“Se qualcuno pensa che in modo dirigistico può gestire il cambiamento di Poste Italiane contro la qualità del lavoro, saremo costretti a fargli cambiare idea”. Il segretario generale della Cisl, Anna Maria Furlan, ha così accolto le ultime indiscrezioni sul futuro del gruppo pubblico. “Non ho ancora incontrato l’amministratore delegato di Poste, Caio: ma se è entrato nell’ottica che la grande impresa non può essere grande impresa senza la qualità del lavoro, troverà un grande sindacato alleato nel cambiamento – ha aggiunto – So che l’ingegner Caio ha una grande esperienza ma senza lavoratrici e lavoratori postali né Mago Merlino né lui possono farcela. Come sindacato dobbiamo dare grande disponibilità al confronto. Non c’è dubbio che Poste italiane sarà chiamata a cambiare, come sta cambiando il tessuto produttivo. Se ci sarà bisogno di un aggiornamento, di un allargamento dei servizi, ben venga. Sul piano industriale che si presenta e illustra alle organizzazioni sindacali noi vogliamo dire la nostra“.

Insomma, a poco è valso il tentativo dell’azienda di gettare acqua sul fuoco. “Numeri immaginari che creano solo inutili incertezze e allarmismi all’interno dell’azienda”, avevano commentato le Poste dopo che l’agenzia di stampa Radiocor aveva riportato la notizia di un piano industriale lacrime e sangue con 17-20mila esuberi. Fatto sta che fonti interne all’azienda riferiscono al ilfattoquotidiano.it che nel piano industriale del gruppo, ancora in fase di elaborazione, c’è una riduzione importante del numero di dipendenti non precisamente quantificata ma con la previsione che il tetto massimo sia di 15mila unità. E anche un’ondata di demansionamenti finalizzati a contenere i costi in vista della quotazione in Borsa del gruppo pubblico. Se la scelta dovesse essere confermata, a ricevere il colpo di grazia sarà, con ogni probabilità, il servizio universale che già oggi non brilla per efficienza.

La questione non è sfuggita alla Commissione Trasporti dove sono emersi i primi dubbi sulla capacità del gruppo di riuscire a mantenere degli standard minimi di qualità per il servizio universale in un contesto di tagli e di riduzione degli uffici periferici. La consegna della corrispondenza e un minimo di presenza sul territorio che rispondano al contratto fra lo Stato e la società guidata da Francesco Caio, hanno messo in allerta la parlamentare piddina Enza Bruno Bossio. In un’interrogazione dello scorso 18 settembre, la deputata si chiede se le Poste italiane, chiamate a garantire il servizio universale fino al 2026, saranno in grado di rispettare il contratto di programma. Un accordo che prevede il recapito della corrispondenza, l’apertura degli uffici per almeno 18 ore settimanali, gli standard minimi di servizi nella pausa estiva e la presenza di un ufficio postale per ogni comune. 

“Nel luglio del 2012 Poste Italiane spa annunciava la chiusura di 1.156 uffici postali in tutta Italia, di cui 100 nella sola regione Calabria, un taglio in proporzione al numero degli abitanti assai più consistente rispetto ad altre regioni d’Italia se si considera che si prevedeva la chiusura di 174 sportelli in Toscana, 134 in Emilia e 96 in Campania”, ha ricordato Bruno Bossio. Sulla base di queste cifre il deputato ha domandato al ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi, se non ritenga che siano “nei fatti, limitati i diritti dei cittadini di alcune aree ad avere un servizio efficace ed efficiente, in evidente contrasto con il contratto di programma sottoscritto da Poste Italiane spa con lo Stato e quali azioni intenda intraprendere per richiamare Poste Italiane spa, società interamente finanziata dallo Stato, alla sua mission fondamentale di erogatrice di un servizio di pubblica utilità”.

Una questione spinosa per le Poste che lo scorso giugno si sono viste riconoscere dall’Agcom solo 700 milioni di euro per il servizio universale 2001-12, cioè la metà di quanto aveva certificato all’Authority. Ma anche per il governo che, nella risposta all’interrogazione, non ha ipotizzato un preciso intervento nel caso di un duro piano che penalizzi l’utenza. Ma ha solo ricordato come Poste italiane sia “tenuta, sulla base del contratto di programma stipulato con il ministero dello Sviluppo economico e in conformità al decreto ministeriale 7 ottobre 2008, a trasmettere all’Autorità, entro l’inizio di ogni anno di riferimento, un elenco delle strutture di recapito ‘che non garantiscono condizioni di equilibrio economico‘, un piano di intervento e i relativi criteri per la razionalizzazione della loro gestione”. 

Con Poste Italiane, protagoniste recentemente del salvataggio Alitalia, l’esecutivo preferisce insomma andarci cauto. Anche quando in ballo c’è un’inchiesta come “lost pay”, l’indagine della Procura di Palermo, che sta indagando su eventuali “connivenze all’interno della società che abbiano, di fatto, consentito” di aggirare le norme antiriciclaggio. Per l’onorevole Ivan Catalano del gruppo misto, l’inchiesta è alle battute finali. Così in un’interrogazione a settembre sempre alla Commissione Trasporti, il deputato ha chiesto quali misure il governo intenda adottare “in relazione ai gravi problemi che affliggono l’azienda nel Mezzogiorno”. Un tema che del resto Catalano aveva già affrontato in agosto presentando un progetto di legge ad hoc assieme ai colleghi Alessadro Furnari, Vincenza Labriola, Alessio Tacconi e Adriano Zaccagnini (tutti gruppo misto) e ai due pentastellati Walter Pizzetto e Tommaso Curro’.

Il disegno di legge in questione, che sta seguendo a rilento il normale iter di discussione, prevede la costituzione di una commissione d’inchiesta sulla gestione delle risorse umane, sulla tutela dell’interesse aziendale e sul rispetto delle norme antiriciclaggio in Poste Italiane. L’iniziativa, che i proponenti sperano possa diventare legge entro fine anno, ha preso spunto proprio dall’inchiesta “lost pay” che, secondo i parlamentari, delineava un “inquietante” scenario di connivenze. Tanto più preoccupante perché, come si evidenziava nel progetto di legge, le Poste restano “una società ancora pubblica sotto il profilo sostanziale, che ha ricevuto e riceve notevoli finanziamenti dallo Stato”, come del resto hanno evidenziato in più occasioni anche i postini precari dell’azienda finita nel mirino di Bruxelles per l’operazione Alitalia.

Per i sette deputati bisogna necessariamente far luce sull’affare “lost pay” che getta ombre anche sul “trattamento” riservato dall’azienda ai dipendenti che “hanno contribuito alle indagini”. E soprattutto chiarire una volta per tutte quali siano i meccanismi di reclutamento e gestione del personale di Poste, già note, in passato, per casi di assunzioni clientelari. Nel progetto di legge, si ricorda, ad esempio, lo scandalo che nel 2008 coinvolse Cosimo Chianese, ex segretario particolare del ministro, in quota An, Mario Landolfi. La faccenda seguiva di appena quattro anni un altro grosso scandalo legato alle assunzioni “mirate” nell’azienda pubblica: l’archivio segreto di Poste, rivelato da L’Espresso, con 3mila raccomandazioni in un elenco in cui si indicava il dettaglio del nome dello supporter e dell’esito della sponsorizzazione. Una situazione che perfino l’allora ad di Poste, Massimo Sarmi, definì “imbarazzante”, ma al tempo stesso “utile per riflettere per il Paese e le sue antiche consuetudini”. Come, del resto, avrebbe dovuto far riflettere a lungo il caso, riferito dai parlamentari, “dell’arresto dell’allora responsabile della funzione di tutela aziendale, signor Maurizio Filotto, per tangenti” e “la nomina di Stefano Grassi, subentrato nella direzione della suddetta struttura – avendo abbandonato anzitempo il Corpo della guardia di finanza in circostanze non note – nonostante notizie di stampa che riguardavano talune sue frequentazioni legate ad ambienti riconducibili alla loggia P4”. Vicende che testimoniamo come di certo alla nascitura commissione, destinata a pesare per 50mila euro sui bilanci interni di Camera e Senato, non mancherebbe certo il materiale di lavoro.