Cominciano con un passo falso le privatizzazioni “made in Renzi”. La prima fase del collocamento in Borsa di Fincantieri si è risolta in un mezzo flop, con i piccoli risparmiatori chiamati a farsi carico delle azioni non piazzate presso gli investitori istituzionali (banche, fondi comuni eccetera) che evidentemente non le hanno giudicate abbastanza convenienti. E’ possibile che sulla valutazione dei grandi investitori, soprattutto esteri, abbia influito una modalità di conteggio dei debiti e della posizione finanziaria non perfettamente in linea con le regole della vigilanza europea. Di sicuro non ha aiutato la tempistica dell’operazione, con un ingorgo di collocamenti che ha riversato molta “carta” sui mercati. Si pensi agli aumenti di capitale del Monte dei Paschi di Siena e alle quotazioni di Fineco e Cerved. E così, vista la fredda accoglienza degli istituzionali, il numero di titoli Fincantieri offerto è stato ridotto da 700 a 450 milioni e il prezzo della singola azione fissato a 0,78 euro: il minimo della forchetta ipotizzata e in linea con le valutazioni degli analisti circolate in questi giorni. A banche e fondi andranno circa 50 milioni di titoli per un controvalore di neppure 40 milioni di euro. Quattrocento milioni di azioni sono state invece dirottate verso quello che viene poco rispettosamente definito “parco buoi”, cioè i piccoli risparmiatori, per un esborso di circa 300 milioni di euro. E’ opportuno ricordare che, a differenza degli investitori istituzionali, durante il collocamento i risparmiatori emettono ordini d’acquisto irrevocabili. Quindi se l’assegnazione dei titoli avviene ad un prezzo compreso nella forchetta indicata nel prospetto non hanno più la possibilità di tirarsi indietro.

Incasso di 350 milioni contro i 600 previsti – Il gruppo della cantieristica (e il governo che lo controlla al 99% attraverso la Fintecna di Cassa depositi e prestiti) incasserà dunque poco meno di 350 milioni di euro contro i 600 milioni previsti. Soldi che servono a Fincantieri per rafforzare la struttura patrimoniale, dopo che l’acquisizione del 55% della norvegese Vard che costruisce navi per l’industria petrolifera ha portato l’indebitamento da 146 a 555 milioni di euro. Anche perché, vista la malaparata, Fintecna ha rinunciato a vendere 104 milioni di azioni proprie: a questo prezzo non le conviene. E così l’ingresso in Borsa del gruppo avverrà solo attraverso un aumento di capitale e dunque con l’emissione di nuove azioni.

Lo “zuccherino” dell’azione gratuita che ha ingolosito i risparmiatori – Del resto l’offerta iniziale dei titoli è stata tramortita nella culla dall’annuncio del gruppo che nei prossimi tre anni non saranno pagati dividendi, con lo scopo di rendere la società più solida. Che è un po’ come organizzare una festa (a pagamento), annunciare che verrà servita solo acqua minerale e attendersi lo stesso folle di partecipanti. L’importante campagna mediatica culminata con la gigantesca prua appesa al palazzo della Borsa milanese (al costo, pare, di 600mila euro per otto ore) ha però fatto presa sui piccoli risparmiatori. Anche perché per invogliarli l’offerta è stata condita con uno zuccherino. Cioè l’assegnazione di un’azione gratuita ogni 20 comprate e tenute in portafoglio per almeno un anno (una ogni 10 per i dipendenti). Significa un ipotetico guadagno del 5% in dodici mesi. Forse però anche l’unico, vista l’assenza di cedole e un valore iniziale delle azioni giudicato congruo da molti analisti. E’ possibile che gli investitori istituzionali (che non beneficiavano dell’assegnazione dell’azione gratuita) abbiano ritenuto più conveniente attendere il debutto in Borsa per comprare una volta che le quotazioni fossero eventualmente scese le quotazioni.

Quei 700 milioni di debiti che “ballano” – C’è però anche dell’altro. Nel prospetto della quotazione, a pagina 64, la Posizione finanziaria netta (cioè liquidità e asset meno i debiti) viene indicata come negativa per 417 milioni di euro in base ad una valutazione compiuta dalla stessa società. Nel documento si specifica però che utilizzando i criteri ESMA (European Security and Markets Authority), ossia in base ai parametri utilizzati dalla vigilanza europea, quello stesso parametro diventa negativo per 1,1 miliardi. Ci sono insomma debiti per 700 milioni che “ballano” in base al criterio di valutazione adottato. La ragione sta nel fatto che alcuni finanziamenti non vengono conteggiati come debiti ma come “anticipi di pagamenti da parte dei clienti”, giustificando la scelta con la garanzia assicurata dalle navi. Nello stesso prospetto si ammette però che questa interpretazione differisce dalle regole adottate dalla vigilanza europea e rende difficili confronti con altri gruppi.

Un investimento più rischioso di quanto può sembrare – E un diverso conteggio dei debiti imporrebbe tra le altre cose un ricalcolo dei cosiddetti multipli con cui si valuta la convenienza o meno del prezzo di un’azione. Da 5,8 volte il margine ebitda si salirebbe a 7,8, un modo complicato e tecnico per dire che le azioni sarebbero care anche a 0,78 euro. Oltre a questo, l’investimento in Fincantieri è un po’ più rischioso di quanto possa apparire ad una prima occhiata. Il prospetto depositato in Consob dal gruppo pubblico della cantieristica elenca una lunga serie di fattori di rischio tipici di questa attività che possono incidere sui risultati: dal costo delle materie prime alla mancata assegnazione delle commesse, fino alle penalità per i ritardi. Ci sono poi contenziosi legali in corso, non del tutto trascurabili quanto a possibili impatti economici.