Virata ulteriore a destra di François Hollande con il nuovo governo presieduto da Manuel Valls. Dopo l’eliminazione dall’Esecutivo di tre pezzi grossi dell’ala sinistra del Partito socialista (Arnaud Montebourg, l’ex ministro “ribelle” dell’Economia, e poi Benoit Hamon e Aurélie Filippetti), colpevoli di aver criticato le scelte del presidente, le nuove nomine confermano che il Presidente francese, in crisi endemica di consensi, gioca la carta moderata per cercare di invertire la tendenza. Solo tre mesi fa la decisione di formare un nuovo esecutivo in seguito alla débalce dei socialisti alle Europee. Ora la Francia ricomincia ancora dall’inizio.

Montebourg è stato sostituito da Emmanuel Macron, classe 1977, un fedelissimo del Presidente, che lo ha accompagnato da vicino già dai tempi della campagna elettorale che lo portò alla vittoria nel 2012. Macron è un ex banchiere di Rothshild e un socialista assolutamente liberale. Non avrà alcuna difficoltà a cooperare con Michel Sapin, 62 anni, che viene confermato al dicastero della Finanza. Sapin è un altro amico di Hollande, davvero di vecchia data. Come Hollande è un europeista convinto, nel senso stretto del termine: ritiene che il rigore nei conti pubblici sia assolutamente prioritario. E che non si debba contrariare la Merkel sulle politiche di austerità.

Per il resto, Hollande ha confermato tanti rappresentanti della vecchia nomenclatura socialista, come Laurent Fabius agli Esteri e l’ex moglie Ségolène Royal, all’Ambiente. I “giovani” sono comunque molto vicini al Presidente, come Najat Vallaud-Belkacem, nuovo ministro dell’Educazione (per la prima volta una donna). Tutto questo putiferio parigino di fine estate, comunque, al di là delle rivalità personali fra i suoi protagonisti, è l’ennesima dimostrazione di una crisi di fondo, strutturale della sinistra francese, che non sa trovare una risposta univoca e innovativa alla crisi economica. E dell’Europa. “E’ una crisi grave – scrive su Le Monde l’analista politica Françoise Fressoz -, che dimostra la debolezza della sinistra, il suo agire da principianti, la sua impreparazione di fronte alla crisi, la sua incapacità a superarla in maniera collettiva. Una sinistra dove ognuno fa gli affari suoi, del si salvi chi può”. Hollande cerca di zittire definitivamente le voci critiche all’interno del suo partito con nomi legati al passato o con nomi nuovi, comunque facili da gestire.

La mossa riuscirà a contrastare l’emorragia dei consensi per la sua presidenza, che iniziò sotto i migliori auspici, dopo la vittoria del maggio 2012? Non è detto. D’altra parte quella vittoria si era basata in parte su un malinteso, proprio sull’Europa. Hollande era sempre stato un europeista convinto. E da sempre fa parte di quella tradizione del rigore sui conti pubblici prima di tutto, che in Francia affonda radici profonde nell’epoca di François Mitterrand. Invece, gran parte del suo elettorato nel 2012 (lo appoggiarono anche i Verdi e il Front de gauche, di estrema sinistra, e lo votarono tanti “apolitici” che dopo si sono spostati su Marine Le Pen) non credeva più nell’Europa e sperava in uno strappo di Parigi rispetto a Berlino e alla sua rigidità. Certe dichiarazioni assai dure di Hollande in quei mesi fecero credere in un’alternativa francese alla visione tedesca dell’Europa e dell’euro. Ma poi il neopresidente non dette seguito a quei propositi battaglieri. Non solo: Hollande puntava in una ripresa economica che avrebbe rafforzato la posizione del suo Paese. Parlò addirittura nel 2012 di una crescita prossima in nome della “teoria dei cicli”, senza capire che le cose stavano cambiando. Che i cicli non ci sono più: c’è solo stagnazione.

Dopo due anni la Francia si ritrova oggi ancora in crisi e da questo punto di vista ancora più debole rispetto all’alleato tedesco. La disoccupazione è ai massimi. Hollande ha scelto la strada dei sacrifici per riportare in ordine i conti pubblici, che, dal punto di vista del deficit, sono fuori controllo, ancora di più di quelli italiani. Il suo elettorato voleva qualcosa di diverso. Progressivamente gli esponenti della sinistra socialista, perfino quelli con un posto nel Governo, hanno iniziato a contestare il “capo”, Hollande. Fino alle accuse dell’ex ministro dell’Economia Montebourg, che hanno portato all’ultima crisi di governo. Quest’ultimo ha infatti puntato il dito contro “il dogma dell’ortodossia di bilancio” (rifiutando di seguire “gli assiomi della destra tedesca”), chiedendo “una politica europea di sostegno dei consumi”. Hollande non la pensa proprio così. Ha scelto la piena fedeltà alla Germania. Non è mai stato disposto a seguire neanche certe velleità anti-Merkel di Renzi. Il nuovo governo Valls con un ex banchiere di Rothshild responsabile dell’Economia ne rappresenta l’ennesima dimostrazione.