L’80% del suo capitale è in mano al ministero dell’Economia. Ma per il suo presidente, Franco Bassanini, la Cassa depositi e prestiti “è un’istituzione finanziaria privata, ancorché con missione pubblica”. Missione, tuttavia, decisamente prevalente rispetto agli scopi che dovrebbero ispirare l’azione di un soggetto privato, se è vero che “interveniamo non per fare cassa ma per sostenere l’economia del Paese”. E negli ultimi anni, attraverso le privatizzazioni, “abbiamo comprato tempo che lo Stato non aveva”. Tant’è. D’altronde non è la prima volta che l‘ex ministro (governi Prodi I, D’Alema e Amato II) esprime idee apparentemente contrastanti sul ruolo della società a controllo pubblico che utilizza il risparmio postale per fornire “sostegno” all’economia e al sistema imprenditoriale nazionale. In maggio, intervistato dal Foglio, disse per esempio che la Cassa avrebbe dovuto imitare la vecchia Iri. Salvo poi smentire e precisare che, anzi, a Cdp serve una governance robusta che la metta al riparo dalle richieste della politica. Il presidente, d’altronde, non è espressione del Tesoro ma delle Fondazioni bancarie che hanno il 18% delle quote della Cassa.

“Lo Stato aveva bisogno di risorse subito, noi gliele abbiamo date” – Mercoledì, parlando in audizione alla commissione Bilancio della Camera, Bassanini è tornato sul tema ricordando che Cdp “è fuori dal perimetro della Pa” e dunque può “avere un ruolo nei processi di privatizzazione del patrimonio pubblico”. Perché “già la cessione di asset dello Stato a Cdp costituisce, secondo le regole europee, una privatizzazione”. Gli esempi di questo tipo di “partite di giro” certo non mancano. Ed ecco l’elenco del numero uno della Cassa, affiancato dall’ad Giovanni Gorno Tempini: “Quando noi abbiamo acquistato dallo Stato il 100% di Sace, il 100% di Fintecna e il 67% di Simest, pagando allo Stato qualcosa più di 9 miliardi, questi ultimi sono andati a ridurre il debito pubblico”. Casi in cui, ha sottolineato Bassanini con una perifrasi non molto rassicurante, “abbiamo comprato il tempo che lo Stato non aveva”. Cioè? “Aveva bisogno di acquisire subito determinate risorse, tempo per ragionare su queste forme di privatizzazione in modo da rafforzare il sistema produttivo, aprire mercati, trovare partner validi e opportunità di investimento”. E la Cassa gli ha “regalato” quel tempo, utilizzando a questo fine i risparmi postali investiti dagli italiani nei suoi buoni fruttiferi. 

E ora arriva anche il “secondo livello” – Ma l’intervento della Cassa non finirà qui: “Si può poi ragionare su forme di privatizzazione di secondo livello”, cioè la cessione di quote detenute dallo Stato attraverso società a loro volta partecipate o controllate, “per aprire dei mercati alle nostre imprese, per aprire valide opportunità di investimento in Italia senza lasciar spazio ad azioni predatorie”. Rientrerebbe in questa categoria, per capirsi, la cessione di una quota di Fincantieri. “Se noi mettiamo sul mercato il 30% di Fincantieri, si riduce il perimetro delle partecipazioni pubbliche indirette”.

La quotazione Fincantieri? “Definirla insuccesso è autolesionistico” – Peccato che il primo tentativo sia andato maluccio, con Fintecna, la società di Cdp che controlla il gruppo della cantieristica, costretta a ritirare la propria quota dalla vendita prima dello sbarco in Borsa. Un insuccesso? Affatto, secondo Bassanini. Anzi, giudicare tale la quotazione sarebbe “autolesionistico”, considerato che fino a qualche anno fa “gli analisti ci spiegavano che non avrebbe potuto evitare il default senza operazioni di ristrutturazioni pesanti e con la chiusura di alcuni cantieri”. Invece “oggi è quotata in Borsa con un valore non irrilevante e controlla una società importante che è quotata a Singapore ed è leader nell’estrazione di oil e gas nei mari”. L’ipo ha solo avuto la sfortuna di cadere in “un momento particolare in cui il mercato stava invertendo la direzione”.