La reintroduzione dell’immunità parlamentare? “Una barzelletta, sono contrario”. E ancora: “Sarebbe un errore clamoroso”. Se lo scaricabarile scatenatosi tra le file della maggioranza sull’emendamento firmato da Anna Finocchiaro e Roberto Calderoli per reinserire l’immunità nella riforma del Senato sta mettendo in fibrillazione il governo da giorni e il ministro Boschi è caduta dalle nuvole dicendo di non essere stata messa al corrente dell’iniziativa dei relatori, per ora Matteo Renzi non ha preso posizione esplicita sulla vicenda. Però negli ultimi anni il premier si è più volte espresso in maniera netta sulla possibilità di allargare le tutele previste dalla Carta in favore dei parlamentari. E sempre per bocciarla senza appello. Non solo: nel luglio 2013 era stato l’attuale presidente del Consiglio in persona, allora nelle visti del sindaco di Firenze, a chiedere a un senatore di rinunciare alla tutela garantita dall’articolo 68 della Costituzione per tutti i parlamentari.

Era il 22 febbraio 2011 e l’allora primo cittadino più in vista d’Italia era ospite della trasmissione Otto e Mezzo, su La7. Interrogato sulla possibilità di reintrodurre l'”immunità parlamentare”, ovvero ripristinare l’autorizzazione a procedere abrogata nell’ottobre 1993 in piena tempesta Tangentopoli e quindi aumentare le garanzie per i membri del Parlamento, Renzi rispondeva secco: “No, oggi mi sembra più o meno una barzelletta. Sono contrario”. ”Se vogliamo cambiare gli articoli della Costituzione che parlano dei parlamentari – andava poi oltre l’astro nascente del Pd – bisognerebbe avere il coraggio di dire che i parlamentari andrebbero dimezzati e che andrebbe dimezzata anche l’indennità”. Renzi arrivava addirittura a pronunciare una precisa sentenza: “La logica” dell’immunità parlamentare “è stata messa in Costituzione, quindi è una cosa seria, aveva un valore, ma in un altro momento, in un altro contesto”. Tradotto: oggi non riveste più il valore assoluto che aveva nell’immediato dopoguerra, quando il timore di un ritorno di tempi bui per la democrazia era ancora fresco. Dopo due anni esatti, il premier tornava sull’argomento. Era il 14 febbraio 2013: “Tecnicamente tutto è possibile, ma sarebbe un errore clamoroso – assicurava con l’aria di chi non ha dubbi il sindaco, intervistato dal Tg3 – non abbiamo bisogno di dare qualche garanzia in più ai parlamentari, ma di farli diventare sempre più normali. Poi se vi sono eccessi di carcerazione preventiva si cambiano le leggi”.

Altri tempi, evidentemente. Ma le convinzioni del premier sono rimaste granitiche almeno fino alla scorsa estate. Cos’era accaduto? “Dalle ore 17.00 del 29 giugno alle ore 03.00 del 30 giugno 2013″ Ponte Vecchio, a Firenze, era rimasto off limits per la cena di gala di Ferrari Cavalcade 2013, kermesse a quattro ruote griffata dal Cavallino Rampante: turisti e fiorentini avevano trovato l’accesso sbarrato da fioriere e steward privati, che avevano impedito l’accesso a chiunque non esibisse l’invito. E in città si era scatenata una furiosa polemica. Il 9 luglio 2013, intervenendo in Senato, Maurizio Romani, senatore del M5S espulso il 6 marzo e oggi iscritto al Gruppo Misto, aveva accusato l’allora primo cittadino di aver affittato il ponte “simbolo della città” in cambio di favori personali: “Renzi ha fatto una pessima figura  – attaccava Romani – e ha utilizzato la città e i suoi monumenti sfruttando il proprio potere discrezionale per accaparrare nuovi supporter e facendo favori a soggetti economici forti che magari potrebbero, nel momento giusto, restituire il favore“, concludeva il senatore annunciando un’interrogazione. Il giorno successivo Romani presentava un’interpellanza, in cui accusava Renzi di aver chiuso Ponte Vecchio “in piena violazione di legge ed in modo autoritativo ed arbitrario”.

La risposta del sindaco non si faceva attendere. “Favori personali. Si rende conto, senatore Romani? – domandava Renzi in una lettera aperta pubblicata sul suo sito il 10 luglio – ha presente la portata diffamatoria di una simile dichiarazione? Lei naturalmente immagina che sia mio dovere adire le vie legali. Lo farò nelle prossime ore, sia in sede civile che in sede penale”. Quindi Renzi lanciava il guanto della sfida: “Se Lei fosse un cittadino come gli altri risponderebbe davanti a un giudice. Essendo Senatore può usufruire dell’immunità parlamentare. Bene, cittadino senatore Romani, dia un segno della diversità del Movimento 5 Stelle da quella che voi definite la Casta e chieda formalmente al Senato di rinunciare all’immunità parlamentare. (…) Dimostri se può la veridicità delle Sue affermazioni. Oppure paghi il conto delle sue dichiarazioni improvvide”. Lo stesso giorno, a margine di un’iniziativa nel capoluogo toscano, Renzi tornava sull’argomento: “Se il senatore Maurizio Romani sostiene che ci sia un interesse personale, o lo prova o se non lo prova deve pagare un sacco di soldi perché è diffamazione. Ma il senatore Romani – concludeva ironicamente  Renzi – può invocare l’immunità parlamentare, l’insindacabilità“.