È notte. Il capo della quarta banca degli Stati Uniti giunge in elicottero sul tetto del grattacielo che ospita la direzione generale. Sceso nella stanza riunione, di fronte al rischio della bancarotta imminente, chiede ai “suoi” giovani matematici finanziari di spiegargli, “come lo spieghereste a un bambino piccolo, o a un golden retriver”, cosa sta succedendo. La scena è tratta da Margin Call, film del 2011 in cui viene ricostruita in pura fantasia l’ultima notte di una banca (la Lehman Brothers, fallita veramente il 15 settembre del 2008). Il gran capo del film si chiama John Tuld, quasi come il leader della Lehman, Richard Fuld, soprannominato “Il gorilla” (si veda anche il libro Quasi un romanzo di Leonardo Martinelli).

Spiegalo a un bambino

Spiegata a un “bambino piccolo” la storia della Grande crisi, la più grande di sempre, scoppiata nel 2008, è questa: la prolungata stagnazione dell’economia Usa ha prodotto nel corso degli anni 2000 un boom senza precedenti dell’economia di carta, della finanza. Questa si è servita, in particolare, di strumenti come i mutui subprime, venduti a debitori senza solide garanzie o redditi consistenti, contando sulla crescita costante dei valori immobiliari. A causa della stagnazione economica e degli alti tassi di interesse, però, quei debitori non ce l’hanno fatta a pagare quei mutui, le banche hanno iniziato a non riscuotere i loro crediti, i titoli in cui quei crediti erano stati impacchettati e riassicurati sono precipitati e tutto il castello di carta finanziario è venuto giù travolgendo gli Usa e il mondo intero. Con conseguenze, come vedremo, disastrose.

Questa filastrocca, però, la sera del 15 settembre 2008, Richard Fuld la conosceva bene. E con lui la conoscevano tutti i protagonisti della storia. Che non è finita nel 2009, come annunciato, con troppa improvvisazione, dall’allora presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke. Non è finita nemmeno nel 2011 e, come dimostrano di dati sul Pil di tutta Europa, non finirà domani mattina.

Fuld conosceva la verità perché la crisi era stata annunciata molto chiaramente già a inizio del 2007. L’8 marzo, Donald Tomnitz, amministratore della D.R. Horton, la prima società immobiliare degli Usa dichiara: “Non voglio metterla sul difficile ma il 2007 sarà uno schifo, ogni singolo mese dell’anno”. La svizzera Ubs, nel mese di maggio, chiude il mercato dei subprime negli Usa. Il 3 maggio al Senato viene presentato il primo piano di aiuti per i proprietari di case che rischiano il pignoramento.

La storia, dunque, comincia prima che Bear Stearns, il 17 luglio, dichiari falliti i due hedge funds che investono in mutui. Prima delle difficoltà europee dichiarate dalla francese Bnp o dalla britannica Northern Rock. Prima dell’anno fatidico, il 2008, in cui succederà di tutto. Anche l’inimmaginabile.

Torniamo alle scene dal vivo. Stavolta ci assiste il film Too big to fail, “Troppo grande per fallire”, diretto da Curtis Hanson. Richard Fuld, nel film (in questo caso con il suo vero nome e interpretato da James Woods), fa di tutto per evitare il fallimento della Lehman Brothers. Accusa il governo del presidente Bush jr., e il Segretario al Tesoro, Henry Paulson, di trattarlo “come un trafficante di droga” e, spavaldo, di fronte ai dati di borsa che spingono sempre più giù una banca da 600 miliardi di crediti immobiliari inesigibili, grida: “Le tempeste passano sempre”. Quindi passerà anche questa. 

La tempesta che non passa

Pensava di essersela cavata il 4 agosto del 2008 con il licenziamento del presidente della banca ma nel luglio di quell’anno il governo era stato costretto a correre in salvo di due istituti con un nome da cartone animato: Freddie Mac e Fannie Mae. Si tratta dei due colossi del credito ipotecario che gestiscono il 55% dei mutui americani. La seconda, guarda caso, fu fondata nel 1938 da Franklin Delano Roosvelt durante la Grande depressione proprio per garantire l’acquisto di immobili a un largo pubblico. Il governo è costretto a nazionalizzarle dimostrando di voler intervenire. Ma la bolla scoppierà lo stesso in faccia alla Lehman Brothers i cui dipendenti, il 15 settembre, vengono immortalati dai fotografi di mezzo mondo, mentre abbandonano la propria sede con gli scatoloni in mano e nessuna liquidazione in tasca. Paulson e l’amministrazione Bush lasciano affondare la quarta banca del Paese – c’è chi scriverà che Paulson, avendo diretto la rivale Goldman Sachs, ha deciso di fare un favore alla “sua” società – per mostrare il volto “duro” del governo. Interverranno di lì a poco, però, per strutture ben più potenti, “troppo grandi per fallire”. Come nel caso dell’American International Group. L’Aig è un colosso assicurativo a cui tutte le banche e gli istituti finanziari zeppi di mutui subprime e di altri derivati si sono rivolti nel tempo per riassicurarsi e liberarsi così da ogni pericolo. È la cassaforte dei titoli tossici, una grande latrina il cui fallimento preoccupa anche la Cina e la Russia. Il governo deve intervenire. E lo farà, con un piano da 85 miliardi di dollari iniettati nelle casse dell’Aig che, così, diventa di Stato.

Il salvataggio dell’Aig, il primo di una lunga serie, non basta a riparare i danni. Mentre la Lehman fallisce la Merryl Linch viene rilevata dalla Bank of America (con il conseguente taglio di 35 mila posti di lavoro) e la Goldman Sachs annuncia il calo dei profitti del 70%.

Il 15 settembre l’indice Dow Jones perde 504 punti. I fallimenti si susseguono, le banche centrali di tutto il mondo mettono a disposizione del sistema 180 miliardi di dollari nel sistema bancario. Vengono bandite le vendite allo scoperto delle società finanziarie. Il tasso di disoccupazione negli Usa balza dal 4,7% del 2007 al 6,1% un anno dopo. Per utilizzare ancora le parole di Tuld-Fuld nel film Margin Call, “la musica sta per fermarsi. E a noi resterà la più grossa quantità di escrementi puzzolenti mai messi insieme nella storia del capitalismo”.

A cercare di far ingoiare quegli escrementi ai contribuenti mondiali saranno i governi degli Usa e della Ue, in primo luogo, che d’ora in avanti cercheranno di trovare gli strumenti per un salvataggio mai operato prima. È ancora Henry Paulson, insieme al presidente della Fed, Bernanke, a varare il Tarp, il Trouble Asset Relief Program. Con i suoi 700 miliardi di dollari di denaro pubblico è il più grande intervento statale di sempre che mira a rifinanziare le banche in modo da mantenere viva l’erogazione del credito. Mentre in Europa Olanda, Belgio e Lussemburgo sono costretti a intervenire a sostegno del colosso assicurativo Fortis, negli Usa il Congresso, soprattutto per la contrarietà dei Repubblicani, boccia il piano Tarp. 

Sui mercati finanziari è il panico. L’indice di Wall Street crolla in un giorno di 777 punti, il massimo nella sua storia. Crolla anche la borsa di Londra e i tassi interbancari, quelli con cui le banche si prestano i soldi tra di loro, schizzano alle stelle. Di fronte alla catastrofe imminente, il Congresso Usa approverà il 2 ottobre il piano da 700 miliardi di dollari.

Una massa di escrementi

In Europa, nel frattempo, si brancola nel buio. I governi si muovono come tanti topolini chiusi in scatola, incapaci di misure drastiche come quella presa dagli Stati Uniti. I quali avranno garantito la ripresa degli utili e degli affari della loro banche private ma si sono fatti carico, anche grazie a una Banca centrale attiva, della crisi. In Europa, invece, solo la Francia – governata da Nicolas Sarkozy e che vede all’Economia l’attuale presidente del Fmi Christine Lagarde – chiede politiche comuni. Respinte puntualmente dalla Germania. 

Il 7 ottobre crollano le azioni bancarie, l’8 ottobre i prezzi delle materie prime. Il 9 ottobre il Dow Jones scende ancora di 7 punti percentuali mentre il 10 ottobre i mercati azionari mondiali crollano del 20%. L’11 ottobre i governi europei decidono di presentare un piano di salvataggio da 1800 miliardi di euro ma è sulla carta. Da qui in avanti, però, la Bce si muove per garantire iniezioni di liquidità. Gli Usa, invece, sembrano non avere più freni. Il 13 ottobre viene annunciato un nuovo piano da 250 miliardi di dollari di cui la metà, 125, andranno alle prime nove banche del paese in cambio di azioni privilegiati senza diritto di voto remunerate al 5%. La caduta delle borse, però, non si arresta. Il 15 ottobre è un’altra giornata nera per tutti i mercati azionari. Fed e Bce avviano una progressiva e significativa riduzione dei tassi di interesse. L’obiettivo, a questo punto, è quello di stabilizzare il sistema bancario preso d’assalto dallo sfarinamento dei titoli tossici. Si riducono i tassi di interesse per facilitare l’approvvigionamento delle banche e garantire liquidità al sistema industriale. Si pompano risorse pubbliche tramite i circuiti privati nella speranza di poter ripristinare un sistema che sembra stia per spegnersi. Dopo le banche, infatti, si intravedono i segni di una recessione generalizzata che colpisce l’economia reale, già stagnante negli anni precedenti la crisi. 

Arriva la recessione

Una mano la darà la Cina, che il 6 novembre, vara un piano da 586 miliardi di dollari di stimoli all’economia. Il 12 novembre si svolge il vertice del G20. Qualche giorno dopo la Ue stanzia 200 miliardi di aiuti all’economia e pacchetti di aiuti vengono varati da quasi tutti i singoli paesi. Prosegue anche il processo di riduzione dei tassi di interesse. Qualcosa si muove e il 29 ottobre, per la prima volta, si realizza un significativo rimbalzo in borsa con il Dow Jones che recupera 900 punti. Ma è solo un bagliore. La crisi è appena cominciata. L’Eurozona entra ufficialmente in recessione il 14 novembre; a dicembre gli Usa segnalano che la disoccupazione è salita ancora al 6,7% ed entrano anch’essi ufficialmente in recessione. Il 3 dicembre le tre case automobilistiche chiedono un prestito di emergenza da 34 miliardi di dollari. Nel corso dell’anno l’indice borsistico di Londra ha perso il 31%, quello tedesco il 40 e quello francese il 42,7%. L’indice Dow Jones è sprofondato del 51%.

La crisi è esplosa per il boom della finanza a debito come antidoto alla stagnazione dell’economia. Visti i bassi utili prodotti da una produzione che arranca da decenni – si vedano le analisi del Nobel Paul Krugman – l’economia è stata trainata dalla bolla finanziaria e dai consumi attivati da questa. Gli attivi finanziari del 2007, ad esempio, superavano di quattro volte il Pil mondiale (240 mila miliardi contro 60 mila). Nel 2008 i capitali gestiti da fondi di investimento e compagnie finanziarie, ammontavano a 60 mila miliardi di dollari, 600 volte di più che nel 1990.

Quando il castello è venuto giù, il re è rimasto nudo. E lo dimostra quello che è accaduto in seguito. Il professor Luciano Gallino stima in 20mila miliardi di dollari (un terzo del Pil mondiale) l’intervento pubblico complessivo operato per salvare il sistema finanziario mondiale, 4mila miliardi di euro sono stati stanziati nei Paesi europei. A distanza di sette anni dallo scoppio della crisi, però, solo la borsa di New York ha recuperato i valori del 2007. Cosa che non hanno fatto la borsa di Londra, quella italiana o quella tedesca. Il supporto alle banche, invece, ha garantito a quest’ultime di salvarsi dalla crisi. Non tutte, però. Il numero delle grandi banche mondiali, infatti, è sceso da 90 a 61 con una serie di fusioni tutte difensive – fatte scambiando azioni contro azioni – che ha ridotto le grandi banche Usa di 16 unità e quelle europee di 10. Ma grazie agli aiuti e a una gigantesca riduzione del costo del denaro gli utili negli Usa sono saliti dal 12 al 17% anche se i titoli “dubbi” detenuti dalle banche statunitensi ammontano al 48% contro il 9% della Ue. Gli utili europei, invece, sono passati dal 26% di prima della crisi al 4,2% del 2013 (dati Mediobanca). Comunque in territorio positivo, considerando i grandi problemi di ricapitalizzazione, i nuovi meccanismi di vigilanza, la recessione e tutto il resto.

Quel che resta della crisi

L’impatto di questa operazione, però, si è scaricato sull’andamento, opposto, dei Pil e dei debiti pubblici. Gli Stati Uniti hanno visto salire il loro Pil dell’8,8% in sette anni ma il loro debito pubblico è raddoppiato passato dal 64 al 105% del Pil (Fmi). Boom del debito anche per la Francia (dal 64 al 95%) che ha visto il Pil crescere solo dell’1,7%. Mentre la Germania ha fatto meglio con un Pil in crescita del 5,9% e un debito salito dal 65 al 74%. L’Italia può consolarsi solo perché viene prima della Grecia: il debito è cresciuto dal 103 al 134% e il Pil è sceso del 7% (in Grecia, a un debito cresciuto dal 107 al 174% corrisponde un Pil in ribasso del 23%). Lo squilibrio di una crisi che si è preoccupata solo di curare il bubbone finanziario senza aver mai degnato di uno sguardo l’economia reale si riflette nell’andamento dei tassi di disoccupazione. Tra il 2007 e il 2013 i senza lavoro in Italia sono passati dal 6,2 al 12,4%; crescita più contenuta in Francia, passata dall’8 al 9,9% e in Gran Bretagna, dal 5,3 al 7,8%. Peggio negli Usa con i senza lavoro cresciuti dal 4,7 al 7,5% mentre la Germania è andata controcorrente: il tasso di disoccupazione nel 2007 era dell’8,7%, nel 2013 era al 5,4% (dati Ocse). 

A sette anni di distanza, il refrain preferito dai vari governanti è che dalla recessione prima o poi usciremo così come dopo l’inverno viene la primavera. In realtà, l’economia mondiale, a eccezione dei paesi asiatici e/o emergenti, che era già in una fase di stagnazione con punte massime di crescita del 2%, è ancora là. Ma, a differenza di allora, porta sulle spalle il peso enorme dei salvataggi finanziari continuando  a restare senza ossigeno.  Nel frattempo, i fari Richard Fuld sono tutti a piede libero. Della più grande crisi dopo quella del ‘29, l’unico a essere finito in carcere e il truffatore Bernard Madoff. Un po’ poco.