Una campagna elettorale stravolta dalle inchieste e dalle condanne. Dopo il caso dell’esclusione di Andrea Defranceschi, del Movimento 5 Stelle, e il caos alle primarie del Pd causato dall’inchiesta sulle ‘spese pazze’, tra indagati e ritiri eccellenti, ora anche la vicenda delle interviste a pagamento porta alle sue prime conseguenze. Roberto Sconciaforni, ex capogruppo di Federazione della sinistra nel consiglio regionale uscente dell’Emilia Romagna, si è ritirato dalla corsa per le elezioni regionali dove era stato candidato con Sinistra ecologia e libertà. Proprio 24 ore prima la Corte dei conti lo aveva condannato in primo grado a restituire oltre 11 mila euro alla Regione per la vicenda dei programmi radiotelevisivi giornalistici ai quali, tra il 2010 e il 2012, molti politici emiliano-romagnoli partecipavano dietro pagamento di un compenso. A essere condannati dai giudici Luigi Di Murro, Francesco Pagliara e Massimo Chirieleison, sono in tutto sette capigruppo in carica in quegli anni. In qualità di presidenti dei gruppi in assemblea legislativa sono stati considerati responsabili di quelle spese, anche se in molti casi le interviste non le facevano loro, ma i loro colleghi in consiglio.

La cifra più alta è stata quella chiesta indietro alla Lega Nord, 70.290 euro per le spese di 2010, 2011 e 2012. Marco Monari, allora capogruppo del Partito Democratico dovrà invece saldare 15.691 euro sui tre anni. Silvia Noé dell’Udc 14.431 per il 2011 e 2012; Gian Guido Naldi allora capogruppo di Sel 13.210 euro per tre anni; Andrea Defranceschi del Movimento 5 stelle 7.656 euro; Luigi Giuseppe Villani del Popolo della libertà, dovrà invece pagare solo mille euro relativi al 2011. Tutti sono anche condannati a pagare le spese di giudizio.

I giudici contabili di Bologna, nelle motivazioni depositate venerdì mattina, hanno accolto in pieno le richieste della procura della Corte dei conti e del suo capo Salvatore Pilato. In particolare, secondo quanto si legge nella sentenza, “le spese sostenute dai capogruppo consiliari per l’acquisto di tali spazi di comunicazione politica, risultano essere palesemente contra legem”. Per i giudici, il “messaggio politico autogestito” è “l’unica forma possibile di cessione a titolo oneroso di spazi di comunicazione politica sulle emittenti locali, escludendo e vietando la cessione a titolo oneroso di spazi di informazione”. Insomma, i magistrati hanno sancito una volta per tutte che, sia sulle emittenti locali che su quelle nazionali, farsi intervistare da giornalisti dietro un compenso (si facevano dei veri e propri contratti) è “in evidente contrasto con i principi posti a tutela del pluralismo dell’informazione, primo fra tutti quello della parità di trattamento”. 

Sul caso delle interviste pagate, anche l’Ordine dei giornalisti dell’Emilia Romagna comminò sanzioni a diversi giornalisti per avere violato il codice deontologico. Inoltre, sulla vicenda c’è anche un fascicolo aperto della procura della Repubblica di Bologna, anche se ancora a carico di ignoti.

E a proposito di giustizia penale, tutti i capigruppo condannati dalla Corte dei conti per le comparsate in tv, compreso Roberto Sconciaforni, sono anche iscritti da oltre un anno al registro degli indagati dalla procura della Repubblica nella maxi inchiesta sui rimborsi dei gruppi relativi agli anni 2010-2011: tra questi ci sono anche gli altri due presidenti, quello del gruppo misto e quello dell’Italia dei valori. I pm misero sotto inchiesta, quasi ‘d’ufficio’, tutti i presidenti dei gruppi proprio per la loro posizione di comando e controllo tra i propri consiglieri. Anche in quel caso, al di là di quelle che erano state le spese sostenute personalmente dagli indagati. Oltre ai capigruppo, per la stessa vicenda sono finiti nel registro degli indagati anche Matteo Richetti, oggi parlamentare Pd e allora presidente del consiglio regionale, e Stefano Bonaccini (per il quale i pm hanno però già chiesto al gip una archiviazione), candidato presidente per il Pd alle elezioni regionali.