L’operazione Mare nostrum” va compresa anche come spettacolo espiatorio messo in scena dopo l’ecatombe di Lampedusa, in risposta alla rumorosa cerimonia europea di colpevolizzazione dell’Italia. In tal modo si può meglio capire perché un anno d’impegno delle navi della Marina Italiana in incessanti operazioni di salvataggio è presto degenerato in un imprevisto “marketing della disperazione”, dove – nell’incrocio di un costante aumento della pressione migratoria con il messaggio che “gl’italiani ti vengono a prendere non appena salpi” – si è arrivati a un boom di partenze con mezzi sempre meno sicuri. Ciò ha fatto lievitare non solo gli sbarchi ma anche i naufragi, le tragedie per impedire le quali l’operazione era nata.

Dal punto di vista del breve periodo va osservato che l’esito concreto di questa stagione di cesarismo dell’accoglienza è molto condizionato da un elemento della cornice normativa in cui il tutto avviene: il “regolamento di Dublino”, che impone di trattenere per almeno un anno i rifugiati nel territorio della nazione che li ha accolti. Qui emerge un particolare con cui abbiamo, per così dire, vilmente aggirato il vile raggiro europeo del “ve li prendete e ve li tenete, altrimenti siete razzisti!”: consideriamo tutti come “rifugiati”, e li andiamo a prendere in un’operazione di umanitarismo plateale; ma lo facciamo perlopiù senza identificarli, sperando che lascino il Paese e spronandoli affinché lo facciano.

Abbiamo favorito l’ingresso da Sud ma fomentato l’uscita verso Nord, abbiamo magheggiato l’impegnativo dono dell’accoglienza in una più sostenibile concessione di attraversamento, che lustra in superficie la coscienza umanitaria e ripaga l’Europa con la stessa moneta che ci ha riservato: il menefreghismo dietro l’ostentazione di una solidarietà che – quando oltrepassa gl’interessi dell’economia degli aiuti umanitari – pare meglio predicare in un effluvio di buoni propositi, lasciandola praticare a qualcun altro.

Abbiamo auspicato e favorito un gioco a somma zero con cui, all’opposto di quanto è accaduto con la barcollante stagione dei respingimenti, uscire moralmente puliti (non a caso il ministro Alfano, trovatosi da centrodestra a dover gestire una situazione politicamente imbarazzante, ha potuto solennemente insignire l’Italia del titolo di «campione di accoglienza», cercando al contempo di rassicurare a voce più bassa il suo inferocito elettorato su due punti: questi accolti andranno altrove e non ruberanno il lavoro agli italiani). Quando l’imperativo etico dell’aiuto s’infrange contro lo scoglio dei limiti economici, culturali e sociali posti dall’insostenibilità dei flussi, si finisce con il fare con i migranti-rifugiati quello che si fa con le discariche: subentra la sindrome N.I.B.M.Y (“not in my back yard”, “non nel mio cortile”), si cerca di affibbiarli al vicino. Si risolve il problema a breve termine; facendo finta di non sapere che a lungo la strategia dello scarica-barile non solo sortisce gli effetti che cerca puerilmente di evitare, ma li accresce, per i vicini e per noi.

Ora che la patetica magniloquenza di Mare nostrum dovrebbe cedere il passo all’operazione europea Frontex plus (anche se non la sostituisce del tutto), è forse il caso di porsi una domanda, anche in ambito progressista: fino a che punto si può reggere un flusso ininterrotto e crescente di esseri umani che arrivano dal Sud del mondo? Non vi è, come in tutti i fatti umani, un limite di sostenibilità – economico e culturale – anche per le migrazioni? Si può seguitare a irretire qualsiasi dubbio con l’accusa di razzismo? Non si tratta solo dell’ombra del fondamentalismo islamico che si allunga sempre di più, si tratta di un presente in cui le masse subalterne occidentali scendono ogni giorno un gradino più in basso nella scala della povertà. Questo produce delle sempre meno eludibili contraddizioni, dei vincoli reali rispetto alla politica della solidarietà verso l’alterità subalterna del Sud del mondo, promossa come imperativo morale dall’area progressista. Basterà l’assioma immigrazionista dell’immigrato-risorsa a integrare le masse umane con cui, se lasciate ai margini sociali dove approdano, rischiamo di banlieuizzare l’Europa?

In questo scenario i politici italiani chiedono che questi sbarchi debbano essere considerati come un problema europeo e domandano misure urgenti. Sbagliano! non basta: non è un’emergenza europea, ma un dramma mondiale da trattare attraverso soluzioni a lungo termine, fuori da un’ottica emergenziale; dove gli oneri di accoglienza del Nord del mondo non possono pretendersi illimitati in nome di ideologie sull’integrazione che incrociano un multiculturalismo all’acqua di rose con un uso terroristico del senso di colpa occidentale per il colonialismo. Un punto è certo: rispetto alla crisi ecologica planetaria la litania delle colpe dell’Occidente come unica causa dei mali del pianeta non può reggere a lungo di fronte a un Sud del mondo che prosegue una crescita demografica ecologicamente insostenibile, catastrofica; ma che ci ostiniamo a rimuovere dalle spiegazioni delle cause di fondo che determinano l’innesco dei conflitti e l’aumento della pressione migratoria.

In un presente dove ogni anno la natalità dei paesi poveri genera un aumento di ottanta milioni di disperati che si aggiungono a un pianeta già ampiamente in sovraccarico di esseri umani in cerca una buona vita, se la cultura progressista non inizia a pensare al fenomeno migratorio in relazione al concetto di sostenibilità, presto questo spettacolo della solidarietà senza limite – tanto romantico quanto immaginifico – porterà a una grave recrudescenza di sentimenti xenofobi. Ma vi è una volontà di trattare questi temi in un’ottica critico-problematica che si emancipi dallo scontro tribale del “tutti dentro” contro il “tutti fuori”? Vi è una volontà di uscire dalla chimera di fondo – del tutto ideologica e pseudoscientifica – di un orizzonte di disponibilità illimitata di risorse dove un’equa distribuzione sarebbe sufficiente a garantire benessere per tutti?

Mettere al centro del discorso il primato del valore della vita umana non significa solo assolutizzare obblighi di accoglienza, ma anche iniziare a capire che se in luoghi come l’Africa persiste un tasso di natalità medio superiore a cinque figli per donna, tale primato sarà comunque minato alla base.