Da una parte gli orchestrali che hanno lasciato gli strumenti da una parte e hanno disertato la buca. Dall’altra una platea finalmente piena per assistere a un’opera lirica, seppure di richiamo come una prima. Così almeno un terzo del pubblico che si era presentato di fronte al palco di Caracalla per la Bohème, apertura della stagione estiva del Teatro dell’Opera di Roma, si è alzato e se n’è andato quando il sovrintendente Carlo Fuortes ha annunciato che le voci di Rodolfo e Mimì sarebbero state accompagnate solo dal pianoforte. “Non saremo in grado di andare in scena con l’orchestra – ha detto Fuortes – Dobbiamo rispettare il diritto di sciopero e sostituiremo l’orchestra con il pianoforte. Chi vuole può andar via a e farsi rimborsare il biglietto questa sera stessa”. 

Ravera: “Molto triste, era tutto sold out”
Il contrasto tra le buone intenzioni della protesta dei musicisti che vogliono “salvare il teatro” e una platea piena (e nelle stagioni estive accade sempre più di rado) nelle parole dell’assessore alla Cultura della Regione Lazio, Lidia Ravera: “E’ molto triste che salti una prima come questa, allora smettiamola di dire che dobbiamo ripartire dalla cultura. Stasera era tutto sold out, e si sta svuotando. I lavoratori avranno i loro motivi ma io sono molto dispiaciuta per Fuortes che sta facendo un grande lavoro di efficienza amministrativa e correttezza verso i lavoratori”. 

Gli orchestrali: “Se Verdi vuole 12 viole, come possono volerne solo 4? E’ una frode al pubblico”
“Scioperiamo e siamo pronti a continuare la protesta per salvare il Teatro dell’Opera di Roma, perché sia salva la qualità e la produttività di un pezzo del patrimonio culturale italiano. Ma anche per gli spettatori, perché questa che vogliono attuare è una frode al pubblico” avevano detto i lavoratori che hanno aderito all’astensione dal lavoro indetta da Cgil e Cisal che nel pomeriggio di lunedì 14 si erano anche presentati davanti al ministero dei Beni Culturali.

“Una situazione così grave non l’avevo mai vista in questo settore” spiega all’Ansa Loris Grossi, trombone, da 35 anni nell’orchestra romana. “Negli ultimi 8 anni – spiega – si sono fatte 7 leggi sulle fondazioni lirico-sinfoniche e sono sempre leggi punitive, che vanno a peggiorare la situazione. Noi lottiamo per salvaguardare la produttività di questo teatro, oltre che il nostro lavoro”. L’organico “da 631 lavoratori è ridotto a 460. E se non bastasse? A dicembre potrebbero scendere a 400? La paura è che vogliano trasformare il Teatro a contenitore vuoto per produzioni realizzate altrove. Lì si risparmierebbe: basta una scrivania e un fax”. Per dirla ancora più facile “se Verdi chiede 12 viole, come pensano di eseguire la partitura con 4?”, domanda il violino Margherita Sina. “Pensano forse di farci amplificare? – Continua – è una frode al pubblico oltre che un’offesa ad un’arte tramandata da 500 anni. Noi lavoratori siamo disposti a lavorare e produrre di più. Ma se poi manca chi mandare in scena come facciamo? Il corpo di ballo, ad esempio, sta morendo: da 70 ballerini stabili siamo scesi a 12. Lo stesso vale per l’orchestra con una pianta organica di 117 professionisti ridotti a 90 scarsi. Qui il nome Teatro dell’Opera di Roma Capitale è solo un’etichetta”.

“Tagli a tutti i settori, dall’orchestra ai macchinisti”
Spesso, lamentano ancora i lavoratori, “ci ritroviamo a suonare davanti alla sala vuota, perché evidentemente la promozione non è adeguata. Siamo noi che compriamo i biglietti per i nostri amici e parenti, come è accaduto questo inverno per la Carmen”. Con i tagli verrebbe a mancare organico in tutti i settori del teatro, dall’orchestra ai macchinisti, in una situazione che denunciano gli scioperanti è già gravemente in bilico. “Da noi – dice Vincenzo Bolognese, primo violino di spalla – ci sono solo io nel mio ruolo di solista. E se mi viene un’influenza? Alla Scala di Milano, per fare un esempio, sono in 3″. La richiesta di tutti è di un tavolo di confronto, che coinvolga tutti, con un piano aziendale preciso e definito. “Ma tutte le volte che lo abbiamo chiesto – dicono i lavoratori – il sovrintendente Fuortes non si è presentato. Noi continueremo a protestare e torneremo a scioperare, finché non risolveremo questa situazione”. Sullo sfondo, è la denuncia, “i tagli degli stipendi con la odiosa trattenuta fino al 50% degli emolumenti e la decadenza dei contratti integrativi” e una “gestione di stampo commissariale, padronale e vessatoria con atti unilaterali fortemente discriminatori fra i dipendenti”. Dal canto suo il Teatro dell’Opera ha rivendicato l’intesa con Cisl e Uil che rappresentano i due terzi degli iscritti ai sindacati. 

La Bohème impressionista di Davide Livermore
E’ una Bohème “impressionista” quella pensata dal regista torinese Davide Livermore: in ogni atto al centro della scena un quadro o più quadri della corrente nata a Parigi nella seconda metà dell’Ottocento (Renoir, Monet). E per rendere ancora più “impressionista” la scena la sorpresa del terzo atto (o quadro come li aveva definiti Puccini), quando nevicherà sul palco e sugli spettatori per rendere ancora più reale l’arrivo alla Barriera d’Enfer, l’inizio della fine della povera Mimì, fidanzata di un poeta spiantato, amico di altri artisti spiantati. Ma la Bohème – come tanta parte dell’opera lirica – racconta storie dei nostri giorni: in questo caso le inquietudini, le contraddizioni, le “schizofrenie”, le aspirazioni, gli umori contrastati dei giovani che sognano e vedono distrutti i loro sogni, che amano e consumano le loro relazioni. Invidie, rimpianti, reazioni rabbiose e poi delusioni per lavori (in questo caso artistici) che nessuno valorizza. Se si pranza non si cena, a volte non si pranza né si cena, si soffre l’inverno parigino, a fatica si raccatta un cappotto. E’ difficile non vedere un parallelo – con gli adeguamenti del caso – con i salti mortali dei giovani italiani di oggi. Ma, certo – ora come nell’opera pucciniana tratta da un testo di Henri Murger (prototipo di bohémien) – ci sono passioni, sentimenti, aspirazioni che spingono a guardare all’orizzonte.

Nel gelo della dogana della Barriera d’Enfer, dunque, il poetastro Rodolfo realizza che la sua amata è malata e che se continuerà a vivere in soffitta (laddove aveva sentito per la prima volta la “gelida manina“) le andrà sempre peggio. I due stanno per dirsi addio, ma ripensano ai dolci momenti passati insieme e non hanno il coraggio di finirla lì e rinviano ogni decisione a primavera (“Ci lascerem alla stagion dei fior”). Si ricongiungeranno per l’ultimo saluto, quando lei sarà morente, piegata dalla tisi, e lui e i suoi amici (il pittore Marcello, la di lui fiancée Musetta, il filosofo Colline e il musicista Schaunard) cercheranno invano un modo per comprare medicine e salvarla. Il solo amore, insomma, non è bastato affatto: quando si è squattrinati, essere innamorati, appassionati e pieni di ottime idee non risolve niente.