Il Comune di Milano adotta un nuovo sistema anti-corruzione, da tempo predisposto da Nazioni Unite, Ocse e Consiglio d’Europa, mentre un’altra importante realtà meneghina, Expo 2015, pare non volerne proprio sapere. A Palazzo Marino è partito infatti il Whistleblowing (in inglese “soffiare nel fischietto”), una procedura a favore della trasparenza che prevede la possibilità per un dipendente di un ente pubblico di denunciare, attraverso la semplice compilazione (in forma strettamente riservata, anche se non anonima) di una scheda, presente su una intranet (una rete informatica interna), qualsiasi attività sospetta di corruzione, concussione, peculato, turbativa d’asta e in generale qualsiasi reato contro la Pubblica Amministrazione.

Milano è il primo Comune in Italia che si dota di questa procedura, così come proposto da David Gentili, consigliere comunale e Presidente della Commissione antimafia a Palazzo Marino. Viceversa il Whistleblowing ancora non è attivo in Expo, una società che però alla corruzione ha già pagato un prezzo salatissimo quanto ad immagine persa. Ma quando il Commissario straordinario, Giuseppe Sala, fu audito in Commissione Expo a Palazzo Marino il 13 giugno 2014, ovvero subito dopo l’arresto del general manager Angelo Paris, relativamente alla proposta di introdurre il Whistleblowing rispose: “La mia opinione conta quello che conta, ma mi sembra un’asimmetricità che non capisco che uno possa permettersi in maniera anonima di fare una denuncia, mentre dall’altra parte c’è chi ci mette la faccia. Ma tant’è!”. “Il dottor Sala forse confonde il dipendente che denuncia in buona fede col semplice delatore” dice la professoressa di Diritto internazionale, Nicoletta Parisi, tra i massimi esperti in Italia del Whistleblowing. La professoressa Parisi è pure membro dell’Anac, l’Agenzia nazionale anti corruzione guidata da Raffaele Cantone, che sotto la sua lente tiene proprio Expo.

Parisi ricorda poi che l’introduzione di questo strumento è considerato vincolante nel quadro degli adempimenti derivanti dalla Convenzione Ocse del 1997 e dalla Convenzione civile del Consiglio d’Europa del ‘99 e raccomandato dalla Convenzione Onu contro la corruzione del 2003. “Noi dobbiamo introdurre nel nostro ordinamento giuridico – dice infatti l’esponente dell’Anac – la protezione del dipendente, pubblico o privato che sia, che denunci un illecito avvenuto nel proprio ente”. Naturalmente si tratta di mettere a punto una tecnologia in grado di garantire effettivamente la protezione del dipendente, permettendo una separazione netta tra il fatto denunciato e il denunciante, tramite l’analisi del primo e il più stretto riserbo sul secondo, almeno sino a quando il diritto non preveda un confronto tra chi accusa e chi è accusato.

“È corretto dire che tutte le imprese private che lavorano per Expo e in Expo, a fronte del Decreto legislativo 231 del 2001, dovrebbero dotarsi di un modello organizzativo che contempli anche un sistema interno di segnalazione di fatti illeciti, in grado di tutelare il dipendente che li segnali” sostiene la professoressa Parisi, che poi aggiunge: “È sbagliato invece pensare che questo sistema diffonda una cultura della delazione; viceversa, senza attivare questa possibilità di segnalazione interna – conclude Parisi – nel caso di illecito la responsabilità potrebbe essere non solo del dipendente che s’è fatto corrompere, ma anche della società che non ha messo in campo una cultura della legalità utile a scoraggiare questo tipo di reati”.