All’inizio erano i teatri, a Torino il Colosseo di via Madama Cristina e l’Alfieri di piazza Solferino. Poi i teatri non bastavano più, ci voleva il Palastampa, a fianco del Delle Alpi, oggi Juventus Stadium. Ma il risultato era sempre lo stesso: una platea gremita da un pubblico osmoticamente connesso con un uomo la cui energia era capace di andare ben oltre la gittata delle goccioline di sudore che, copiose, spandeva sulle prime file.

Era il 1999, forse il 2000, ed ero una matricola universitaria: seguivo Beppe da sempre, perché in famiglia Grillo era già da un decennio percepito come un opinion leader più che un “semplice” comico, assurto quasi a venerabile martire dopo la stupenda barzelletta sui socialisti in viaggio a Pechino che gli costò, di fatto, la carriera sulla tv pubblica. Da quel 1999 ho vissuto, come migliaia di spettatori in tutta Italia (e non solo), l’ebrezza di tutti i tour di Beppe: ridevo a battute fulminanti, come quella sulle ragadi del canguro nano, mi commuovevo davanti ai testimoni di mafia che hanno scelto di denunciare (avendone la vita sconvolta per sempre), mi indignavo per gli scandali segnalati con largo anticipo rispetto ai tradizionali canali infirmativi e scoprivo in anteprima servizi web oggi ben noti ma all’epoca ai più sconosciuti, come Wikipedia e Skype. Chi è passato da quei tour sa di cosa parlo. 

In quel turbine di emozioni, certamente preda dell’ingenuità che ai vent’anni si può perdonare, mi sembrava che nulla avrebbe potuto scalfire il consenso che Grillo si stava guadagnando sul campo, esposto in prima persona a continui rischi di boicottaggio e fallimento. Mi sembrava poi, e da un punto di vista sociologico è assai più significativo, che il comico genovese fosse l’unica fonte di informazione credibile a disposizione in Italia. Per il resto, complotti. Ovunque. L’auto a idrogeno era da tempo nei cassetti delle multinazionali dell’auto, che si guardavano bene dall’immetterla sul mercato pressate dalle corporation petrolifere; la conoscenza aperta e democratica (cioè, nel vocabolario grillino, “dal basso”) era a portata di click www.wikipedia.org, ma al tour precedente Internet era una “tecnologia che ci prende per il culo”; la maggior parte degli alimenti di largo consumo erano zeppi di metalli pesanti emessi dagli inceneritori (la battuta sugli stronzetti duri come il titanio per colpa delle macine mi fa ridere ancora adesso), che si reggono economicamente solo grazie alla legge (lui direbbe truffa) dei Cip6. Ogniqualvolta l’occasione lo consentiva (e, talvolta, anche quando non lo consentiva, proprio come nel caso degli inceneritori, ma ci torneremo altrove) la situazione italiana era resa ancora più impietosa dal confronto con l’estero.

Quelli che ho richiamati sono pochi esempi, necessariamente ridotti in funzione dello spazio a disposizione, ma non scelti a caso. Il primo, allo stato delle conoscenze attuali, è palesemente un’illazione. L’elogio incondizionato di Wikipedia, invece, è sintomo di una lettura banale e banalizzante delle potenzialità dei new media: non si tratta di esprimere giudizi di valore, men che meno negativi, sull’ampliamento dell’offerta comunicativa reso possibile dalla tecnologia, quanto di dotarsi degli strumenti minimi per metabolizzare in maniera critica, cioè non passiva, il messaggio. Un mestiere ben più antico di Internet, ma quanto mai necessario nell’era digitale (è sufficiente scorrere le pagine wiki di temi di cui siamo competenti per cogliere che “dal basso” non si traduce  per se in un attestato di qualità della conoscenza). Infine, il caso degli inceneritori è forse il nodo più intricato: sono pronto ad accogliere smentite ed eventualmente drizzare il tiro, ma né a me né a miei colleghi patologi risultano in letteratura studi basati su dati scientificamente attendibili che si richiamino esplicitamente alla lista dei cibi contaminati da metalli presentata nel corso degli spettacoli. È invece innegabile che, senza i contributi statali nascosti in bolletta, gli inceneritori sarebbero economicamente insostenibili.

Non senza qualche semplificazione, ma mi riprometto di ampliare nella discussione, gli assi cardinali della strategia comunicativa perseguita da Grillo nei suoi spettacoli possono essere così richiamati:

  1. Ricorso al verosimile (elementi di verità mescolati a dati e informazioni lacunose o inattendibili) sul piano fontologico;

  2. Banalizzazione della complessità originaria della fonte sul piano del contenuto;

  3. Combinazione di uno stile retorico-persuasivo e di un tono emotivo-suggestivo dal punto di vista della forma.

Come ben aveva intuito in tempi non sospetti Daniele Luttazzi, quando migliaia di persone urlano esaltate davanti alla distruzione di un pc e, la volta dopo, dinnanzi alle mirabilia che quel pc promette, la reazione del destinatario non è da imputare al contenuto del messaggio, ma a come è stato messo in forma dall’emittente.