Sarà anche un uomo “educato”, come sostiene il sindaco di Brescello Marcello Coffrini, ma il curriculum di Francesco Grande Aracri, nato a Cutro (Crotone) ma da 30 anni residente nel Reggiano, è lungo e ha profonde radici in Emilia-Romagna. E non è per un caso che viene considerato dagli inquirenti della Dda di Bologna “un elemento di spicco della omonima cosca della ‘ndrangheta di Cutro capeggiata dal fratello Nicolino”. A dirlo c’è una sentenza passata in giudicato ovvero definitiva. 

È il 22 febbraio del 2003 quando polizia e carabinieri con l’operazione “Edilpiovra” decapitano un’organizzazione che taglieggiava imprenditori e commercianti. Commercianti, piccole imprese, titolari di esercizi pubblici pagavano il ‘pizzo‘ emettendo fatture per operazioni inesistenti. Una sorta di estorsione fatturata che era diventata la firma dei taglieggiamenti della ‘ndrangheta che imperversava e imperversa a Reggio Emilia e non solo. Tra i quattordici arrestati, chiesti dalla Dda di Bologna, c’è anche Francesco Grande Aracri, detenuto per un’altra inchiesta proprio a Reggio Emilia. Secondo quelle indagini Aracri “sovrintendeva e dirigeva le attività del gruppo nel Reggiano”. È invece il 23 ottobre 2008 quando diventa esecutiva la sentenza di condanna a tre anni e sei mesi più due anni di libertà vigilata, per associazione a delinquere di stampo mafioso. 

L’8 novembre 2013 i carabinieri di Reggio Emilia sequestrano ad Aracri beni per 3 milioni di euro, primo primo provvedimento in Emilia-Romagna, uno dei primi al Nord nei confronto di una cosca calabrese, di sequestro patrimoniale preventivo anticipato. I militari dell’Arma mettono i sigilli a sedici conti correnti e depositi bancari, due società del settore edile, “sei unità abitative e nove commerciali”, due veicoli e un terreno rurale. Il provvedimento, firmato dal presidente del Tribunale di Reggio Emilia, viene richiesto dalla Dda di Bologna per Aracri non quella sentenza passata in giudicato, ma perché anche ha da tempo finito di scontare la pena per gli inquirenti è ancora “pericoloso” e il suo patrimonio viene considerato illecito “poiché non commisurato al reddito”. Secondo il giudice Francesco Maria Caruso, che ha emesso il provvedimento, è stata accertata “una sproporzione tra redditi dichiarati negli anni e incremento patrimoniale, divenuto particolarmente consistente a partire dal 2000 in epoca immediatamente precedente l‘accertata attività mafiosa“. Il 22 novembre 2013 il sequestro è stato convalidato nonostante il ricorso di Aracri che sosteneva di essere “un onesto lavoratore”. Tre giorni dopo arriva la denuncia, insieme ad altre quattro persone, per concorso in occupazione di un terreno demaniale. Secondo i carabinieri ha occupato abusivamente un terreno a Brescello che aveva adibito a depositi di materiale edile. 

Il 28 dicembre per Aracri scatta la misura di prevenzione della sorveglianza speciale, disposta dal Tribunale di Reggio Emilia su richiesta della Direzione distrettuale antimafia di Bologna. L’8 luglio 2014 il Tribunale di Reggio Emilia respinge l’istanza di limitare le restrizioni della sorveglianza speciale. Aracri sostiene di avere un’opportunità di lavoro offerta da un’impresa edile di Cremona impegnata in un cantiere di Gualtieri (Reggio Emilia). Ma dagli accertamenti dei carabinieri emerge che il consorzio edile con sede legale nel cremonese, gestito da un parente, è stata costituito dopo i provvedimenti della magistratura e da alcune persone con precedenti per associazione mafiosa

Il rapporto regionale sulla mafia dell’Emilia-Romagna per il 2013 elenca ben 80 clan e 20 miliardi di euro di fatturato. Per il rapporto ci sono 36 ‘ndrine calabresi, 21 clan legati alla camorra, 17 alla mafia siciliana, 4 alla sacra corona unita. Dati che pongono la regione nella ‘top ten’ delle regioni per beni confiscati, con Bologna in testa con 40 confische. Reggio Emilia è una provincia a rischio colonizzazione (17 ‘ndrine censite, 4 clan legati alla mafia siciliana e 3 alla camorra, con l’aggiunta della criminalità organizzata di altri Paesi).