Alla fine anche la Consob si è mossa e ha avviato accertamenti per verificare l’ipotesi di manipolazione informativa in merito all’annuncio della società di Hong Kong Nit Holdings, di voler investire 10 miliardi di euro per ristrutturare Mps. Anche perché all’indomani della notizia, arrivata nelle redazioni nella tarda serata di lunedì, il titolo della banca senese ha ripreso quota mettendo a segno un rialzo del 5,35% a 0,65 euro. Del resto dieci miliardi non sono bruscolini. Specie quando il Monte in Borsa di miliardi ne vale meno di tre e mezzo. Un rapporto curioso. Come il nome della società che ha lanciato l’offertona: Nit Holdings. Sconosciuta agli addetti ai lavori e agli esperti di finanza. Tanto che per saperne di più è stato subito necessario fare una ricerca su Internet. Ed ecco il sito della Nit Holdings Limited dove si può leggerne il profilo: società con sede ad Hong Kong, registrata come soggetto a responsabilità limitata, fondata nel 2000, “offre servizi finanziari indipendenti ai nostri clienti globali: Paesi in via di sviluppo, governi, fondazioni, trust, privati” con una filosofia aziendale “incentrata sul concetto di forte relazione con il cliente”. E ancora: “al fine di fornire servizi efficaci ed efficienti, abbiamo stabilito il nostro quartier generale a Hong Kong con una rete commerciale di affiliati che copre Repubblica Popolare Cinese – continentale, Emirati Arabi Uniti, Ghana, Ucraina, Russia, Paesi Bassi, Belgio, Regno Unito, Stati Uniti d’America, Costa d’Avorio, Sud Africa Repubblica, Repubblica Centrafricana, Congo e Sierra Leone”. Che c’entra Siena?

Quando poi un portavoce di Mps smentisce che la banca abbia ricevuto la proposta, il mistero si infittisce. Anche se la società a distanza di 24 ore ha ribadito l’annuncio trasmettendo a tutti i giornali copia del rapporto di avvenuta consegna della manifestazione d’interesse attraverso un comunicato diffuso per e-mail dall’agenzia italiana di pubbliche relazioni Intercom. La nota di lunedì diceva che l’offerta è stata indirizzata al cda di Mps dal managing director di NIT Holding Limited, Perry N. Hammer, tramite lo studio legale Capecchi. L’agenzia, così come l’avvocato Capecchi, indirizza poi al duca Rodolfo Varano di Camerino. Il quale si qualifica come “procuratore in Italia” del gruppo finanziario di Hong Kong.  Insomma, una strana società, un’offerta talmente alta da risultare poco credibile e un duca come referente. Che, sempre a nome di Nit Holdings, si era fatto avanti a giugno per un’offerta sulla Banca Popolare di Spoleto.  In occasione dell’assemblea della Popolare umbra (poi passata sotto il controllo del Banco di Desio) chiamata a una ricapitalizzazione da 139 milioni di euro aveva preso la parola lo stesso avvocato Capecchi caldeggiando una frenata sull’aumento per prendere in considerazione l’offerta da Nit che però era stata rifiutata dai commissari per una carenza di capacità patrimoniale e dubbi circa l’attendibilità. In quella occasione Capecchi aveva parlato di una allegata “nota informativa di Unicredit Mosca dove si conferma la disponibilità di fondi di Nit Finance Group Cooperative U.A., rispetto ai quali vi è una disposizione di pagamento da parte di quest’ultima per quindici miliardi di euro da ZAO Unicredit Bank di Mosca al c/c intestato alla Nit H.L. presso Bank Austria – del gruppo Unicredit – ed è stata poi allegata ulteriore prova di disponibilità in capo a Mr. Saied Fallad son of Hamid, membro della NIT Finance G.C. U.A.”. Un altro nome misterioso, questa volta arabeggiante. Alla fine l’assemblea non aveva comunque accettato la proposta di rinvio ritenendo che non ci fossero i requisiti in termini di capacità finanziaria.  Anzi. Nel verbale si legge che “fu anche segnalata alla Procura della repubblica qualche perplessità circa la documentazione e la serietà dell’offerta”.

Ma non è tutto. Secondo il sito di informazione umbro Tuttoggi.info, il Gip di Spoleto ha disposto il sequestro preventivo del capitale della Nit Holdings Italia Srl, società basata a Spoleto e costituita nell’aprile del 2013. Secondo l’accusa, due certificati emessi dalla Repubblica degli Stati Uniti del Brasile il 14 giugno 1972 trasferiti alla Nit e pari a 2,4 miliardi di cruzeiros, varrebbero neanche 100 delle vecchie lire italiane. “Con i suddetti titoli i soci della Nit Italia (al momento figurano Nit Holding Limited, Bruno Toma e Lorenzo Gregori) con due delibere notarili del maggio e del luglio 2013 asseverate da una perizia di stima, aumentavano fittiziamente il capitale sociale per un importo pari a euro 150 milioni, benché il valore attuale da attribuirsi ad ogni singolo certificato era in realtà pari a € 0,000270”. Sarà per questo, aggiunge Tuttoggi.info, che lo scorso 10 febbraio 2014 Carlo Alberto Zualdi, nominato il 14 maggio 2013 quale “sindaco unico” nonché responsabile “di controllo di gestione e di revisione legale dei conti di Nit Italia” si è dimesso dalla carica societaria.

Approfondendo le ricerche emergono inoltre altri dettagli interessanti: uno dei soci della Nit srl, Bruno Toma, è il figlio della duchessa Giuseppina l’attuale moglie del duca Varano di Camerino. Già in passato i Varano aveva promesso investimenti sulla città di Spoleto per trasformarla nella “capitale mondiale dell’arte e della cultura” sostenendo di poter vantare un patrimonio di oltre 150milioni di euro. In realtà, un articolo apparso sul Corriere della Sera nel febbraio del 1996 racconta una storia diversa che passa anche da una battaglia legale con la ex moglie di Varano: “Ufficialmente Rodolfo Varano, duca di Camerino, principe Camerte, non ha di che mantenere la moglie separata e i rampolli. Tutto – scriveva il Corriere – è intestato al nonno dei ragazzi, Piergentile, che sembra interessarsi soltanto al primogenito destinato un giorno a ereditare titolo e patrimonio”.  Ovvero castelli, ettari di terreno anche in Australia, un numero imprecisato di appartamenti a Roma, ma per Diana Camillotto e i tre suoi figli “non c’ e’ una lira”.  Quindi la vita da favola finisce in tribunale. Dopo il danno, anche la beffa. Perché, ricorda sempre il vecchio articolo del Corsera, Rodolfo scompare all’improvviso e non si va vivo per un anno, non telefona, non manda un soldo. Per sua moglie, che non lavora e non ha rendite, cominciano tempi duri. Tra fine ‘ 94 e inizio ’95 Diana si rivolge a un avvocato per la separazione. Dopo qualche mese si fanno vivi i suoceri con due proposte, che la nuora rifiuta: avrebbe dovuto lasciare Campo Iemini per un appartamento dei Varano all’Eur concesso in prestito per due anni e il primogenito sarebbe andato a vivere con i nonni. Da Rodolfo nel frattempo arriva soltanto una telefonata, per vietare al figlio maggiore di usare una casa romana dei duchi dove il ragazzo si fermava ogni tanto dopo la scuola. A settembre del ’95 Diana ottiene finalmente dal tribunale civile l’assegnazione della tenuta e cinque milioni al mese, ma ancora non è finita: la notifica del provvedimento va in porto soltanto a gennaio, all’indirizzo dell’attuale compagna del duca. A questo punto Rodolfo dà segni di vita, ma invece di mandare i 15 milioni dovuti per l’ultimo trimestre ’95 se la cava con 500mila lire e una telefonata al legale della moglie: “Non ho soldi”.  Fine della favola.

Ultima annotazione, in attesa di capire se l’offerta sul Monte andrà avanti: secondo Wikipedia i Varano furono un’importante famiglia originaria del Ducato di Spoleto che governò la città di Camerino e il suo territorio. Ma la famiglia si è estinta nel 1882.