È apparso all’improvviso, come quei conduttori che aprono un’edizione straordinaria di tg. Con l’istant video Matteo Renzi completa la sua variegata tecnica di comunicazione e aumenta il livello della propria capacità di fare fuoco. Ritrova il grande nemico, il sindacato, e lo punta al petto. Ai messaggi confezionati ci aveva abituati Berlusconi che li recapitava alle televisioni e ai giornali, nella prevalenza considerati sue cassette postali. Quelli erano testi ovattati, usati, nel gioco delle luci e della calza, come strumento principe della tecnica di trasmissione della dolcezza, a convincere, persuadere, tirare gli italiani verso di sé.

 

Renzi non ha cura del contesto, la telecamera taglia il suo corpo in due, ma del modo con cui chiama alla battaglia. Non ha il teatro bianco dello studio nel villone di Arcore né la cravatta a pois e il doppiopetto Caraceni, ma una finestra aperta sulla piazza, la camicia bianca sbottonata al collo, il vento che soffia e forse rovina un po’ l’audio, il tricolore che gli copre la schiena. In piedi, giovane, vitale, desideroso della rivincita immediata, del colpo a effetto, dell’arma di distruzione di massa.

Il video evolve il premier nella figura del guerrigliero del popolo, di chi tutela “Marta”, giovane mamma senza diritti e senza paga in gravidanza, o del piccolo artigiano senza accesso al credito, del cinquantenne senza futuro. È il popolo dei “senza” (senza diritto, senza tutele, senza futuro) contro quegli altri, quelli “con”. Questi ultimi sono proprio coloro a cui Renzi ha appena destinato gli 80 euro, fulcro della propaganda di primavera. Nella straordinaria manipolazione comunicativa Renzi riesce nel capolavoro: dopo aver guadagnato, grazie alla sua misura economica, milioni di consensi dal ceto medio tutelato, cambia cavallo e si accredita come l’uomo politico che guarda agli ultimi, sceglie gli ultimi.

Non ha più soldi in tasca però e anzi sulla sua scrivania incombe la missiva del Fondo monetario che pare un diktat più di un consiglio: cambiare subito l’articolo 18 e poi tagliare ancora le pensioni. Renzi quindi parte dalla fine della fune: non cerca di produrre lavoro ma di agevolare il licenziamento nella speranza che il nuovo messaggio, le tutele crescenti, si trasformi da puro slogan in qualcosa di commestibile. Nella lista di proscrizione renziana i sindacati, divenuti anche per loro responsabilità naturali aggregatori di sfiducia popolare, conquistano il piedistallo rispetto al tempo di B. quando i magistrati (comunisti) godevano di quotidiane cure televisive. Però la lista è sempre quella. Anzi Matteo, nel ruolo di capo del partito della Nazione, magicamente ritrova gli stessi nemici di Silvio.

Il colpo al cuore alla Camusso apre un fronte nuovo e insieme funge da silenziatore a questa settimana nera in cui il premier – legato dal patto del Nazareno – non riesce a trovare di meglio che due nomi indigeribili (e perciò non digeriti ancora) da mandare alla Corte costituzionale. Uno di essi addirittura indagato. Per sovrammercato l’avviso di garanzia per bancarotta fraudolenta notificato al suo babbo lo congeda definitivamente dal ruolo di colui che con la magistratura non aveva conti aperti da sistemare, procure da stanare o complotti da denunciare. Negli ultimi giorni il lessico renziano si è avvicinato, e di molto, a quello del primo Berlusconi, quando indicava negli “scoop” giornalistici, propalati ad arte dagli uffici giudiziari, lo strumento principe della lotta politica. “Non sarà certo uno scoop…”. Ieri infine il videomessaggio.

Il Fatto Quotidiano, 20 settembre 2014