Un feeling mai così evidente. Nella sede americana di Chrysler il premier Matteo Renzi e l’amministratore delegato di Fiat, Sergio Marchionne, si sono scambiati cortesie e affettuosità senza precedenti. In un siparietto che Diego Della Valle, patron di Tod’s, commenta in diretta parlando di “incontro tra due grandissimi sòla, due chiacchieroni”. Il presidente del Consiglio, all’ultimo giorno di visita in terra statunitense, ha definito “straordinaria, eccitante ed esaltante” la “scommessa” di Marchionne su Fiat e Chrysler (che erano “bollite”) e indicato l’azienda di Detroit come esempio da seguire per l’Italia: “Come ce l’hanno fatta i 15.000 dipendenti Chrysler in questo edificio, l’obiettivo è poter dire che così ce la faremo anche in Italia”, sconfiggendo i “gufi che dicono che le cose vanno male” e i “pregiudizi” di chi ritiene che il Paese sia “finito”. 

Dal canto suo il manager artefice della fusione che porterà la sede della nascitura Fca ad Amsterdam ha garantito: “Continuiamo ad appoggiare il presidente per l’agenda di riforme che sta portando avanti. E’ essenziale avere un indirizzo chiaro e penso che ce lo stia dando”. Non solo: lui e l’ex sindaco di Firenze, ha spiegato Marchionne, hanno in comune il fatto che anche Renzi “non ha paura”. D’altronde solo due giorni fa, a margine di un incontro al Council on Foreign Relations di New York, il manager ne aveva elogiato il coraggio scaricando contestualmente il direttore del Corriere della Sera, Ferruccio de Bortoli, autore di un editoriale al veleno contro il governo. 

“Il reintegro crea lavoratori di serie A e di serie B” – Poi, di nuovo, il consiglio di “andare avanti senza farsi intimidire e senza farsi impressionare dagli altri”. E qui è Marchionne stesso che si propone come esempio: “Io sono stato molto criticato in Italia e me ne sono fregato. Spero che Renzi faccia altrettanto”. E faccia “le cose giuste per il Paese” dal punto di vista “dell’equità e della giustizia”. “Cose” tra cui, ovviamente, la riforma del mercato del lavoro. Su cui il premier, mentre in Italia continua la battaglia sul Jobs Act e sull’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto, non ha mancato di tornare, affrontando con una serie di domande retoriche il nodo più discusso, quello che riguarda il reintegro nel posto di lavoro in caso di licenziamento senza giusta causa. E concentrandosi proprio su “equità e giustizia” di quella possibilità. “Se è una scelta politica, che rispetto, mi domando: è la scelta migliore per il sistema italiano? E’ una scelta che assicura la riduzione della disoccupazione? E’ una scelta che garantisce i diritti? Perché qualcuno ha diritti di serie A se sta in un’azienda di 15 dipendenti e di serie B se i dipendenti sono 14”.

Gelida la risposta alla Conferenza episcopale, che venerdì gli ha chiesto di smetterla con gli slogan pur invitando subito dopo anche i sindacati a “guardare oltre” rispetto all’articolo 18: “L’aver visto macchine su macchine e dover rispondere sulla Cei mi sembra un po’ fuori luogo, come se andassimo in Vaticano a parlare del nuovo Voyager. Rispetto ogni tipo di valutazione che venga dalla Cei o da altri. Ma parliamo di altro…”.

Il premier cita Draghi: “Tutto il necessario” contro la disoccupazione – Dopo l’usuale stoccata ai “poteri forti” (“In Italia vedo pensieri deboli… Ci fossero in Italia poteri forti che ci possano aiutare…”) e alle correnti (“Non mi interessa cosa pensa questo o quell’esponente del mio partito“), da Renzi è arrivata anche l’ennesima promessa: “Faremo tutto il necessario per ridurre la disoccupazione. E sto facendo una citazione che spero mi porti la stessa fortuna”. Parole simili, infatti, le aveva usate da Mario Draghi quando si disse pronto a fare “whatever il takes”, cioè appunto “tutto il necessario”, per salvare l’euro. “La mia unica, grande e straordinaria preoccupazione è solo ridurre il numero di disoccupati in Italia”, la conclusione.

“Lo spostamento della sede ad Amsterdam? Non è importante” – “L’agenda che ha davanti il premier Matteo Renzi è enorme: il Paese è veramente da ricostruire. Bisogno ricominciare oggi a farlo”, ha detto poi Marchionne. Aggiungendo che da parte di Fiat “l’impegno c’è” a sviluppare attività in Italia. Impegno che Renzi, fresco di visita al quartier generale di Auburn Hills, al Centro Stile e alla linea di montaggio dei nuovi modelli, subito ha ricambiato definendo “una grande opportunità” l’Ipo di Fiat-Chrysler a Wall Street, prevista per il 13 ottobre. Dicendosi “orgoglioso che ci sia Fca”, perchè “porterà expertise statunitense”. E lo spostamento della sede legale in Olanda, nonchè di quella fiscale a Londra? “Per me non è importante dove si trova il quartiere generale finanziario e delle attività. Per me la cosa importante è mantenere il made in Italy. Non è importante se a Wall Street o a Amsterdam. Quello che è assolutamente importante è l’aumento dei posti di lavoro in Italia”.

Ma per Della Valle “Renzi ha fatto tilt” – Nel frattempo Della Valle, ospite a Otto e Mezzo su La7, esprimeva delusione per l’operato di Renzi: “Fino a qualche anno fa pensavo potesse essere una risorsa per il Paese e quando mi ha chiesto consiglio mi sono sempre messo a disposizione, ma i miei consigli erano sostenere Letta, farsi esperienza, farsi un’agenda internazionale e fare una buona squadra”. Tutto sfumato, evidentemente. Così ora il giudizio è tranchant: l’ex sindaco della città di cui Della Valle possiede la squadra di calcio “non ha mai lavorato quindi non può parlare di lavoro come noi, secondo me ha fatto tilt”. Lui e Marchionne, che poche settimane fa l’imprenditore marchigiano aveva accusato di fare “promesse a vuoto agli italiani” chiedendogli di “pagare le tasse in Italia” prima di “dare lezioni”“sono due persone che non attendono a quello che dicono”.