il suo destino, non può andarsene. Se stiamo con lei, quello spettatoriale non è un sostegno apodittico: stiamo con Viviane perché empatizziamo, comprendiamo, compatiamo. E la regia aiuta: non abbiamo mai un totale, una visione onnisciente, bensì (false) soggettive, ovvero inquadrature con il nome e cognome di chi sta guardando quel che vediamo sullo schermo. Un’immagine che incarna un’idea, insieme elogio dell’individuo, rifiuto di un totale totalitario, chiamata alla responsabilità personale: nel caso, paiono tutti sinonimi di divorzio. Candidato da Israele all’Oscar 2015, Viviane è imperdibile.

Il trailer di Viviane