Stefano Bonilli se n’è andato ieri sera, all’improvviso, lasciando di sasso un intero mondo: quello dell’enogastronomia italiana.

Classe 1945, cresciuto a Bologna, viveva “da sempre” nel cuore di Roma, città che amava molto e dove si è svolta tanta parte del suo percorso professionale e di vita.

Giornalista de il Manifesto prima e poi della Rai, è stato sin dalla metà degli anni ’80 uno dei protagonisti di quella vera e propria rivoluzione che la cultura gastronomica ha vissuto nel nostro Paese, fino ai successi (e agli eccessi) odierni.

Se oggi il vino è una delle punte di diamante del nostro export, se i nostri cuochi sono affermati professionisti noti in tutto il mondo, se il settore della produzione alimentare di qualità è uno di quelli che più contribuiscono a dare una bella immagine del nostro bistrattato Paese, certamente Stefano è una delle persone (non tante, in fin dei conti) a cui bisogna dire grazie.

Occorre tornare a quell’Italia di metà anni ’80 per far capire, a chi non lo ha conosciuto, chi è stato Stefano Bonilli e per quali intuizioni dobbiamo oggi ricordarlo e ringraziarlo. Erano anni in cui di cibo e vino non si parlava né sui giornali, né alla radio e in televisione. Per leggere qualcosa dovevi cercare i pezzi di Gino Veronelli o Gianni Brera, splendide penne che facevano però una corsa solitaria e forse – loro malgrado – troppo elitaria. La voglia di rendere più accessibile e democratico il verbo della buona tavola accomunava Bonilli e Carlo Petrini, che si erano conosciuti nei primi anni ’70 a il Manifesto, e che si ritrovarono nella primavera del 1986 per una di quelle vicende che nella vita non puoi pianificare: lo scandalo del vino al metanolo portò Bonilli nelle Langhe a fare un servizio per la Rai e ad incontrare di nuovo l’amico di vecchia data.

Bonilli, allora quarantenne, e Petrini, appena quattro anni in meno, avevano fantasia ed energia da vendere: in pochi mesi furono protagonisti di una serie di episodi che avrebbero cambiato per sempre la storia dell’enogastronomia italiana, lasciando segni che ancora oggi sono ben vivi e forti. Nel luglio 1986 nasceva infatti Arcigola, la prima pietra del movimento Slow Food, con Petrini Presidente e Bonilli tra i fondatori. Da lì a poco Arcigola con Bonilli e Daniele Cernilli avrebbe dato vita alla casa editrice Il Gambero Rosso, la vera creatura di Stefano. E nell’autunno 1987 avrebbe visto la luce la prima edizione della guida Vini d’Italia, destinata a riscrivere le regole della critica enologica italiana, con i famosi Tre Bicchieri.

A partire dai primi anni ’90 le strade di Slow Food e del Gambero Rosso si separarono gradualmente, con le due organizzazioni impegnate a sviluppare i propri progetti in sempre maggiore autonomia. Stefano Bonilli, in particolare, seppe mettere a frutto la sua esperienza nel mondo Rai inaugurando, nel luglio 1999, il canale Gambero Rosso Channel. La capacità di anticipare i tempi, propria di Stefano, si ritrova anche nel suo rapporto con il web: fu tra i primi ad intuirne le potenzialità e a cercare di sfruttarle a beneficio della comunicazione gastronomica.

Oltre che un importante innovatore e un grande gourmet, Stefano è stato anche un ottimo maestro. Non si contano oggi quelli che lo ringraziano per aver insegnato loro un mestiere. Un mestiere che non esisteva, poiché fino a pochi anni fa chi scriveva di cibo e di vino era un autodidatta. Nessuna scuola e di fatto nemmeno nessuna bottega dove andare a imparare davvero il mestiere. Stefano, che conosceva il mestiere di giornalista, ha dapprima preso a bottega, al Gambero Rosso, tanti ragazzi e ragazze che hanno poi potuto coltivare anche in altre testate il loro talento. E poi ha costruito una vera e propria scuola di giornalismo enogastronomico dentro la Città del Gusto.

Il momento più difficile della sua carriera fu sicuramente il traumatico distacco dalla sua stessa creatura, la casa editrice Gambero Rosso (Bonilli fu licenziato nel settembre 2008 al culmine di una crisi della holding da lui stesso creata e passata poi di mano proprio negli anni che seguirono il grande investimento della Città del Gusto). Le cicatrici di quella vicenda erano evidenti e chi conosceva Bonilli non poté non vedere la sua grande sofferenza. Il fuoco sacro che ardeva in lui non era però spento del tutto e Stefano si lancio presto in nuove avventure editoriali, in nuovi dibattiti, in nuove riflessioni sul futuro della gastronomia e su come sarebbe stato necessario occuparsene.

Leggeva molto, Stefano. Scriveva bene. Sapeva raccontare storie memorabili della cucina italiana e dei suoi protagonisti. Ci sarebbe stato ancora tanto bisogno di lui, anche per discuterci animatamente – come è capitato anche a me, più di una volta in 23 anni di conoscenza – sapendo però sempre che dall’altra parte c’era un galantuomo che non faceva venire meno il rispetto. E che alla fine tutte le volte ti lasciava qualcosa di buono da tenere a mente.

Grazie Stefano, questo piccolo mondo ti deve tanto.