Il vaccino italiano, scelto dall’Oms per contrastare il virus dell’Ebola, è stato inoculato a tre persone in Mali in quello che è il primo trial condotto sul suolo africano. I volontari sono stati selezionati tra 40 operatori sanitari del Mali che hanno accettato di partecipare al trial internazionale del vaccino CAD3-EBO-Z, sviluppato dal GSK/NIH (National Institute of Health).

Il vaccino sperimentale, che è stato precedentemente testato su scimpanzé, ha dimostrato di stimolare una risposta immunitaria nelle scimmie. “Dovremmo essere in grado di avere risultati molto preliminari di sicurezza, e anche alcuni dati immunologici, entro la fine di novembre”, ha detto Samba Sow, direttore generale del Centro per lo sviluppo del vaccino nella capitale, Bamako. Si prevede che occorreranno diversi mesi prima che piccole quantità di vaccino saranno disponibili, ha aggiunto Sow. Uno dei volontari, un pediatra di 37 anni, ha detto di aver deciso partecipare alla sperimentazione per aiutare a salvare vite umane. L’uomo spera di diventare immune al virus, “perché se dovessimo avere un caso di Ebola in Mali, vorrei essere chiamato a collaborare al trattamento di quel paziente”. I trial iniziali del vaccino sono partiti a settembre in persone sane negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, e anche 40 persone in Gambia parteciperanno allo studio. Nel frattempo un trial di un secondo vaccino sviluppato dall’Agenzia della salute del Canada è stato condotto negli Stati Uniti. 

“Se i test di sicurezza sui vaccini saranno positivi è eticamente inaccettabile procedere in maniera ‘classica’, con un trial clinico su un campione di soggetti a rischio a metà dei quali però viene dato un placebo, perché non si può non dare un trattamento potenzialmente salvavita a persone esposte” affermano in una lettera alla rivista The Lancet 17 ricercatori di tutto il mondo tra cui anche Peter Piot, uno degli scopritori del virus, intervenendo in un dibattito già molto acceso nella comunità scientifica.

La questione, che vale per tutte le terapie di cui si sta accelerando lo sviluppo, è tutt’altro che ‘filosofica’. L’Oms sta infatti mettendo a punto i protocolli per le sperimentazioni, e secondo la ‘road map’ stilata dagli oltre 100 esperti interpellati i test dovrebbero cominciare già all’inizio del prossimo anno. “Normalmente siamo a favore dei test randomizzati, in cui metà dei soggetti riceve un placebo, quando sono pratici e eticamente accettabili, ma non è questo il caso con una malattia dalla mortalità così alta e per cui non esiste nessuna terapia – scrivono gli autori della lettera -. Nessuno ha chiesto test randomizzati quando malati occidentali sono stati trattati con farmaci sperimentali, e non dovrebbero essere accettati ora”.

Secondo Piot e gli altri esperti è possibile procedere come si fa ad esempio per tumori molto aggressivi, dando a tutti il trattamento e verificando come varia il tasso di mortalità. Non tutti sono però d’accordo. “Questo metodo richiede più tempo – ha affermato ad esempio Ripley Ballou, che coordina i test del vaccino sviluppato dall’azienda Gsk, durante l’ultima riunione all’Oms, nella quale invece gli esperti di Medici Senza Frontiere hanno chiesto test ‘a tappeto’ – e rende molto più difficile eliminare fattori di disturbo”. D’accordo anche Stephen Joffe dell’università della Pennsylvania, che ha pubblicato fa una lettera su un’altra rivista, Jama (Journal of the American Medical Association) supportando i test tradizionali.