La morte di Klas Ingesson non è un lutto qualsiasi per il mondo del calcio (leggi). Perché il “guerriero biondo” era un giocatore speciale, pur non essendo mai stato un campione. Il dio del pallone non lo aveva dotato di un talento da fuoriclasse: grandi qualità fisiche (190 centimetri per 86 chilogrammi), corsa infaticabile, un destro beneducato. Ma non certo un fenomeno. Eppure ovunque sia passato è sempre stato amato alla follia dai suoi tifosi. Che oggi sui social network piangono in massa la scomparsa di un calciatore entrato di diritto nei loro cuori non tanto (o non solo) per le imprese in campo, quanto per come quelle imprese sono state vissute. Il comunicato del Bari (la squadra di cui ha indossato più a lungo la maglia in Italia), prova a spiegare il perché, ricordandone “la serietà, l’impegno, la tenacia”. Ma è difficile con qualche parola descrivere l’esempio che ha rappresentato lo svedese.

Bari, Fascetti lo nominò capitano. Lui: “Mister, non parlo italiano”. L’allenatore: “Fa niente, fallo col cuore”

Non solo mediano di successo: nel corso della sua carriera Ingesson era stato capitano coraggioso. La fascia l’ha indossata a lungo a Bari. “È lì che sono diventato un calciatore vero”, aveva ricordato anni dopo in un’intervista. “Il momento migliore fu quando Fascetti mi diede la fascia di capitano. Io gli dissi: mister, ma non parlo l’italiano. Fa niente, mi rispose: fallo col cuore”. È quello che ha fatto: in Puglia lo ricordano ancora protagonista di mille battaglie, e in particolare di uno storico derby nel 1997 contro il Lecce (di cui pure avrebbe poi vestito la maglia), vinto grazie a una sua doppietta. Parte della spedizione di “eroi” della Svezia che arrivò terza ai Mondiali di Usa ’94, in biancorosso era stato ribattezzato “il gigante buono”, per quel fisico da vichingo abbinato a piedi non da medianaccio: il piatto forte della casa erano la corsa ma anche le geometrie in mezzo al campo. E i calci di rigore, come dimostrano gli oltre cinquanta gol messi a segno in 370 presenze in giro per l’Europa. Gelido dal dischetto e appassionato nello spogliatoio, Ingesson era nato per essere leader: lo è stato sempre in carriera, in qualsiasi squadra abbia giocato. E pure dopo, una volta appese le scarpette al chiodo a soli 33 anni (già troppi per quella struttura da corazziere, acciaccata dal tempo che passa).

Così si era trasformato in qualcosa più di un semplice idolo calcistico: un simbolo, un ricordo caro, anche un modello di vita. Quell’immagine di lui, di nuovo felice in carrozzina sotto la curva dell’Elfsborg dopo aver sconfitto il mieloma, aveva dato una speranza a chi lotta contro una grave malattia. Il tutto, grazie a quella che è sempre stata la sua qualità principale: non mollare mai. È rimasto sul campo fino all’ultimo: non lo avevano sconfitto la carrozzina su cui era costretto da tempo; né le tante fratture (si era rotto in rapida successione un braccio e un femore) riportate di recente per quelle ossa divenute sempre più fragili. Ha ceduto solo al riacutizzarsi estremo di quel male incurabile, e solo dieci giorni fa, quando ha lasciato il suo ruolo di allenatore dell’Elfsborg. “Sto troppo male, è la decisione migliore per tutti”, aveva detto. Giusto in tempo per spegnersi lontano dalle luci dei riflettori, nel cuore della notte, fra le mura della sua casa a Odeshog.

Per questo, per quanto fatto dentro e fuori dal campo, Ingesson era un esempio per tutti. Dell’Elfsborg e della sua Svezia, di cui ha portato la maglia come una seconda pelle. Del Bologna, che rimpiange il “suo guerriero” su Twitter. Dei tifosi del Bari e pure di quelli del Lecce, sua prima e sua ultima formazione italiana: squadre rivali come poche, unite nell’affetto per questo gigante dal cuore enorme venuto dalla Scandinavia. O semplicemente di chiunque amasse il calcio.

Twitter: @lVendemiale