Palme, vento caldo e ricordi: “Certo che ho nostalgia. Di tutte le cose belle del lavoro e della vita che sono svanite e degli angoli a Sud che ho dovuto lasciare. Peccato. So che la bellezza di ieri non si può riprodurre, ma ho a lungo sperato che la parte sana dello sport che abito da quasi mezzo secolo, quella incontrata al principio tra Palermo, Licata e Foggia, potesse evolvere e migliorare ulteriormente. Invece siamo riusciti solo a peggiorarlo il calcio. Peccato”. Dall’ex Cecoslovacchia – “Vivevo a Praga 4, nei pressi del ponte di ferro e la nostalgia, vale naturalmente anche per le origini” – a Cagliari il volo di Zeman è un’apertura d’ali che non conosce esilio. “Nel sistema mi sento solo, nella quotidianità no. La gente che come me non appartiene al sistema di potere mi apprezza e mi vuol bene. In Sardegna come a Roma. Sembra una sciocchezza, ma non lo è. L’affetto mi ripaga di ogni amarezza”. In maglietta rossa e pantaloni corti, Zeman corre incontro all’ennesima cattedra del suo insegnare contrastato con l’entusiasmo dell’età acerba. A un’ora di aereo, in un albergo a due passi dagli hangar di Fiumicino, i padroni del vapore hanno fatto girare le eliche nella direzione a loro congeniale. Dal rullare confuso di agosto è uscito l’ibrido profilo di Carlo Tavecchio ed è ancora alla parola “sistema” che Zeman torna per analizzare quel che gli pare lapalissiano: “È difficile cambiare il sistema calcio perché il sistema ha questi personaggi. Tavecchio è stato eletto perché ha l’appoggio di questi signori. Tutto qui, senza sorpresa”.

Non le pare una pessima notizia?
Come glielo posso spiegare? Se c’è un sistema e non si cambiano le persone che formano quel sistema, il sistema sarà sempre identico a se stesso.

Forse gattopardescamente, si voleva cambiare guida perché non cambiasse nulla.
Se si vuole rinnovare, si cambiano le persone. Altrimenti si va avanti così. È difficile che si cambi davvero orizzonte senza cambiare i personaggi, mi pare logico.

Sono andati avanti così. Restituendo un’idea padronale del pallone.
La novità? Il calcio ha sempre rappresentato una casta a parte.

Se Zeman fosse stato un grande elettore avrebbe preferito Tavecchio o Albertini?
Non posso giudicare, non ho elementi. Sono fuori da quel giro. Non conosco i programmi, cosa vogliano davvero fare o non fare. Il movimento non è abbastanza coeso e non c’è una linea comune. Oggi come ieri mi sembra che il principale obbiettivo di chi governa il gioco sia il business e che i padroni del pallone si interessino poco al calcio giocato.

Le dispiace? In fondo avrebbe potuto seguire il consiglio che Marcello Lippi le diede dieci anni fa, andare altrove: “Non si può criticare il sistema facendone parte”.
Se a uno non piace il mare in cui nuota, può sempre decidere di non bagnarsi in quell’acqua. Il discorso mi invitava a togliermi dai piedi e suonava più o meno così. Invece io sono rimasto nel calcio perché mi piace. Ho sempre cercato di fare qualcosa per migliorarlo, forse non abbastanza.

Pensa di aver commesso qualche errore?
Non mi pento di nulla e non ho niente da farmi perdonare, ma sicuramente ho sbagliato anche io. Il dogma dell’infallibilità non l’ho mai coltivato.

Il sospetto è che a Roma, a margine dell’elezione di Tavecchio, sia andata in onda una vecchia replica dell’antico cabaret in cui non temiamo rivali.
Sì, il sospetto c’è, ma ripeto: per me è difficile giudicare. Son due mesi che sento parlare di candidati, ma di programmi reali e proposte focalizzate su quel che bisognerà fare domani, non ne ho sentite.

Avrà però sentito la battuta di Tavecchio su Optì Poba e il ministro degli Interni discettare di Vu’ cumprà.
Il razzismo è un’altra cosa. Significa odiare l’altra razza e né Tavecchio né Alfano odiano l’altra razza. Qualcuno ha evocato il razzismo, ma è un’etichetta che non mi convince. Un automatismo troppo facile. Se tifosi fischiano nero è razzismo, se tifosi fischiano bianco è normale. Qualcosa non torna. Io sono bianco, ma a Torino, per dire, sono stato trattato molto peggio di quanto non sia mai accaduto a Balotelli.

Con Torino e la Juventus i rapporti sono da sempre complicati.
Non con la Juventus, di cui da ragazzo ero anche tifoso. Ma con alcuni dirigenti.

Molto prima di Moggi c’era Gianni Agnelli: “Zeman è il nipote di Vycpalek e dovrebbe esserci grato. Portandolo in Italia, noi abbiamo salvato Vycpalek dalla Cecoslovacchia comunista”.
Una battuta modestissima, ma battute infelici prima o poi capitano a tutti, anche a Tavecchio. La Juve comunque non salvò proprio nessuno. All’epoca mio zio era considerato il più grande talento del calcio ceco. Quindi la Juve, semplicemente, comprò un giocatore. Un giocatore importante.

Torniamo alle ipotesi per salvare il calcio. L’abbiamo sentita parlare di modello francese, di vivai su base regionale. Altre proposte in tema?
Il calcio italiano ha grandi tare. Soffrono i settori giovanili, manca la cultura del lavoro, domina l’ossessione per il risultato da raggiungere a qualsiasi costo.

Per lei la regola non vale.
Per me vale l’unica regola a cui mi sia sempre appellato. Lavorare per far divertire il pubblico.

Ultimamente il pubblico pagante, tra lutti e sparatorie, non si è divertito granché.
Allo stadio Olimpico, per la finale di Coppa Italia, c’ero anch’io. Ho visto tutto e come è ovvio, ho riflettuto.

Ci mette a parte del ragionamento?
Non riesco a catalogare questa gente chiamandola “tifosi”. Non hanno interessi sulla partita giocata né sullo spettacolo, ma hanno molti altri seri problemi. Quello che non possono fare in mezzo alla strada, magicamente, diventa lecito allo stadio. Se lo fanno in mezzo alla strada pagano, invece in quella zona franca possono sfogarsi e fare di tutto perché ogni nefandezza gli è permessa.

Aveva ragione Capello? Il calcio italiano è in mano agli ultras?
I veri tifosi sono altri e ce ne sono tanti. Tantissimi anche in quella sera di maggio all’Olimpico. Sessantamila persone che del signor Carogna non sapevano nulla e 150 individui che tenevano in ostaggio tutti gli altri. Cercare di eliminare quei 150 per dare al resto dello stadio la possibilità di godersi pienamente lo spettacolo è un problema non più rimandabile.

I tifosi pretendono liberta d’azione?
Dichiarano impunemente: “La società sportiva siamo noi”.

Le sembra assurdo anche a livello identitario?
Se lo pensi, fatti avanti. Compra i giocatori, paga l’ordinaria e anche la straordinaria amministrazione. Altrimenti si tratta di arbitrio. Di prepotenza .

Le società sono davvero impotenti e terrorizzate?
Molte società si spaventano, sì. Ma l’antidoto alla violenza esiste. In Inghilterra volevano risolvere il problema e l’hanno risolto.

A Licata, trent’anni fa, di cosa aveva paura?
Di niente. A quel tempo non c’erano problemi, specialmente di quel tipo. Era diverso il calcio. Diverso il mondo.

Si discute molto di nuovi stadi sicuri da costruire. Sul tema il Parlamento ha lavorato senza sosta.
Il problema della modernità degli stadi italiani esiste, però quelli che ne parlano e si sono adoperati per far passare le leggi in Parlamento, mi pare guardino ad altri obbiettivi.

Quali, Zeman?
Se non immaginano palazzi e supermercati da costruire intorno allo stadio non sono contenti.

Quindi?
Quindi per me costruire nuovi stadi non è esigenza di calcio, visto che è esigenza di altra natura. Invece di edificarli da zero, si potrebbero aggiustare. Per tacere del fatto che a Roma, un posto per lo stadio migliore di quel che c’è adesso, non esiste.

Anche la Lazio vorrebbe una nuova casa. Che idea ha del calcio italiano Lotito, il grande elettore di Tavecchio?
Non posso scendere fin lì, non voglio.

Cambiamo argomento. Tavecchio vorrebbe Antonio Conte allenatore della Nazionale.
Il termine è sbagliato. Non esiste l’allenatore della Nazionale.

Come non esiste?
Non esiste. Non c’è tempo per lavorare, convocare i giocatori, ridurre le proteste delle società. Conte è bravo, ma in quel ruolo non lo vedo.

Perché?
Perché Conte è un allenatore. Ha bisogno del campo. Ha bisogno di urlare, di guardare in faccia i giocatori. Tutte cose che con i calendari attuali confinano con l’utopia.

L’identikit del successore di Prandelli, quindi?
Uno che abbia un buon occhio per scegliere i giocatori che stanno bene in un dato momento e quelli funzionali al proprio modulo. Ciò che non è successo all’Italia in Brasile.

Spedizione disastrosa, concorda?
Il problema del calcio italiano è ampio e l’eliminazione dal Mondiale è solo una parte del tutto. Se Prandelli avesse battuto la Costa Rica nessuno avrebbe detto niente.

Invece l’Italia ha perso.
E noi abbiamo risolto la questione dando la colpa a Balotelli. Ora sembra che il Mondiale l’abbia perso lui e il sistema va avanti come sempre. Come se nulla fosse. Con il capro espiatorio di turno siamo abituati a fare così.

Così come, Zeman?
Prima innalziamo un Dio sull’altare, poi lo sacrifichiamo. Dopo la prima partita Balotelli era trattato come Pelè. Al primo intoppo, giù bastonate. Siamo stati eliminati dal Mondiale perché Balotelli non si comporta bene? Cerchiamo di essere seri che è meglio.

A proposito. Pjanic sostiene che con lei si allenava senza gioia, piacere né divertimento.
Io continuo a pensare che lo sport professionistico fa parte di quelle discipline in cui per ricevere soddisfazioni bisogna lavorare. Per molti giocatori invece, allenamenti ed esercizi sono parco dei giochi. E per la mia mentalità, parco dei giochi con professionismo ha poco a che fare.

Al prossimo incrocio con la Roma stringerà la mano a De Rossi?
Non ho mai avuto un problema con De Rossi. Può essere accaduto il contrario e forse era lui ad avere qualche problema con me. Se non rendeva secondo le aspettative, comunque, non mi ritengo responsabile.

Ai tempi dei leggendari ritiri estivi del primo Zeman, a base di patate lesse, dieta ferrea e gradoni, i suoi calciatori non erano contenti.
Chi mi ha seguito non se ne è mai pentito. Per un mio allenamento, in 40 anni, non è mai morto nessuno.

Le è mai accaduto che un giocatore si sia lamentato con lei? Che le abbia espresso sinceramente le proprie perplessità?
In faccia nessuno mi ha mai detto niente, però mi dispiace che a volte accada dietro le spalle. Ai ragazzi faccio inviti continui: “Se avete qualche cosa da eccepire, venite da me. Ci possiamo chiarire”.

Forse si sentono intimiditi. Sembra che ai tempi della Roma il giovane Tallo amasse ironizzare durante le sedute a Trigoria: “Parla più forte, non si capisce niente”.
Non l’ho sentito neanche io, quindi non posso commentarlo. (Sorride)

Si ricorda cosa disse su di lei Gianluca Vialli?
Ne ha dette tante, ma dica pure, tanto una querela in più una in meno cosa vuole che cambi?

Vialli sostiene che lei sia furbo: “È un grandissimo paraculo, combatte le battaglie che gli convengono e si dimentica del resto”.
Non capisco, io difendo le cose nelle quali credo. Lo faccio da sempre. Senza sforzi.

È vero che la scoprì Dell’Utri e le fece allenare la Bacigalupo?
Mah, veramente quando arrivai a Palermo giocavo a pallavolo in serie B e nella mia squadra c’era un ragazzo che correva anche dietro a un pallone. Mi portò al Cinisi. Poi ho girato un po’ di chiese pallonare, dalla Carini alla Bacigalupo, la squadra che aveva il campo di fronte alla vecchia Favorita. “Posso dare una mano con i ragazzi”, dissi. La storia iniziò così.

A Cagliari si aspettano di riscriverla con lei. Il suo presidente, Giulini, ha promesso di arrivare in Champions entro il 2020.
Sono contento che il presidente abbia ambizioni. Nello sport sono fondamentali. Poi bisogna anche rendersi conto della realtà. Se si vuole arrivare da qualche parte, bisogna anche conoscere la strada giusta. Di solito nel calcio tutti parlano di progetto e dopo un mese il progetto è già morto. Speriamo che il nostro duri a lungo. Sono fiducioso. Per me spazio dove non ci sono soldi è spazio più grande e più prezioso che esista. È spazio delle idee. Le idee non le hanno solo i ricchi.

Lo sosteneva anche Manlio Scopigno, tecnico del Cagliari scudetto del ’70, al quale la paragonano.
Uno che aveva le sue idee e non si lasciava influenzare né condizionare dagli altri.

Sembra il suo autoscatto. Scopigno come lei fumava molto e quando trovava i giocatori chini sulla briscola nelle loro stanze colme di fumo, ne accendeva una insieme a loro.
Non è cambiato il rapporto tra allenatore e giocatore, è cambiato quello tra i giocatori. Una volta andavano a mangiare tra loro e trascorrevano uniti il tempo del ritiro. Oggi fai tre fischi, chiudi la seduta e li vedi fuggire. Uno scappa a destra, uno a sinistra e non si trovano più. Dovrebbero passare un po’ di tempo insieme e parlare, invece si mettono le cuffie, si chiudono in camera e vanno su Facebook finendo per stare da soli. E da soli si sta molto bene, ma il gruppo non si crea.

Lei a carte in ritiro gioca ancora?
Sono sempre stato per una sana partita a carte, anche se per ragioni oscure molte società le vietano. Ma se non ci sono soldi in ballo, che male c’è? E soprattutto, poi, se i soldi non li giocano a carte, li investono altrove che è anche peggio.

Buffon, il capitano della nazionale, scommetteva on line cifre rilevanti, ma non sul calcio.
Io giocavo la schedina del Totocalcio all’epoca in cui costava 200 lire. Oggi non faccio più nemmeno quello. Quando si esagera, si esagera.

Guardiola ha detto che lei è stato coraggioso.
Non credo, il coraggio serve per altre cose.

Serve anche a promettere di poter realizzare i sogni?
Faccio quel che posso. Mi piace promettere massimo impegno. Mi auguro che basti per non retrocedere.

Allenatori che stima?
Ventura del Torino. Forse è arrivato troppo tardi in serie A e non è più giovane, ma a Pisa e a Bari ha fatto un bel lavoro. Come si capisce simpatizzo per gli ultrasessantacinquenni.

Si capisce, in effetti…
Io non penso mai a quanti anni ho, discorso dell’età non mi sembra interessante. I 67 anni li avverto. Qualche dolorino qui e là e fisicamente non riesco più a fare quel che facevo prima, ma mentalmente non mi sento vecchio.

È arrivato fino a qui. E pensare che a Salerno le avevano pronosticato un precoce Viale del Tramonto: “Dopo Salerno, Napoli e Avellino ti rimane solo la panchina del lungomare”.
Sul lungomare sono sempre stato benissimo e in silenzio sto divinamente.

Come i sardi.
A me piace ascoltare gli altri, per poi magari rendermi conto che dicono tante cazzate.

Da Il Fatto Quotidiano del 13 Agosto 2014