Con una legge del 1961 la Repubblica indiana aveva ufficialmente messo al bando la tradizionale pratica della dote matrimoniale, una transazione economica che – generalmente – vede la famiglia della moglie versare a quella del marito una somma variabile di quattrini (declinata in regali, oro e proprietà terriere) come “compenso” per la chiusura del contratto matrimoniale. Dopo essersi sposata, la moglie doveva trasferirsi nella casa della famiglia allargata del marito e il sostentamento della donna – destinata ad un’esistenza da inoccupata, secondo i costumi consolidatisi nel tempo – diventava compito ad appannaggio esclusivo della famiglia dello sposo.

Nonostante la legge, la dote matrimoniale è ancora molto diffusa in India e comporta in numero crescente episodi di violenza – fisica e psicologica – ai danni della moglie, vessazioni con l’obiettivo di spillare ulteriore denaro ai genitori della ragazza. Per contrastare le violenze, nel 1983 il paese ha varato una nuova legge “anti dote” – 498A – secondo la quale, alla denuncia di maltrattamenti per estorcere denaro alla famiglia del coniuge, doveva scattare immediatamente l’arresto, senza mandato del giudice.

La Corte suprema indiana si è espressa contro l’arresto immediato, rilevando che l’interpretazione della legge ha fatto sì che una norma pensata per “proteggere” le donne dalle violenze della famiglia del marito sia diventata un’arma a disposizione di “mogli scontente”. Secondo i giudici del massimo tribunale indiano, senza un’adeguata misura di garantismo nei confronti del presunto colpevole, le denunce infondate hanno iniziato a diffondersi a livello epidemico nel paese, rovinando la vita di mariti – e rispettive famiglie – in realtà totalmente innocenti. Secondo le statistiche ufficiali, nel 2013 in India le denunce di maltrattamenti per la dote sono stati più di 170mila, ma con un tasso di colpevolezza intorno al 15 per cento: significa che in quasi nove casi su dieci l’accusato, secondo il sistema legale indiano, non aveva commesso il crimine.

Per questo, d’ora in avanti, prima di far scattare le manette gli organi di polizia avranno l’obbligo di richiedere un mandato d’arresto al magistrato, portando prove concrete fornite dalla vittima.

La presa di posizione della Corte ha sollevato una valanga di critiche da parte di associazioni per i diritti delle donne, che hanno lanciato l’allarme: dilatare i tempi tra la denuncia e l’arresto, ingarbugliandosi nella farraginosa macchina burocratica indiana, metterà a repentaglio l’incolumità della presunta vittima, esponendola al rischio di ritorsioni post denuncia e venendo così meno allo spirito “protettivo” originario della norma.

Ranjana Kumari, direttrice del Centre for Social Reserarch e membro della National Mission for Empowerment of Women, ha dichiarato al giornale online Firstpost: “Ogni legge può essere applicata male. Se non si è dotati di un buon sistema per proteggere ed applicare la leggere, la responsabilità della mancanza non può essere scaricata sulle donne. […] Solo lo scorso anno le morti legate alla richiesta di dote sono state più di 8000. Che significa? Che la dote è una questione prioritaria nel paese”.

Inoltre, dando una lettura più verosimile al bassissimo tasso di colpevolezza nei casi “anti dote”, Kiran Singh – avvocato dell’Alta Corte di Delhi – ha spiegato: “I casi di dote vanno avanti per anni ed anni. La ragione per la quale ci troviamo di fronte a un misero 15 per cento di colpevoli è che entrambe le parti, spesso, si stancano del procedimento penale e preferiscono sistemare la faccenda fuori dal tribunale”. In aperta polemica con la Corte suprema la All India Democratic Women Association (Aidwa), in un comunicato, ha criticato i giudici per aver esteso a tutti i casi anti dote una norma cautelare tecnicamente non necessaria: la legge prevede che prima dell’arresto la polizia debba comunque registrare le ragioni del fermo. Gli arresti ingiustificati sarebbero quindi malapratica della polizia, non un problema da correggere a livello normativo. Rispetto all’infelice riferimento alle “donne scontente” pronunciato dalla Corte, Aidwa ha denunciato l’utilizzo di una terminologia che “sminuisce le donne soggette a forme estreme di violenza.

Il rischio, conclude l’associazione per i diritti delle donne, è che modificando la struttura della legge si presti il fianco a “quelle forze retrograde nel paese che stanno spingendo per depotenziare la norma”.

di Matteo Miavaldi