Cinquant’anni dopo, negli Stati Uniti è ancora e sempre Mississippi Burning: Le radici dell’odio, film del 1988 di Alan Parker, con Gene Hackmane-Willem Dafoe, che ricostruisce l’assassinio di tre attivisti per i diritti civili avvenuto nel 1964 nel Mississippi, la notte del solstizio d’estate. C’era un vice-sceriffo tra i colpevoli. Quella era l’America di Lyndon B. Johnson: il presidente Kennedy era stato ammazzato pochi mesi prima.
Nel 1962, a quasi un secolo dalla fine della Guerra Civile, che aveva sancito l’abolizione della schiavitù, c’era voluta la Guardia Nazionale, mandata proprio da Kennedy, per consentire a James Meredith, primo studente nero iscritto
all’Università del Mississippi, di entrare nell’Ateneo. Le leggi federali smantellavano la segregazione, che resisteva non solo negli Stati del Sud. Kennedy aveva ancora fatto in tempo a vedere la marcia su Washington per i diritti civili, il 28 agosto 1963, che Martin Luther King concluse con il discorso simbolo di quella lotta, “I have a dream”.

ferguson
Morto Kennedy, Johnson, un uomo del Sud, un democratico del Texas, firmò il Civil Rights Act, che bandiva ufficialmente la discriminazione razziale. È una fase di forte avanzata dei diritti civili, ma anche di battute d’arresto e di venature violente: 1965, Malcom X viene assassinato ad Harlem, a New York; 1966, nasce il movimento delle Pantere Nere; 1968, il 4 aprile l’apostolo
dei neri, Mlk, viene ucciso a Memphis, nel Tennessee; pochi mesi più tardi, Tommie Smith e John Carlos, sul podio olimpico dei 200 metri a Città del Messico, salutano la bandiera a stelle e strisce levando il pugno chiuso in un guanto nero. L’estate è la stagione delle ‘rivolte razziali’: fra le più drammatiche, le sommosse di Detroit e Newark del 1967.  

Le fiammate estive delle tensioni bianchi/neri sono una tragica costante delle cronache americane, un po’ come i roghi nelle banlieues parigine: Ferguson è il caso del giorno, ma non sarà l’ultimo. Il video del pestaggio di Rodney King, un mezzo balordo, ad opera di quattro poliziotti, il 2 marzo 1991, scatena in California proteste come oggi nel Missouri. Quando gli agenti vengono tutti assolti, interi quartieri di Los Angeles vivono giorni tesissimi, vittime, violenze, incendi, saccheggi. Nel 2001, l’estate fu calda a Cincinnati, nell’Ohio, dove le tensioni razziali erano andate covando con episodi di pestaggio di neri da parte di poliziotti. Poi, toccò di nuovo a Los Angeles e, più di recente, alla Florida: nel febbraio 2012, a Orlando, la città di DisneyWorld, un vigilante ispanico uccide Trayvon Martin, 17 anni, il ragazzo col cappuccio di cui Obama disse “poteva essere mio figlio”. Il copione è (quasi) sempre lo stesso: un nero ‘sospetto’, un agente prevenuto – e impaurito -, oppure una gang di poliziotti violenti e determinati a ‘impartire una lezione’.

Certo, capita pure che l’essere afro-americano tiri fuori dai guai: succede nel 1994 a O. J. Simpson, campione di football. Giocando sul sospetto di pregiudizio razziale nei suoi confronti, l’avvocato riesce a farlo assolvere dall’accusa di duplice omicidio, la ex moglie e il suo nuovo fidanzato. Non s’era mai visto assolvere un nero così palesemente colpevole.
Gli afro-americani guadagnano spazi: 1983, Guion Bluford Jr. è il primo astronauta nero ; 1989, Colin Powell è il primo capo di Stato maggiore nero (e nel 2001 è il primo segretario di Stato). Fino al 2008, quando Barack Obama è il primo nero eletto presidente. Alla Casa Bianca, fa avanzare un’altra frontiera dei diritti civili, quella dell’uguaglianza per gay e lesbiche. Ma, come ‘avvocato’ degli afro-americani, sembra quasi frenato dal timore di apparire di parte.  

@ggramaglia

 Il Fatto Quotidiano, 26 novembre 2014