È stato approvato il 7 agosto dall’ aula del Senato il testo del Decreto Legge Competitività. Tra le misure contenute nel decreto quella che probabilmente ha suscitato la più forte opposizione è il cosiddetto “spalma-incentivi” che prevede una rimodulazione dei sussidi previsti per gli operatori di impianti fotovoltaici di grandi dimensioni (superiori a 200 kw).

In sede di conversione, l’impianto originario del decreto che prevedeva l’allungamento del periodo di incentivazione da 20 a 24 anni oppure la riduzione dell’incentivo pari al 10% è stato parzialmente modificato con la previsione di tagli dei sussidi proporzionali alla potenza degli impianti, l’introduzione dell’opzione di una riduzione iniziale delle tariffe nei prossimi cinque anni compensata da un aumento in quelli successivi oltre all’introduzione della possibilità di cedere una quota degli incentivi a un acquirente selezionato tra i primari operatori finanziari europei. Il tutto al fine di ridurre gli altissimi oneri che questi sussidi generano per i costi dell’energia elettrica italiana.

Le novità introdotte dal Senato non sembrano tuttavia aver convinto molto gli operatori interessati ai sussidi, che accusano il governo di essere “nemico” delle energie pulite. Eppure, dopo le folli politiche che hanno caricato sulle bollette elettriche sussidi pari a tre punti di Iva, la nuova politica del governo, seppur timida, sembra muoversi nella direzione giusta. Come vedremo tra l’altro il fotovoltaico, quello colpito dalle misure, è molto peggio dell’eolico, e “risparmia” CO2 al fantastico costo di 1.000 euro per tonnellata risparmiata. E qui vogliamo considerare proprio l’aspetto sostanziale della questione: sono giustificati dal punto di vista della politica ambientale i sussidi all’energia eolica e solare? La risposta secondo un recentissimo studio della Brookings Institution (uno dei più quotati “think tank” progressisti mondiali), è un nettissimo “no”. Vediamo rapidamente come si è arrivati a questa conclusione. L’unico modo per confrontare tecnologie alternative per la produzione di energia elettrica è quello di misurare i costi e i benefici per la collettività di ciascuna, includendovi gli aspetti ambientali. Per introdurre questi aspetti in modo non arbitrario, occorre definire il costo sociale di ogni unità di inquinamento emessa, in particolare il CO2. Altrimenti nessun confronto sarebbe possibile tra i costi di abbattimento degli inquinanti, cioè delle politiche ambientali in esame.

La Commissione europea ha definito dei costi di riferimento, come hanno fatto altri organismi internazionali. E questi costi sociali dovrebbero valere come riferimento per tutti i settori, compreso per esempio i trasporti, anche se in realtà il peso delle diverse lobby industriali riesce ad aggirare efficacemente la normativa che ne raccomanda l’uso. Al di fuori dei costi ambientali, gli altri costi e benefici sono ovviamente più certi e univoci: tra i costi vi sono quelli di costruzione ed esercizio degli impianti, compreso i costi (se presenti) dei combustibili usati e quelli delle relative emissioni. I benefici ovviamente sono i risparmi, rispetto all’uso di combustibili fossili tradizionali, delle stesse voci.

Fino ad ora questi confronti tra le principali tecnologie alternative a basso impatto (eolico, solare, nucleare, idroelettrico, gas) davano risultati assai ambigui, perché ignoravano un aspetto essenziale: eolico e solare sono, al contrario delle altre, “fonti intermittenti”, cioè dipendono da condizioni naturali, che sono esterne e variabili. Questo comporta che per assicurare una fornitura data di energia elettrica, occorre necessariamente predisporre anche “fonti continue”, i cui costi vanno computati nel quadro complessivo per eolico e solare, ma non per le altre fonti: nucleare, idroelettrico e gas garantiscono continuità di produzione di energia elettrica. I risultati finali non sembrano lasciare più dubbi: considerando tutti i costi e tutti i benefici, anche quelli ambientali, prevale nettamente il gas, seguito da idroelettrico e nucleare. I peggiori sono eolico e solare, per i quali addirittura i costi superano i benefici, ambiente compreso. E di gran lunga il peggiore è il solare. Questo risulta assumendo un costo sociale per tonnellata di CO2 di 50 dollari. Occorre ovviamente tener conto che il nucleare e l’idroelettrico hanno altri gravi problemi ambientali, su cui qui non è possibile dilungarsi ora, e che il valore di 50 dollari per il costo sociale delle emissioni è basso rispetto a quello massimo stabilito dalla Commissione europea, che è di 100 euro per tonnellata di CO2. Ma il fatto più rilevante è che qualsiasi sia il costo sociale attribuito all’inquinamento, anche molto al di sopra dei 100 euro a tonnellata, la gerarchia tra le politiche non cambierebbe: il gas risulterebbe comunque prevalere nettamente su eolico e solare. Cioè ridurre l’inquinamento per produrre elettricità sussidiando queste ultime fonti appare un assurdo spreco di soldi pubblici, che giova unicamente alle lobby dei produttori di queste tecnologie.

Dal Fatto Quotidiano del 21 agosto 2014