Quando Matteo Renzi per la prima volta disse che il testo per la riforma del Senato avrebbe ottenuto il primo sì l’8 agosto, tutti hanno pensato alla pila di emendamenti (quasi 8mila) e all’ostruzionismo fino all’ultimo ordine del giorno. Poi il “canguro”, il contingentamento dei tempi, la quasi assenza del ricorso al voto segreto e la paura di vedere slittate le vacanze hanno fatto il resto. Così alla vigilia della “data di scadenza”, Palazzo Madama termina di esaminare articoli e proposte di modifica e domani mattina (8 agosto) dalle 9.30 si procederà con le dichiarazioni di voto. Finisce come era cominciata: tra bagarre, attacchi e critiche al presidente del Senato Piero Grasso e le proteste di M5S e Lega Nord. In mattinata la denuncia di alcuni “pianisti” tra i banchi di Forza Italia. Poi un senatore, Stefano Lucidi, è stato espulso per essersi imbavagliato in segno di dissenso. I suoi colleghi hanno cercato di impedire la cacciata. Finisce in qualche modo, ma è solo la prima puntata: il testo di riforma costituzionale, se otterrà il probabile primo via libera, dovrà ottenere due approvazioni in ogni camera. E la seconda dovrà essere con una maggioranza di 2/3 oppure si dovrà procedere con un referendum popolare. “In ogni caso”, ha ribadito in Aula il ministro per le riforme Maria Elena Boschi, “ci rivolgeremo come ultima valutazione ai cittadini”. Toni di entusiasmo dal presidente del Consiglio che a “In Onda” ha detto: “Oggi si è finito di votare gli emendamenti alla riforma del Senato. Scommettevano che non ce l’avremmo fatta, ora io dico grazie ai senatori che hanno sopportato gli insulti e hanno portato a casa il voto di 7000 emendamenti alcuni dei quali ostruzionistici”.

Intanto oggi sono stati approvati gli ultimi articoli della riforma del Senato con alcuni significativi interventi. Doppia soglia per i referendum abrogativi, introduzione dei referendum “propositivi”, innalzamento (anche se inferiore alle prime intenzioni) delle firme necessarie ai disegni di legge di iniziativa popolare, varo del ddl con “corsia preferenziale” se ritenuto urgente dal governo. Via libera anche alla norma ‘anti-batman’ che prevede lo stop a tutti i “rimborsi o analoghi trasferimenti monetari ai gruppi politici presenti nei consigli regionali”. Resta invece l’indennità e la carica per i senatori a vita attuali.

M5S contro i pianisti. Bagarre al Senato: espulso senatore
Pianisti, bavagli ed espulsioni. Dopo qualche giorno di isolamento delle opposizioni, dentro e fuori dall’Aula in segno di protesta, oggi sono tornati a scaldarsi gli animi. “Chiunque interrompe i lavori d’Aula non potrà stare in Aula”. Il presidente Piero Grasso espelle il parlamentare Stefano Lucidi del Movimento 5 stelle. “Se vuole rientrare, basta che lo chieda. Altrimenti continui a fare “. L’Aula viene sospesa per qualche minuto e il grillino imbavagliato in segno di protesta si aggrappa ai banchi prima di uscire. Poco dopo è la volta dello scontro tra il senatore M5S Andrea Cioffi e il democratico Stefano Esposito: scambio di offesa a distanza e contatto sfiorato da assistente d’Aula. Giornata lunga e anche tesa, con il Movimento Cinque Stelle e la Lega Nord che denunciano dalla mattinata votazioni irregolari con “pianisti” e palline incastrate nelle buchette dei pulsanti dei seggi, soprattutto tra i banchi di Forza Italia. “Anche con la riforma della Costituzione non riescono a rimanere nella legalità, il cittadino Ciampolillo è andato personalmente a rimuovere la pallina incastrata nella buca dei pulsanti per le votazioni della senatrice di Forza Italia – ha affermato a un cero punto la senatrice del M5S Vilma Moronese – Con questo trucco da vecchi imbroglioni delle peggiori bische clandestine riescono a votare pur andando in giro, al bar o a fare altro. Questi sono i personaggi che stanno cambiando la Costituzione”. Uno scontro a distanza che è iniziato durante la conduzione dei lavori da parte della vicepresidente Valeria Fedeli (Pd) ed è proseguita quando si è tornato il presidente Grasso. “Sulla riforma della Costituzione si è consumato uno strappo istituzionale difficilmente ricomponibile”, dice Raffaele Volpi (Lega). “La realtà facilmente verificabile è che sono stati viziati e piegati alla maggioranza regolamenti e prassi e che si sia giocata una partita senza arbitri compreso quelli che avevano assicurato una vigilanza. Una pagina brutta per la storia parlamentare che rimarrà nella memoria ancor di più perché si è discusso della Costituzione come se si trattasse di un regolamento di condominio“.

 

Doppia soglia per firme e quorum per i referendum abrogativi
Entra in Costituzione, innanzitutto, la doppia soglia per firme e quorum per i referendum abrogativi dopo l’ok a un emendamento dei relatori. Se le firme sono 500mila, il quorum è 50% più uno degli aventi diritto. Se sono 800mila, il quorum è la maggioranza dei votanti. Rimane l’interdizione per i referendum sulle leggi tributarie e di bilancio sulla amnistia e l’indulto e sulla autorizzazione a ratificare i trattati internazionali.

 

Arriva il referendum “propositivo e d’indirizzo”
Con l’approvazione degli articoli 10 e 11 del disegno di legge, invece, viene riscritto l’iter di formazione delle leggi previsto dalla Costituzione (viene affidato prioritariamente il compito di legiferare alla Camera dei deputati mentre all’Aula di Palazzo Madama vengono attribuite competenze su leggi specifiche, come quelle costituzionali), mentre con una nuova formulazione salgono a 150mila le firme necessarie per la presentazione di leggi di iniziativa popolare. Nella Carta, infine, è stata inserita la possibilità di indire un referendum propositivo e d’indirizzo. Le modalità di attuazione saranno decise con legge approvata da entrambe le Camere. 

Ok ai disegni di legge con “corsia preferenziale”
L’ok è arrivato anche all’articolo 12 che introduce in Costituzione la cosiddetta “corsia preferenziale” che può essere chiesta dal Governo su un ddl indicato come “essenziale per l’attuazione del programma di governo”. Vengono posti, però, dei paletti alla corsia preferenziale governativa. E’ passato, tuttavia, un emendamento dei relatori che limita questa possibilità: sono escluse le materie su cui resta il bicameralismo paritario indicate dal primo comma del nuovo articolo 70 e “in ogni caso, le leggi in materia elettorale, le leggi di ratifica dei trattati internazionali e le leggi per la cui approvazione è prevista una maggioranza speciale”. Il Senato ha anche approvato un emendamento, proposto dalla relatrice Anna Finocchiaro (Pd) che elimina il termine di 20 giorni previsto per il voto finale della Camera su un disegno di legge modificato dal Senato e già approvato dalla Camera in prima lettura. Rimane fissato in 10 giorni il termine per il Senato di decidere di esaminare un provvedimento e in 30 per votarlo. Sullo stesso argomento anche Sel aveva presentato un emendamento. 

Passa la norma “anti-Fiorito”: stop a rimborsi ai gruppi regionali
Ok dell’aula del Senato alla norma ‘anti-Batman’ o meglio ‘anti-Fiorito’. Con l’approvazione dell’articolo 39 del disegno di legge sulle riforme costituzionali in aula al Senato infatti si dispone che “non possono essere corrisposti rimborsi o analoghi trasferimenti monetari recanti oneri a carico della finanza pubblica in favore dei gruppi politici presenti nei consigli regionali”.

Approvato tetto stipendio per consigliere regionali
Ok del Senato all’art. 34 del ddl riforme con 180 sì, 24 no, 15 astenuti. L’articolo prevede la modifica dell’art. 122 della Costituzione al fine di porre un limite agli emolumenti dei componenti degli organi regionali – compreso il Presidente – di modo che non possano superare l’importo di quelli spettanti ai sindaci dei comuni capoluogo di regione. Passa anche l’articolo 35 con il quale si sopprime la Commissione parlamentare per le questioni regionali. Il decreto di soppressione è adottato previo parere del Senato.

Membri della Consulta non saranno più eletti in seduta comune
Passa l’articolo 36 del ddl Riforme con 188 favorevoli e 31 favorevoli, che interviene sull’elezione dei giudidici del Csm L’articolo dispone che cinque dei giudici della Corte costituzionale attualmente nominati dal Parlamento in seduta comune siano invece nominati in modo distinto dalle due Camere, in ragione di tre da parte della Camera dei deputati e di due da parte del Senato delle Autonomie. Resta invece ferma l’elezione del Parlamento in seduta comune di un terzo dei componenti elettivi del Consiglio superiore della magistratura. La Corte costituzionale, quindi, è composta di quindici giudici, dei quali un terzo nominati dal presidente della Repubblica, un terzo dalle supreme magistrature ordinaria ed amministrative, tre dalla Camera dei deputati e due dal Senato delle Autonomie.

Più autonomia alle Regioni in regola con i bilanci
Ok all’articolo 29 con il quale si stabilisce che le Regioni a statuto ordinario possono godere di maggiori autonomie su determinate materie, ma solo se la Regione è “in condizione di equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio”. L’articolo è stato modificato da un emendamento firmato da senatori Pd, Lega e uno di di Forza Italia che stabilisce che l’autonomia è limitata all’organizzazione, in tema di giustizia di pace, istruzione, tutela dei beni culturali, turismo e sport, governo del territorio. 

Resta indennità e carica per gli attuali senatori a vita
Restano indennità e carica degli attuali senatori a vita anche dopo l’entrata in vigore del ddl riforme. E’ stato infatti approvato l’emendamento Pagliari alle disposizioni transitorie secondo cui “i senatori a vita in carica alla data di entrata in vigore della presente legge costituzionale permangono ad ogni effetto quali membri” del futuro Senato. L’emendamento – in merito al quale il Governo si è rimesso all’Aula – è stato approvato con 165 sì, 91 no e 15 astenuti.  

Approvato ruolo unico dipendenti delle Camere
L’aula del Senato ha approvato l’art.40, il penultimo (ma il 38 è stato accantonato) della riforma costituzionale, con 197 sì, 27 no e 10 astenuti. Fra i punti principali, l’integrazione funzionale del personale di Camera e Senato, per il quale viene istituito un “ruolo unico”. Nell’articolo 39 emendato dai relatori è previsto che gli ex Presidenti della Repubblica faranno parte del Senato di diritto, mentre in ogni momento non potranno essere più di cinque i senatori di nomina presidenziale. L’aula, che era stata sospesa dopo la votazione, dovrà pronunciarsi sull’emendamento Calderoli che fissa in ogni caso che l’entrata in vigore della riforma non avverrà prima del 18 novembre 2016.

Riforma entrerà in vigore dal 2016
Le disposizioni del ddl Riforme “si applicano a decorrere dalla legislatura successiva allo scioglimento di entrambe le Camere”. È quanto prevede l’articolo 40 dello stesso ddl approvato dal Senato. Sul punto interviene un ordine del giorno, presentato dal relatore Roberto Calderoli (Lega Nord) e accettato dal governo, che impegna l’esecutivo a far entrare in vigore la riforma non prima del 18 novembre 2016, non prima cioè dei mille giorni in cui il premier, Matteo Renzi, ha promesso di attuare il proprio processo riformatore, sia in campo istituzionale ma anche economico, ha spiegato lo stesso Calderoli al termine dei lavori.