Com’è potuto accadere? È la domanda che si fanno in queste ore le autorità sanitarie americane, dopo l’annuncio del secondo caso di infezione del virus Ebola a Dallas. Si tratta di un’infermiera del Texas Health Presbyterian Hospital, il centro medico dove è stato trattato Thomas Eric Duncan, l’uomo della Liberia deceduto mercoledì scorso per il virus. L’infermiera avrebbe seguito in ogni momento del trattamento di Duncan le misure protettive, ma avrebbe comunque contratto il virus. Mentre si diffonde la paura, soprattutto tra il personale medico, le autorità sanitarie avvertono: nei prossimi giorni potrebbero essere rilevati nuovi casi di infezione. 

Per il momento non è stato ancora reso pubblico il nome dell’infermiera. Si sa soltanto che ha partecipato attivamente alle cure di Duncan, anche se non era tra le 48 persone monitorate per essere entrate a contatto con l’uomo senza alcuna misura protettiva. “Le sue condizioni sono stabili”, ha spiegato Daniel Varga, che dirige il Texas Health Resources. La donna ha accusato una leggera febbre venerdì sera e si è fatta ammettere nel pronto soccorso della sua struttura sanitaria, il Presbyterian Hospital. Dopo 90 minuti era già in stato di isolamento. Il palazzo dove vive la donna, e il suo appartamento, sono stati “decontaminati” nella sera di domenica; così pure la sua automobile e il parcheggio dell’ospedale. 

A questo punto il vero mistero è come l’infermiera abbia potuto contrarre il virus. Thomas Frieden, il direttore del Centers for Disease Control and Prevention, il centro per le malattie infettive Usa, assicura che “in ogni momento del trattamento di Duncan, la donna ha seguito tutte le precauzioni e indossato camice, guanti, mascherina protettiva”. In almeno un’occasione, ha però ammesso Frieden in un’intervista a CBS, ci deve essere stata “una rottura del protocollo, al momento ancora sconosciuta”, che ha permesso il passaggio del virus. L’ammissione ha ulteriormente soffiato sulle critiche rivolte già nei giorni scorsi al Presbyterian Hospital. La struttura avrebbe infatti gestito molto male anche il caso di Duncan. L’uomo si era presentato in ospedale lo scorso 25 settembre, ma era stato rispedito a casa con una diagnosi di “sinusite”. Soltanto il 28 settembre, di fronte a un deciso peggioramento dei sintomi, l’uomo è stato ricoverato e gli è stato diagnosticato il virus. 

Sono a questo punto in corso indagini sulle persone con cui l’infermiera potrebbe essere stata a contatto nei giorni scorsi. Tra queste, potrebbero esserci nuovi casi di Ebola. Le autorità sanitarie Usa cercano comunque di rassicurare l’opinione pubblica, ripetendo che “il passaggio di Ebola avviene soltanto attraverso il contatto diretto con i fluidi corporei di una persona in uno stato conclamato di infezione”. Ma la preoccupazione cresce, soprattutto tra il personale medico che teme che le protezioni non siano sufficienti. Sempre i dirigenti del Centers for Disease Control and Prevention hanno spiegato che “camice, guanti e maschera protettiva sono precauzioni sufficienti”. Ma il maggiore sindacato degli infermieri Usa, il National Nurses United, chiede l’adozione di indumenti protettivi totali contro materiali nocivi. “Siamo infuriati – ha spiegato domenica sera RoseAnn DeMoro, direttrice esecutiva del sindacato -. Gli ospedali resistono alle nostre richieste e se non ci daranno più garanzie siamo pronti a organizzare picchetti di protesta”. 

In un’esplicita ammissione della gravità della situazione, e dei rischi futuri, Barack Obama ha chiesto alle autorità sanitarie Usa di “investigare nel modo più rapido possibile sulle cause della rottura dei protocolli di trasmissione della malattia nell’ospedale di Dallas”. Obama ha anche invitato le autorità federali a vigilare affinché ospedali e personale sanitario “siano preparati a seguire i protocolli nel caso dovessero incontrare pazienti affetti da Ebola”. Fonti del governo americano fanno però sapere che si sta facendo strada soprattutto un’ipotesi: quella di concentrare eventuali nuovi malati nelle strutture sanitarie Usa che dispongono di unità di isolamento capaci di trattare le malattie infettive più pericolose. I centri sono sostanzialmente quattro: l’Emory University Hospital di Atlanta, il Nebraska Medical Center di Omaha, il National Insistutes of Health di Bethesda e il St. Patrick Hospital di Missoula. Il trasporto dei nuovi possibili malati in questi centri dovrebbe consentire di concentrare al massimo gli sforzi contro il virus e limitare i casi di contagio del personale sanitario.