Il video che accompagna queste righe non è per stomaci deboli. Avremmo voluto filmare una protesta pacifica e non violenta, quella di Greenpeace contro una trivella della Repsol in procinto di iniziare a esplorare i fondali al largo di Lanzarote, nella isole Canarie; ci siamo ritrovati a documentare, invece, quanto possa essere dura e ingiustificata la reazione delle forze militari di un Paese pur democratico e tollerante come la Spagna, quando si tratta di garantire e proteggere gli interessi economici delle compagnie petrolifere.

La cronaca dei fatti è semplice. Greenpeace era nell’arcipelago spagnolo con la sua nave Arctic Sunrise, la stessa imbarcazione che fu sequestrata per oltre un anno dal governo russo per essere intervenuta, in circostanze analoghe, contro le attività di estrazione di petrolio in Artico della Gazprom. Questa volta la nave di Greenpeace, il suo equipaggio e gli attivisti a bordo stavano attendendo l’arrivo della Rowan Reinassance, una “nave trivella” operata dalla Repsol, presidiando l’area di mare dove avrebbe dovuto iniziare le sue attività di esplorazione.

La Rowan Reinassence ha una pessima fama: in maggio, nelle acque della Namibia, la testata del pozzo di trivellazione al quale stava lavorando è collassata, a causa di problemi nella cementazione e per difficoltà con le caratteristiche geotecniche del sito. Si sono anche verificati inconvenienti alla valvola di sicurezza che infine hanno costretto Repsol a chiudere il pozzo e abbandonarlo. È importante ricordare, inoltre, che il maggiore incidente offshore della storia dell’industria petrolifera, quello della Deepwater Horizon nel Golfo del Messico (aprile 2010), è avvenuto proprio durante una trivellazione esplorativa come quella che Repsol intende effettuare ora alle Canarie. Il resto della storia, per ora, è tutto in queste immagini.

Tre gommoni della Marina Militare spagnola, provenienti dalla nave RelámpagoP43, hanno ripetutamente speronato i gommoni di Greenpeace. Matilde, un’attivista italiana di 21 anni, è caduta in mare in seguito a questa aggressione, riportando la frattura della tibia e due tagli. Le urla che si sentono nel video sono le sue. Un altro attivista è stato ferito e anche i gommoni di Greenpeace sono stati danneggiati.

Matilde è stata trasferita in elicottero dalle autorità militari spagnole presso un ospedale di Las Palmas (Isola di Gran Canaria). È stata operata, sta bene (compatibilmente con il trauma subito) ed è fiera di essersi opposta, ancora una volta, a chi promuove uno sfruttamento irresponsabile e criminoso delle risorse del nostro Pianeta.

I motivi per cui siamo entrati in azione sono ben riassunti nelle parole che Joel Stewart, il capitano della Arctic Sunrise, ha usato nei messaggi radio quando le autorità militari gli intimavano di allontanarsi dall’area concessa a Repsol per cercare petrolio: “Nave militare spagnola, il vostro messaggio è stato ricevuto e compreso. Noi manterremo la nostra posizione. Siamo obbligati a restare qui perché il nostro dovere è di proteggere l’ambiente. Non permetteremo le trivellazioni della Rowan Reinassance in acque profonde poiché ciò è considerato da noi, e da milioni di sostenitori, estremamente distruttivo. Chiediamo al governo spagnolo di proteggere l’ambiente e i cittadini delle Isole Canarie, non il profitto di Repsol”.

Queste stesse parole non valgono solo per la Repsol, o per le Canarie. L’ombra delle trivelle, del profitto dei petrolieri, si estende dall’Artico alle isole spagnole fino alle coste italiane, dove un decreto legge del governo Renzi – il famigerato Sblocca Italia – ha spalancato i nostri mari alle aziende che vivono dello sfruttamento delle fonti fossili: che vivono, cioè, della causa prima della distruzione del clima, nonché di molti ecosistemi del Pianeta. La reazione sproporzionata e aggressiva della Marina spagnola ha qualcosa di emblematico, in tal senso: è una misura di violenza scomposta e arrogante che abbiamo sperimentato in molte altre circostanze, quando il coraggio dei nostri attivisti ha intralciato i piani economici dei petrolieri. Continueremo certamente a sperimentare reazioni come queste, perché non saranno quelle a intimidirci o a fermarci. Non fanno paura a Greenpeace, né a Matilde, 21 anni: una tibia rotta e tanta voglia di lottare ancora.

Andrea Boraschi
Responsabile campagna Energia e Clima – Greenpeace Italia