A parole il premier Matteo Renzi continua a scagliarsi contro il “salotto buono”, quello dei “presunti capitalisti italiani che hanno finto di fare investimenti e invece da trent’anni son sempre loro”. Ma i fatti dicono invece che non lesina certo aiuto ai salotti della finanza, quelli che girano intorno a Mediobanca e a Rcs, il gruppo editoriale che pubblica il Corriere della Sera.

La contraddizione solleva più di un interrogativo sulla direzione in cui intende muoversi davvero il presidente del Consiglio per far ripartire gli investimenti in Italia: a favore di “qualcuno che arrivi dall’estero con soldi veri” o verso “gli amici degli amici”? Poco prima di andare in ferie, infatti, il Parlamento ha convertito in legge un provvedimento governativo (il decreto Competitività) che, fra le altre cose, permette ai signori dei salotti di continuare a comandare in importanti aziende quotate, senza impegnare altri soldi. Di che si tratta? La norma prevede che, previa modifica dello statuto, le azioni detenute in modo continuativo per almeno 24 mesi avranno voto doppio.  

Una manna per i vari azionisti di riferimento di Mediobanca e Rcs ma anche per le fondazioni bancarie che controllano istituti come Intesa SanPaolo e Unicredit, per le quali la norma casca a fagiolo: basta stare fermi per due anni e si rafforza il controllo senza metterci nuovi soldi. Quanto di meglio si potessero augurare quei “presunti capitalisti”, attaccati a parole da Renzi, dopo che la crisi ha messo in ginocchio piramidi societarie costruite a debito sulla leva finanziaria, o con patti di sindacato e partecipazioni incrociate.

E non c’è da stupirsi, visto che nella redazione delle norme in questione il governo ha scelto di farsi affiancare da tecnici da sempre vicini ai salotti buoni. A parte l’ex commissario Consob Luca Enriques, infatti, nella triade di esperti chiamati a coadiuvare il Tesoro c’erano Piergaetano Marchetti, storico notaio del patto di sindacato della banca che fu di Enrico Cuccia e già presidente di Rcs, e Andrea Zoppini, altro storico consulente di Mediobanca nonché sottosegretario alla Giustizia nel governo Monti, costretto poi a dimettersi per una vicenda di frode fiscale in cui erano stati coinvolti i suoi clienti.

D’altra parte i salotti buoni, dopo gli scossoni degli anni passati, stanno provando a riconquistare qualche spazio. Mediobanca è stata infatti in prima linea nell’assistere Telecom, di cui è azionista, nella trattativa per l’acquisizione di Gvt, operatore brasiliano di telecomunicazioni controllato dal gruppo francese Vivendi. Il cui presidente e primo azionista è quel Vincent Bolloré, socio della stessa Mediobanca con una quota del 7%, secondo dopo Unicredit. Una partita in cui Telecom è entrata a gamba tesa cercando di scalzare Telefonica, che di Telecom è peraltro azionista, assieme alla stessa Mediobanca.

Un coacervo di legami azionari e potenziali conflitti di interessi, che non sono certo una novità nei salotti buoni presi a male parole da Renzi. La gara è stata poi vinta da Telefonica, previo rialzo dell’offerta da 6,7 a 7,45 miliardi di euro, più la disponibilità a cedere il suo pacchetto detenuto in Telecom (8,3%). E così Mediobanca, il campione dei “totem” dei poteri finanziari che Renzi vuole abbattere (a parole), si ritrova ancora una volta a decidere le sorti quella che è una delle più grandi società italiane, nonché prima per investimenti (9 miliardi quelli programmati in Italia nel periodo 2014­2016).

E a gestire il quarto cambio degli assetti proprietari dell’ex monopolista telefonico nell’arco di quasi tre lustri. Senza considerare che da qualche giorno è tornata a circolare l’ipotesi di un accrocchio Telecom – Mediaset. Un’occasione per ridare un po’ di pepe alle prospettive del gruppo della famiglia Berlusconi, che via Fininvest è azionista (2%) e anche debitrice di Mediobanca. Chissà cosa s’inventerà Renzi, stavolta. Trattandosi di telecomunicazioni, e dunque di un’attività che è stata definita strategica per legge, il governo ha il potere (e il dovere) di dire la sua. Chissà che cosa s’inventerà Renzi, stavolta. Il rischio è che l’aria nuova che vorrebbe fare entrare spalancando le finestre – cioè l’investitore straniero – coincida con l’aria stantia che da molti anni si respira in Piazzetta Cuccia.

di Roberto Genuardi