Lo scontro sul Jobs Act è intenso, con il governo che pare intenzionato a procedere senza ascoltare le ragioni sindacali e il sindacato che non vuole accettare una nuova riduzione delle tutele. In realtà, sull’ipotesi del contratto unico a tutele crescenti sembrano registrarsi molte convergenze, soprattutto se il governo conferma l’idea di cancellare la gran quantità di forme precarie introdotte negli anni passati, sostituendole con questa tipologia contrattuale. Il punto di scontro maggiore riguarda il “verso”, per usare una espressione cara a Renzi, della riforma: se le tutele complessive aumentano o diminuiscono e, in particolare, se i lavoratori neoassunti, una volta maturato il massimo dei diritti, vedranno confermate le protezioni che oggi hanno i lavoratori a tempo indeterminato. Incluso, naturalmente, il principio del reintegro nel posto di lavoro in caso di licenziamento senza giusta causa, previsto dall’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Su questi aspetti le posizioni in campo non sembrano conciliabili: il governo ritiene che l’articolo 18 vada cancellato perché un supposto eccesso di tutele per i lavoratori a tempo indeterminato tenderebbe ad approfondire il dualismo tra lavoratori protetti e non protetti, con un effetto negativo sulla nostra capacità di attrarre investimenti. I critici ritengono invece che il principio del reintegro vada preservato e che ciò non causerebbe danno all’economia.

Per comprendere chi abbia ragione bisognerebbe porsi le seguenti domande: la flessibilità del lavoro in Italia è o meno in linea con la media europea? E soprattutto: è vero che il lavoro a tempo indeterminato gode in Italia di protezioni eccessive? Ancora: è vero che nel nostro Paese vi è un dualismo esasperato tra le tutele dei lavoratori a tempo indeterminato e le tutele dei lavoratori a termine?

La risposta a queste domande, scevra da pregiudizi e ideologismi, la si trova nello studio di Riccardo Realfonzo, significativamente intitolato La favola dei superprotetti, appena pubblicato da economiaepolitica.it.

La premessa di Realfonzo è che negli ultimi 25 anni quasi tutti i paesi europei hanno ridotto il livello delle tutele, rendendo sempre più flessibile il mercato del lavoro. E l’Italia è tra i paesi che si sono impegnati maggiormente “nel ridurre la protezione dell’occupazione, riducendo le tutele di oltre il 40%“. Infatti, sulla base dei dati Ocse relativi agli indici di protezione del lavoro, utilizzati dagli uffici studi di tutto il mondo per analizzare la flessibilità del mercato del lavoro, Realfonzo rileva che l’indice generale di protezione del lavoro (Epl) registra in Italia una riduzione da 3,82 del 1990 a 2,26 del 2013: un valore in linea con media europea e che comunque ancora non tiene conto degli effetti del decreto Poletti, il quale comporterà un ulteriore calo dell’indice che sarà registrato dall’Ocse il prossimo anno. Sotto questo aspetto, Realfonzo – tornando sulle conclusioni di una sua precedente ricerca – sottolinea che le politiche di deregolamentazione del mercato del “non hanno avuto alcun successo negli ultimi 25 anni nel ridurre la disoccupazione in Italia e nell’Eurozona”. Si tratta di un risultato ormai a più riprese sottolineato dalla letteratura internazionale, al punto che è “imbarazzante che in Italia ci sia chi ancora si appella all’idea secondo cui la flessibilità del lavoro favorisca la crescita dell’occupazione”.

Inoltre, utilizzando l’indicatore specifico elaborato dall’Ocse (l’indice di protezione dei lavoratori a tempo indeterminato Eprc), Realfonzo ha esaminato le tutele relative ai contratti di lavoro a tempo indeterminato e ha osservato che il grado di protezione dei lavoratori italiani è in linea con la media dell’Eurozona, e inferiore tanto alla Germania quanto alla Francia. E c’è di più. L’esame dei fattori specifici con i quali si calcola questo indicatore permette di affermare che “le difficoltà di licenziare in Italia risultano maggiori rispetto a quelle che si registrano in Germania ma minori rispetto a quelle francesi”. Al tempo stesso, è significativo sottolineare che per quanto riguarda la specifica disciplina del reintegro, la protezione del lavoro in Italia è stimata inferiore alla Germania (l’indice ha un valore 2 in Italia e 3 in Germania). Allargando il confronto agli altri paesi dell’Eurozona, Realfonzo evidenzia che la protezione del lavoro mediante la disciplina del reintegro risulta in linea con Danimarca, Irlanda, Olanda, la Polonia; inferiore rispetto non solo alla Germania, ma anche alla Grecia, alla Norvegia e al Portogallo; maggiore rispetto alla Francia, alla Spagna, al Belgio e alla Svezia. Se questi dati stupiscono è perché probabilmente non è noto che il reintegro ha subito un “pesante depotenziamento” con la riforma Fornero del 2012. Per tutte queste ragioni, Realfonzo conclude che l’idea che i lavoratori italiani a tempo indeterminato siano dei privilegiati superprotetti è semplicemente una “favola” senza “fondamento scientifico”.

Ma la ricerca di Realfonzo va ancora oltre e, attraverso una rielaborazione dei dati Ocse, ci permette di disporre di un indicatore del grado di dualismo del mercato del lavoro, cioè una misura della differenza tra il volume delle tutele dei lavoratori a termine e il volume delle tutele dei lavoratori a tempo indeterminato. Questo indice – misurato dal rapporto tra gli indici di protezione delle due “classi” di lavoratori (a tempo indeterminato e a termine) – fornisce risultati inediti di grande interesse. Risulta infatti smentita l’idea, a più riprese sostenuta da diversi economisti  – secondo cui il mercato del lavoro italiano sia caratterizzato da uno spiccato dualismo, superiore alla media europea. Alla luce di queste elaborazioni su dati Ocse, emerge infatti che il mercato del lavoro italiano è molto meno dualistico di quello olandese, irlandese, tedesco, lituano, belga, finlandese, portoghese, austriaco e sloveno. Da sottolineare, evidentemente, il fatto che il mercato del lavoro tedesco sia esasperatamente dualistico, con lavoratori a tempo indeterminato più protetti dei nostri e a lavoratori a termine con scarsissime tutele. Il vero “apartheid”, come sottolinea Realfonzo, è in Germania, e questo sembra essere l’esito delle famose riforme Hartz, introdotte tra il 2002 e il 2005, spesso citate come esempio da seguire da alcuni “riformatori” italiani.

La conclusione di Realfonzo è dunque che in Italia “non vi è traccia di lavoratori superprotetti e vi è molto meno dualismo tra protetti e precari di quanto non accada in Germania”. Tutto ciò, naturalmente, non significa che una riforma che introduca un contratto a tutele crescenti e cancelli la moltitudine di contratti precari, confermando il principio del reintegro, “non possa utilmente ridurre le differenze ingiuste e gli steccati che separano i lavoratori italiani”.

di Carmen Vita – blog di www.economiaepolitica.it