Non solo Jobs act e articolo 18. Un pezzo di tutele ai lavoratori se l’è già portato via il decreto legge con cui il governo ha riformato la giustizia civile (d.l. 132 del 12 settembre 2014), un provvedimento che con il mondo dell’occupazione c’entra poco. E infatti la questione è passata sinora quasi del tutto sotto silenzio. Ma l’articolo 7 del decreto, che ancora deve essere convertito in legge dal Parlamento, inserisce la negoziazione assistita da un avvocato tra le procedure di conciliazione con cui un lavoratore può arrivare a una transazione con il datore di lavoro sui propri diritti o rinunciare ad alcuni di essi. Tali accordi, finora, erano considerati dal codice civile non validi, e potevano quindi essere impugnati entro sei mesi, a meno che venissero raggiunti davanti un terzo super partes: un giudice, una commissione ministeriale istituita presso le direzioni territoriali del lavoro o un sindacato, sia esso datoriale o dei lavoratori.

Adesso anche le conciliazioni siglate davanti agli avvocati saranno inoppugnabili, ovvero non più impugnabili. Una novità che aggiunge rischi alla tutela dei lavoratori. “Finora la materia del diritto del lavoro era stata disciplinata differentemente rispetto alle altre per quanto riguarda rinunce e accordi – spiega l’avvocato del Lavoro Livio Neri -. Si è sempre ritenuto che la debolezza di una delle parti debba essere tutelata”. Per questo – spiega il legale – si era stabilito che gli accordi venissero presi in una sede protetta, come il sindacato: “Il nostro codice prevede che il sindacato è un posto sicuro per il lavoratore, mentre gli avvocati non fanno parte di un ente che tutela i lavoratori”.

Ma quali sono in pratica le situazioni in cui ora il lavoratore potrà ritrovarsi meno tutelato di prima? Per esempio quella in cui un’azienda che lo ha assunto a termine, per concedere una proroga al contratto, gli chiede di rinunciare agli straordinari non versati in passato. O gli chiede di rinunciare all’impugnazione degli otto rinnovi consecutivi che ci sono stati in precedenza. O ancora quando è in corso una vertenza retributiva: il lavoratore viene convinto ad accettare 100 euro mentre gliene sono dovuti molti di più. Se il decreto del governo verrà convertito in legge senza modifiche, accordi di questo tipo fatti davanti ad avvocati non potranno più essere impugnati dal lavoratore, che magari li ha firmati sotto pressione, in un momento di difficoltà o perché non consapevole di quelli che sono i suoi diritti. Certo, evitare che questo accada sarà proprio uno dei compiti dei legali. Ma Neri non vede così improbabile il caso in cui un datore di lavoro porti il lavoratore dal proprio avvocato e gli dica “firma questo, firma quello”. Da come è stato scritto il decreto, in realtà, non è chiaro se per la negoziazione basti un avvocato o ce ne vogliano due, uno per ognuna delle parti. Ma questo cambia poco: “L’azienda potrebbe convocare il lavoratore in un ufficio dove sono presenti due avvocati anziché a uno”, spiega Neri.

Per Ivano Corraini, responsabile dell’ufficio giuridico e vertenze della Cgil, con il decreto del governo non corre rischi solo la tutela del lavoratore, ma anche il ruolo del sindacato: “La tutela individuale è una propaggine della contrattazione collettiva – sostiene -. Questi due momenti sono un tutt’uno dell’azione sindacale, mentre ora vengono fatti oggetto di una scissione”. Corraini aggiunge poi un altro punto: “La materia del lavoro è complicata. Un avvocato divorzista ha le competenze giuste per poter affrontare una vertenza tra un lavoratore e un’azienda?”.

Il rischio che alcuni avvocati possano essere non sufficientemente qualificati lo vede pure Maria Teresa Carinci, docente di diritto del Lavoro all’università degli Studi di Milano. Per il resto la mancanza di un terzo super partes nella procedura di conciliazione non dovrebbe portare particolari problemi al lavoratore, “a meno che i legali non siano in mala fede”. Carinci giudica però le negoziazioni assistite da avvocati introdotte dal governo in materia di lavoro poco efficaci nell’accelerare la soluzione delle controversie: “Servono ad abbreviare i processi? No, perché le sedi dove raggiungere transazioni inoppugnabili esistono già. Allora servono solo a riconoscere agli avvocati un ruolo pubblico o parapubblico, come una sorta di riconoscimento di autorevolezza”. Sorridono dunque gli avvocati, che hanno spinto per introdurre la norma nel decreto. I lavoratori un po’ meno.

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