Una bufera giudiziaria, da tempo attesa, scuote alle fondamenta il Partito democratico dell’Emilia Romagna. Sono otto i consiglieri regionali del Pd indagati per peculato nell’inchiesta della procura della Repubblica di Bologna relative alle spese dei gruppi dell’assemblea legislativa. Tra loro quelli che fino a poche ore fa erano i cavalli di razza che si sarebbero contesi le primarie per succedere al governatore Vasco Errani: Matteo Richetti, che del consiglio regionale è stato presidente sino alla sua elezione al parlamento nel febbraio 2013 e Stefano Bonaccini, fedelissimo e braccio destro di Matteo Renzi a Roma. Richetti si era ritirato dalla corsa per le primarie in mattinata, poco prima che il suo stesso legale confermasse la notizia del suo coinvolgimento nell’indagine. Ora non è chiaro se anche Bonaccini, che del partito è segretario regionale e responsabile nazionale per gli enti locali, farà un passo indietro. Alle ore 18 era atteso in un hotel a Reggio Emilia per un incontro con gli amministratori locali, ma ha disdetto la prenotazione mezz’ora prima dell’incontro e non si sa se la decisione sia collegata agli sviluppi dell’inchiesta sulle spese dei gruppi regionali.  “Ho appreso poco fa che la Procura sta svolgendo accertamenti anche sul mio conto e ho già comunicato, attraverso il mio legale professor Manes, di essere formalmente a disposizione per chiarire ogni eventuale addebito. Confido di poter dare al più presto ogni opportuno chiarimento”, ha spiegato Bonaccini in serata. A tremare sono tuttavia anche gli altri partiti in Regione coinvolti nel cosiddetto scandalo delle spese pazze, che riguarderebbe tutto l’arco di forze politiche in consiglio. 

Questo è il primo sviluppo clamoroso di una attività di indagine iniziata oramai due anni fa. A ottobre 2013 c’era stato un primo sussulto, quando era venuta a galla la notizia che erano stati messi sotto indagine tutti i capigruppo della legislatura appena conclusa, per il periodo che va dal 2010 al 2012. Si trattava dei responsabili dei gruppi Pdl (Luigi Giuseppe Villani), Pd (Marco Monari), Lega nord (Mauro Manfredini), Idv (Liana Barbati), M5S (Andrea Defranceschi), Udc (Silvia Noé), Gruppo Misto (Matteo Riva), Fds (Roberto Sconciaforni) e Sel-Verdi (Gianguido Naldi). Per tutti, si disse allora, una iscrizione quasi d’ufficio: come presidenti dei loro gruppi erano infatti considerati responsabili delle uscite finanziarie dei propri colleghi di partito eletti in Viale Aldo Moro. Già allora era apparso chiaro che altri nomi sarebbero saltati fuori tra i membri del parlamentino regionale. Ed è quello che sta accadendo proprio ora.  

Nel frattempo anche la procura della Corte dei conti dell’Emilia Romagna si è mossa per rintracciare eventuali danni erariali causati dalle azioni dei politici. A luglio 2014 il procuratore contabile Salvatore Pilato aveva inviato diversi inviti a dedurre (richieste di chiarimenti a cui potrebbe seguire una citazione a giudizio o una archiviazione) ad alcuni consiglieri. Tra loro anche i consiglieri democratici, sette in tutto, Marco Monari, Tiziano Alessandrini, Marco Carini, Thomas Casadei, Gabriele Ferrari e Roberto Montanari e Stefano Bonaccini. Oltre a questa inchiesta, dalla Corte dei conti si attende anche la sentenza sul filone delle cosiddette interviste a pagamento: le spese sostenute dai consiglieri regionali per apparire nei programmi televisivi delle tv locali nello stesso periodo che va dal 2010 al 2012. I conti fatti dalla Guardia di finanza durante l’indagine hanno evidenziato cifre da capogiro. Solo per i pranzi e le cene le fiamme gialle tra il 2010 e il 2012 hanno calcolato che i consiglieri regionali (in maniera lecita o illecita, questo lo valuteranno i magistrati) hanno speso quasi mezzo milione di euro: 220mila euro per il Popolo della Libertà, 53mila euro per la Lega nord, 145mila euro per il Pd, 18mila euro per il Movimento 5 Stelle.

L’inchiesta della procura della Repubblica, condotta dalle pm Antonella Scandellari e Morena Plazzi, con la supervisione del procuratore capo Roberto Alfonso e dell’aggiunto Valter Giovannini, dovrebbe chiudersi entro un mese, comunque dopo le primarie del Partito democratico previste per il 28 settembre. Nella mattinata di martedì era uscita la notizia che Matteo Richetti, attuale deputato del Partito democratico, fosse iscritto nel registro degli indagati. Una notizia confermata dal suo legale poco dopo il ritiro di Richetti dalle primarie per l’elezione del governatore dell’Emilia Romagna. L’avvocato Gino Bottiglioni però ha specificato: “La rinuncia alla candidatura alle primarie non è assolutamente legata all’indagine per peculato. La decisione è politica”. Questa mattina l’avvocato Bottiglioni ha verificato l’esistenza del procedimento a carico di Richetti, “che peraltro era nell’aria, ma non si può per ora sapere con certezza se riguardi la questione delle auto blu”. Il nome di Matteo Richetti era infatti comparso in un esposto presentato da Andrea Defranceschi, del Movimento 5 Stelle, sulle auto blu che, secondo la denuncia, sarebbero state usate in maniera non corretta nel periodo in cui Ricchetti era presidente dell’assemblea regionale.