Una legge per favorire la crescita del “secondo welfare”. Cioè i servizi sociali forniti non dallo Stato, ma da “imprese, sindacati, fondazioni, assicurazioni, terzo settore ed enti locali”. A prevederlo è una proposta depositata alla Camera e al Senato a metà giugno e sottoscritta da un gruppo di parlamentari bipartisan (prime firme i piddini Carlo Dell’Aringa alla Camera e Giorgio Santini al Senato). In pratica il testo, intitolato “Istituzione del voucher universale per i servizi alla persona e alla famiglia”, dà il via libera a un sistema di incentivi fiscali mirati a spalancare ai soggetti privati le porte del settore della cura dei bambini e dell’assistenza a anziani e persone disabili. “Non si tratta di sostituire spesa pubblica con spesa privata”, assicura la relazione illustrativa, “ma di mobilitare risorse aggiuntive per bisogni e aspettative crescenti in un contesto di finanza pubblica fortemente vincolato e di resistenze politiche a un aumento della pressione fiscale”.

Contesto in cui “rischiano di rimanere scoperti i bisogni di protezione sociale delle categorie più deboli come gli anziani, le donne, i giovani, i disabili e i lavoratori flessibili che possono contare sempre meno sulla disponibilità di risorse pubbliche e che rischiano maggiormente di cadere sotto la soglia della povertà”. Di qui l’idea di creare un sistema di “buoni” simili a quelli esistenti già oggi per le prestazioni di lavoro occasionali dei collaboratori domestici o degli stagionali. Ma con una portata molto più ampia. A utilizzarli, infatti, potranno essere le famiglie, le imprese che forniscono ai dipendenti servizi di welfare aziendale e le amministrazioni locali che devono garantire ai cittadini assistenza per gli anziani, i bambini e le persone disabili. Con i voucher, stando alla proposta, sarà possibile pagare la colf o il giardiniere ma anche la fisioterapia, i lavori di manutenzione domestica, la retta dell’asilo nido, il doposcuola e il centro anziani, gestiti da soggetti privati o da onlus e associazioni. E per chi li userà saranno previste detrazioni e deduzioni: fino al 33% del costo totale sostenuto dalle famiglie. Mentre le imprese avranno diritto all’applicazione, sui benefit erogati attraverso i buoni, degli stessi sgravi già previsti per le prestazioni di welfare aziendale. Cioè i pacchetti di beni o servizi gratuiti o a prezzi calmierati offerti ai dipendenti da alcuni grandi gruppi ai loro dipendenti.

Novità che, nelle intenzioni, dovrebbero favorire l’emersione del lavoro nero nel campo dell’assistenza alla persona e “contribuire a un migliore equilibrio tra la vita lavorativa e quella personale”, aumentando così anche il lavoro femminile. Ma soprattutto “rendere sostenibile un moderno e più equo sistema di welfare basato sui principi della sussidiarietà”. Un “secondo pilastro”, appunto. Che, tirando le fila del ragionamento, dovrebbe sgravare lo Stato di una parte dei costi. E invece no. Anzi: il nuovo sistema costerebbe, a regime, oltre 680 milioni l’anno. I calcoli li ha fatti il Censis, già attivo nel promuovere forme di “integrazione tra pubblico e privato” per la sanità. Alla preparazione della proposta di legge il centro studi ha partecipato attivamente, insieme all’Istituto Luigi Sturzo guidato dall’ex banchiere Roberto Mazzotta, oggi presidente dell’Università San Raffaele. E, appunto, ha messo nero su bianco una “verifica di compatibilità” tra gli oneri che la legge comporterebbe e gli obiettivi di contenimento della spesa pubblica. I risultati non prefigurano un taglio delle uscite per le casse dello Stato. Nel primo anno gli interventi previsti costerebbero quasi 1,3 miliardi, che secondo il Censis scenderebbero a 273 milioni tenendo conto dei “benefici diretti e indiretti” originati dai voucher: per esempio il maggior gettito fiscale derivante dall’emersione del lavoro nero e dalla nuova occupazione e l’Iva sui consumi aggiuntivi delle famiglie e dei lavoratori. In effetti, la proposta di legge prevede anche l’istituzione di un fondo da 300 milioni di euro iscritto nello stato di previsione del ministero del Lavoro. Dopo cinque anni, con il sistema a regime, il costo netto salirebbe però a 688 milioni. Esborso giustificato con le stime sull’incremento occupazionale che dovrebbe derivare dall’introduzione dei buoni: 315mila nuovi occupati tra diretti e indiretti, oltre a 326mila persone la cui posizione verrebbe regolarizzata.

Visti gli interessi in gioco, quello dei costi non è l’unico punto di domanda suscitato dall’operazione. Come verranno scelte, per esempio, le aziende, le onlus e le associazioni abilitate dallo Stato a fornire i servizi e iscritte in un apposito albo tenuto dal ministero del Lavoro? Per ora non è dato saperlo: il testo firmato tra gli altri da Federica Chiavaroli (Ncd), Gianluigi Gigli (Popolari per l’Italia), Edoardo Patriarca, Stefania Pezzopane e Stefano Lepri (Pd), prevede una delega al governo che dovrà occuparsi dei provvedimenti attuativi. Mentre spetterà alle Regioni fissare i requisiti per l’iscrizione agli albi dei collaboratori domestici e degli assistenti alla persona e tenere gli elenchi delle imprese attive solo a livello locale.