Il dl Irpef è legge. L’Aula della Camera ha dato il via libera con 322 sì, 149 no e 8 astenuti al decreto, che contiere misure per il bonus Irpef da 80 euro, per il taglio dell’Irap del 10% e per la spending review e per il pagamento di un’altra tanche di debiti Pa . Sel ha votato a favore del decreto, ad esclusione di Giulio Marcon e Giorgio Airaudo che si sono astenuti. Suggellando la spaccatura, l’ennesima, venuta a galla nelle ultime ore.

Due astensioni che confermano una tradizione: quella di una tendenza alla frantumazione interna che non sembra avere fine. La frattura, l’ennesima, è emersa nella serata di ieri durante la seconda assemblea del gruppo a Montecitorio: la proposta del capogruppo Gennaro Migliore di votare no alla fiducia ma sì al testo è stata approvata con 17 voti a favore e 15 contrari. Senza contare, rivela un deputato, che c’era un assente che avrebbe votato sì. Sembra aver già archiviato la ‘pax’ raggiunta all’Assemblea di sabato quando la mozione di mediazione di Nichi Vendola ha di fatto svicolato una rottura quasi annunciata. Rottura perché in Sel vivono due anime quasi inconciliabili: c’è chi, come Migliore, vorrebbe dialogare e avvicinarsi al Pd, e chi, come Nicola Fratoianni, vorrebbe invece puntare a una federazione della sinistra.

“Sel vota a favore del dl Irpef. E non consento a nessuno che venga letto in modo diverso da quello che è: il voto di un gruppo che sfida il governo – ha detto Titti Di Salvo durante la dichiarazione di voto sul dl Irpef in Aula – a occhi aperti vogliamo guardare questo decreto. Abbiamo sentito dire che è un bonus elettorale. Può darsi. La posizione di Sel non è questa: diciamo che questa è la posizione da consolidare e non facciamo il regalo a nessuno dicendo che siccome non serve a niente il prossimo anno i 14 miliardi si possono utilizzare per fare altro. No, noi diciamo al governo: trovate altre risorse per continuare in questa direzione. Noi pensiamo che redistribuire 80 euro al mese sia la scelta giusta. Non altrettanto è coprire quella scelta con tagli agli enti locali e tenere fuori incapienti e pensioni. E questa è la sfida al governo”.

Ai cronisti di Montecitorio, Nichi Vendola argomenta: il sì al dl Irpef “non è uno scivolo per avvicinarci all’area di governo. Capisco che ci sia anche una forte fascinazione verso Renzi, ma noi siamo all’opposizione”. Perché sono ancora molti i punti del dl che non convincono il presidente: “Il dl Irpef è “ricco di contraddizioni e tuttavia interviene su una platea vasta che vive un disagio sociale straordinario. Resta una perplessità di fondo sulle fonti di finanziamento del decreto. Il sospetto è che alla fine la famiglia mette 80 euro in una tasca e li toglie dall’altra per sostenere il peso dei tagli al welfare”. Votiamo sì, ma restiamo all’opposizione, è la strategia di un Nichi Vendola che si adegua alla linea dettata da Migliore: una presa di posizione che qualcuno definirebbe cerchiobottista e che serve sostanzialmente come ultimo tentativo per evitare una ennesima scissione che in molti vedono da tempo all’orizzonte. 

Intanto c’è chi pensa che per vedere Sel confluire all’interno del Pd sia solo questione di tempo. E’ il caso di Pierluigi Bersani: “”Credo che un percorso di avvicinamento tra Sel e Pd sia maturo, mi auguro solo che avvenga in modo ordinato e politico e che si rispetti la storia e l’autonomia di entrambi i partiti”, ha detto l’ex segretario del Pd, a margine dell’assemblea dell’Unione Petrolifera in merito a un possibile riavvicinamento tra i due partiti. “Credo – prosegue Bersani – che debba tornare la politica, un ragionamento sulle prospettive del Paese perchè la politica ha bisogno di uscire da riti opportunistici e darsi la dignità di una riflessione sul Paese. Se si parte da lì credo che Sel e Pd possano trovare un percorso comune”.

“Ho votato convintamente a favore del decreto Irpef (in cui è contenuta la misura degli 80 euro) perché credo che riconoscere il diritto a una restituzione a un’ampia fascia di popolazione italiana, quella che più di tutte è stata fortemente penalizzata dalla crisi, sia una misura giusta”, spiega ai cronisti la deputata Ileana Piazzoni – accolgo con favore anche l’aumento della tassazione sulle rendite finanziarie,uno dei nostri punti programmatici”. “Non mi sfugge la necessità di stabilizzare la misura e di ampliare la platea dei beneficiari, né le difficoltà che potrebbero emergere dai tagli agli enti locali. Ma questo provvedimento parla a milioni di lavoratori e lavoratrici stanchi e sfiduciati, che hanno finalmente ricevuto un gesto di attenzione”. La chiosa sulla decisione del partito di votare sì al testo fortemente voluto dal premier Renzi è affidata al deputato Stefano Quaranta: “Essere opposizione con una cultura di governo significa saper dire dei sì quando la direzione è giusta e dei no quando le scelte sono sbagliate”.

Una tendenza alla frantumazione che è proprio della sinistra radicale in Italia, anche quando l’orizzonte è quello europeo. L’ultimo episodio è di pochi giorni fa, quando nella lista Tsipras (di cui Sel è parte integrante e che ha raggiunto il quorum alle recenti elezioni europee) le acque si erano agitate in seguito allo scoppio del caso Barbara Spinelli. Dopo aver annunciato in campagna elettorale che non avrebbe accettato il seggio al Parlamento Ue, la giornalista ha fatto dietrofront. La decisione ha fatto sì che Marco Furfaro, secondo arrivato nel collegio del Centro, sia rimasto a casa e che Sel sia rimasta senza eletti. Piccata la reazione dell’escluso, che in una lettera aperta alla Spinelli denunciava di essere stato trattato come “carne da macello”. Immediata la frattura tra i piani alti della coalizione e la base, ma anche tra la componente di Sinistra Ecologia e Libertà e la giornalista: “La scelta di Barbara Spinelli è grave e sbagliata nel metodo e nel merito – tuonava Fratoianni, coordinatore nazionale – quel 4% della lista Tsipras è stato costruito grazie al lavoro di tutti”. Oggi una nuova frattura, simbolo di una sinistra “di sinistra” che non riesce a non dividersi.