La bufera giudiziaria sulla Regione Emilia Romagna non si placa con la condanna, martedì 8 luglio, di Vasco Errani nella vicenda Terremerse. È iniziato infatti mercoledì mattina davanti alla sezione giurisdizionale della Corte dei Conti il processo sulle cosiddette interviste a pagamento. Si tratta delle ‘comparsate’ in servizi, trasmissioni e approfondimenti giornalistici su radio e televisioni locali private, dei politici regionali di ogni schieramento. Il tutto pagato dai gruppi in consiglio regionale con i soldi pubblici, senza che gli spettatori fossero a conoscenza dei contratti stipulati dai consiglieri con le emittenti. Tra il 2010 e il 2012 quasi 140 mila euro sono stati contestati dalla Procura contabile e così suddivisi: ad Andrea Defranceschi, capogruppo del Movimento 5 Stelle in Regione, la procura chiede indietro 7.656 euro; a Luigi Giuseppe Villani, ex capogruppo del Popolo della libertà 2.845 euro; a Gian Guido Naldi, capogruppo di Sel 14.420 euro; a Marco Monari, ex capogruppo del Partito Democratico 15.691 euro; a Mauro Manfredini, capogruppo della Lega Nord 70.290 euro. Non tutti i consiglieri citati a giudizio avevano preso parte personalmente alle interviste, ma oggi sono chiamati in causa perché hanno autorizzato con la loro firma i pagamenti (solo Villani contesta di non avere mai firmato di suo pugno alcun versamento).

Di fronte al presidente del collegio giudicante Luigi Di Murro, c’era il procuratore Salvatore Pilato a rappresentare l’accusa. Per la difesa dei sette consiglieri regionali erano presenti gli avvocati Antonio Carullo e Cristiana Carpani. L’udienza è durata poco più di un’ora: gran parte dell’accusa e della difesa infatti è stata già depositata sia nell’atto di citazione dei pm sia nelle memorie difensive. Soprattutto su quelle carte lavoreranno ora i giudici che a fine estate, in piena campagna elettorale per le regionali, renderanno nota la loro decisione.

“Queste spese – ha detto in aula il procuratore Pilato – non sono solo illegittime, ma anche illecite. L’unica cosa che si può pagare in questo ambito sono i messaggi politici autogestiti a pagamento. Diversamente si metterebbero in discussione i fondamenti del diritto all’informazione”. Dunque, come già aveva riportato l’accusa nell’atto di citazione, ci sarebbe stato “un danno erariale consistente utilizzato parte delle somme di denaro ricevute dal consiglio regionale a titolo di contributo per l’attività istituzionale, per pagare il corrispettivo di prestazioni di servizi che non possono, però, avere natura onerosa”.

Diverso naturalmente il parere della difesa. “È l’ufficio di presidenza del Consiglio regionale che in una sua delibera dice chiaramente che i ‘servizi televisivi’ possono essere realizzati con i fondi destinati ai gruppi consiliari, che a quella regola si sono attenuti”, spiega in aula l’avvocato Carullo. “Qui non stiamo parlando di soldi spesi per un Suv, come è successo in altre parti d’Italia, ma parliamo di servizi televisivi utili ai consiglieri per rapportarsi con il territorio e poi fare le leggi regionali”. L’avvocato Cristiana Carpani invece si è richiamata alla legge 28 del 2000, nota come legge sulla par condicio: “La gratuità del messaggio politico riguarda solo l’ambito delle televisioni nazionali; nella legge, come modificata nel 2003 non c’è alcun divieto, per l’emittenza locale, di ricevere dei pagamenti per la comunicazione politica. Inoltre si confonde, da parte dell’accusa, la legislazione per i periodi normali, come quelli a cui ci si riferisce in questo processo, con quelli delle campagne elettorali, che hanno loro regole molto precise”.

La vicenda era esplosa nell’agosto 2012, quando erano state rese note sulla stampa locale le fatture del gruppo consiliare del Movimento 5 stelle nei confronti dell’emittente 7 Gold. Giovanni Favia, allora nel gruppo, aveva ammesso di avere pagato per apparire nei programmi di informazione sulle emittenti locali. Da quel momento lo scandalo si era esteso a macchia d’olio e a tutti i gruppi eccetto l’Idv. Anche la procura della Repubblica aprì una inchiesta poi confluita nella maxi-inchiesta sulle cosiddette spese pazze in Regione. E presto, entro l’estate, potrebbero esserci delle novità anche su questo fronte.