Predicano tutti trasparenza – politici, partiti e governi – poi fanno leggi che consentono alle pubbliche amministrazioni di non pubblicare online i contratti degli appalti delle forniture. E’ il caso del sito della Presidenza del Consiglio, www.governo.it, sul quale dalla fine del 2013 non vengono più linkati i contratti stipulati dall’amministrazione con i suoi fornitori. “Non ci sono più perché il decreto legislativo 33 del 2013, la nuova normativa sulla trasparenza che attua le disposizioni della legge anticorruzione, non lo prevede”, spiegano da Palazzo Chigi. Non è un caso che l’Italia figuri tra i paesi in cui l’accesso alle informazioni è “scarso”, frutto di “un’evidente mancanza di cultura dell’accesso all’interno della PA”, dicono le associazioni internazionali che monitorano la trasparenza nei paesi membri dell’Ue. Eppure i recenti scandali Expo e Mose suggerirebbero un po’ di trasparenza in più da parte delle istituzioni al di là delle dichiarazioni di circostanza.

TABELLINE AL POSTO DEI CONTRATTI Il sasso nello stagno lo ha gettato il quotidiano Libero, che domenica ha raccontato come “fino alla fine del mese di gennaio 2014 tutti gli appalti della presidenza del Consiglio dei ministri erano davvero trasparenti. (…) Prima il bando, poi la notizia delle imprese, poi la scelta motivata del vincitore, l’importo dell’appalto o della gara e in allegato in pdf il relativo contratto”. La novità è che a partire dal gennaio 2014 il sito di Palazzo Chigi ha smesso di pubblicare il testo degli accordi relativi alle forniture della Presidenza del Consiglio: gli accordi firmati dalle parti in cui sono contenute tutte le informazioni relative all’accordo. Ora sul portale tutto è fermo a più di 6 mesi fa. Gli ultimi accordi pubblicati sono nella pagina “Archivio bandi di gara e contratti” in cui sono elencate le “Procedure di acquisizione beni e servizi Consip”. L’elenco è aggiornato, con i link agli accordi, al 16 dicembre 2013, poi più nulla. Solo il Dipartimento della Protezione Civile continua a pubblicarli.

“NIENTE PIU’ CONTRATTI, LA LEGGE LO CONSENTE” “E’ vero, da gennaio sul sito non vengono più pubblicati i pdf dei contratti stipulati con i fornitori – spiegano dall’ufficio stampa della Presidenza del Consiglio – questo perché è entrato in vigore il decreto legislativo 33/2013 – che attua la legge anticorruzione del 2012 – il cui articolo 53 ha abrogato l’articolo 18 del dl 83/2012 (Misure urgenti per la crescita del Paese, ndr) che prevedeva l’obbligo di pubblicazione del contratto. Ma le tabelle che si trovano su governo.it rispettano tutti gli obblighi previsti dalla legge, ovvero dalla delibera 50/2013 dell’Autorità Nazionale Anticorruzione, che indica voce per voce tutti i documenti che la P.A. è obbligata a pubblicare. Quindi noi stiamo rispettando le norme. Dal 16 giugno, poi, partirà il progetto Open Siope, banca dati di Istat, Bankitalia e ragioneria dello Stato, che registrerà tutti gli incassi e i pagamenti delle Pa”. La nuova normativa sulla trasparenza, studiata per rendere il più possibile tracciabili le spese della P.A., riduce la gamma dei dati a disposizione dei cittadini: il 33/2013 abroga l’obbligo di pubblicare “il link al progetto selezionato, al curriculum del soggetto incaricato, nonché al contratto e capitolato della prestazione, fornitura o servizio”. L’articolo 37 prescrive soltanto l’obbligo di pubblicare le informazioni “in tabelle riassuntive rese liberamente scaricabili in un formato digitale standard”. Tabelline di dati parziali compilate dalle amministrazioni al posto dei contratti stipulati con i fornitori e firmati da entrambe le parti.

DLGS 33/2013, OPERA DEL GOVERNO MONTI Ma chi l’ha fatta la legge? Il testo è stato approvato il 14 marzo 2013 dal governo Monti. Il dlgs 33/2013 – Riordino della disciplina riguardante gli obblighi di pubblicità, trasparenza e diffusione di informazioni da parte delle pubbliche amministrazioni – attua le disposizioni contenute nell’articolo 1, comma 35 della legge 190/2012 detta anche legge Severino o legge “anti-corruzione”. Un testo approvato il 6 novembre 2012 che non obbliga le P.A. a pubblicare i contratti con i fornitori come previsto invece da un decreto di pochi mesi prima, il dl 83/2012 del 22 giugno. Un’altra stranezza: il 21 marzo, solo una settimana dopo l’approvazione del dlgs la lista Monti presentava in Parlamento un nuovo testo, il disegno di legge 245 firmato da Pietro Ichino, che obbliga le amministrazioni a mettere online “tutti i provvedimenti di spesa, assunti a qualsiasi titolo, i mandati di pagamento, gli atti e i contratti di cui i mandati stessi costituiscono adempimento”. Tradotto: il governo Monti prima abroga l’obbligo di pubblicazione e poi presenta un ddl per reintrodurlo.

“CON LA NUOVA LEGGE MENO TRASPARENZA” “La vecchia norma era più chiara – spiega Michele Cozzio, cofondatore dell’Osservatorio di Diritto Comunitario e Nazionale sugli Appalti dell’Università di Trento – il 33/2013 dispone nell’articolo 15 la pubblicazione di una serie di informazioni relativi agli accordi tra committente e fornitore. Ma se l’obiettivo era quello di garantire la trasparenza, lo scopo non è stato raggiunto perché si sono ridotte la quantità e la qualità delle informazioni cui il cittadino ha accesso. Bisognerebbe poi vedere se tramite l'”accesso civico” si possono ottenere in un secondo momento i dati mancanti. In questo modo, tuttavia, si costringerebbe il cittadino a compiere un passaggio in più per ottenere le informazioni di cui ha bisogno”. La richiesta di accesso civico, tuttavia – spiega Davide Del Monte, project officer di Transparency International Italia – “dà diritto a richiedere solo e soltanto quelle informazioni che la PA è già tenuta a pubblicare per legge ma che non ha ancora pubblicato, contravvenendo così ai propri obblighi di pubblicità”. Non è il caso dei contratti, per i quali non il 33/2013 non prevede l’obbligo di pubblicazione.

TROPPE NORME, POCA TRASPARENZA Un caso soltanto, quello di Palazzo Chigi, che esemplifica il caos che in Italia esiste sulla questione trasparenza. “C’è un evidente eccesso di leggi: nel corso degli ultimi tre anni si è verificata una produzione normativa dai ritmi frenetici – continua Cozzio – tutto ciò non va certo in direzione della trasparenza”. “Il livello di confusione è talmente elevato – spiega ancora Transparency – che gli enti pubblici non sanno cosa devono pubblicare e cosa no. L’opacità viene creata prima di tutto dall’eccessivo numero di norme, dal modo indecifrabile in cui vengono (appositamente?) scritte e dal conflitto che si crea spesso tra le stesse. Se il legislatore volesse davvero garantire la trasparenza della P.A. dovrebbe approvare un Freedom of Information Act, sul modello di quelli in vigore in paesi avanzati come gli Stati Uniti o la Gran Bretagna, che obbliga gli enti alla pubblicazione degli atti e garantisce il diritto dei cittadini a ricevere tutte le informazioni di cui hanno bisogno”.

SENZA CONTRATTI MENO CONTROLLO “Nelle tabelle che pubblichiamo ci sono tutte le informazioni salienti”, spiegano da palazzo Chigi. Però una cosa è pubblicare un contratto ufficiale, altra è limitarsi a fornire uno specchietto contenente solo alcuni dati. Un episodio. A inizio gennaio si verifica un cambio al vertice della struttura cui fa capo la trasparenza di Palazzo Chigi: Alberto Stancanelli, capo del dipartimento per la gestione delle risorse umane e strumentali, veniva rimosso e sostituito da Paola D’Avena. Cos’era successo? Qualche settimana prima, il 13 novembre, il quotidiano Libero aveva scoperto che per il «restauro poltrone studio ufficio del Presidente del Consiglio» Enrico Letta sottoscritto il 17 giugno ed eseguito ad agosto, la presidenza del Consiglio aveva speso 23.982,93 euro, Iva compresa. E altri 8.369,65 euro se ne erano andati per le tende. Una notizia che aveva scatenato una bufera su Palazzo Chigi, cui era seguita la rimozione di Stancanelli e che il quotidiano aveva trovato proprio grazie alla consultabilità online dei contratti. Dai quali si estraggono le informazioni necessarie a capire come veramente la P.A. spende i suoi soldi, cioè quelli dei cittadini. Però i link smettono di essere pubblicati a gennaio 2014, “quando entra in vigore il 33/2013”, spiega ancora la Presidenza. Ora controllare le spese del palazzo è molto più difficile.

ITALIA, LO STATO SILENTE Qual è il livello di trasparenza della P.A. in Italia? Il rapporto The Silent State – Acces to information in Italy, realizzato da Diritto di Sapere con Access-Info Europe e Open Society Foundations e pubblicato nell’aprile 2013, riportava un giudizio negativo sulle richieste di accesso agli atti: “Le informazioni in possesso della PA non sono state fornite nel 73% dei casi – si legge – di questi, il 65% va classificato come ‘silenzio amministrativo’, la mancanza risposta entro 30 giorni”. Ancora: “Solo il 4% dei rifiuti è stato esplicitato e motivato. Questo riflette un’evidente mancanza di cultura dell’accesso all’interno della PA”. Anche la qualità dei dati è bassa: “Solo il 13% delle richieste (40 su 300) ha ricevuto una risposta pienamente soddisfacente, cioè informazioni utili e utilizzabili, mentre il 10% (29 su 300) ha ricevuto una risposta parzialmente adeguata”. Come siamo messi rispetto ai paesi Ue? Male: secondo il rapporto Global Right to Information Update pubblicato nel luglio 2013 da Freedom of Information Advocates Network (FOIAnet), l’Italia figura tra i paesi in cui l’accesso alle informazioni è “scarso” in compagnia di Russia, Lituania, Albania, Grecia, ma anche di Germania e Austria.

RENZI: “ONLINE ANCHE I 50 CENT PER LA BOTTIGLIA D’ACQUA” Per venerdì 13 giugno è attesa la riforma della P.A. annunciata da Matteo Renzi, che lo scorso 22 aprile ha firmato la direttiva che dispone la declassificazione degli atti relativi alle stragi di Stato. In una lettera indirizzata ai dipendenti statali, sono elencati i tre punti cardine della riforma che poggerà “sul capitale umano, sui tagli agli sprechi della Pa e sugli open data come strumento di trasparenza e innovazione”. “Se mettiamo online la spesa centesimo per centesimo facciamo una cosa più importante della revisione della spesa – spiegava il presidente del Consiglio il 12 aprile al Festival del Volontariato di Lucca – perché io pubblico dirigente sono costretto a pensare che la spesa di 50 centesimi per la bottiglietta d’acqua è visibile e confrontabile”. La bottiglietta d’acqua del dirigente arriverà pure online prima o poi nelle parole del premier, quello che mancano sono i contratti per milioni stipulati della P.A. con i fornitori. Va bene, la legge consente di non pubblicare, ma un’istituzione che predica la “trasparenza” a ogni pie’ sospinto potrebbe andare oltre e pubblicare comunque i contratti. Per la trasparenza, appunto.

 

Riceviamo e pubblichiamo da Alberto Stancanelli la seguente richiesta di rettifica
Gentile direttore, ho letto ora on line l’articolo di Marco Pasciuti, che ritorna su di un pezzo di franco bechis sulla mia presunta rimozione a gennaio da capo dipartimento delle politiche del personale e delle risorse strumentali. avevo tentato di rispristinare la verità dei fatti affermati da bechis con una mia precisazione pubblicata sullo stesso giornale (che le allego). Ho anche e con la successiva citazione in giudizio al direttore di Libero e allo stesso Bechis cercato di chiarire non solo la mia posizione, ma anche i fatti e il contesto (le allego la citazione e qualche documento). Ma mi sembra che sia stato tutto inutile. Una volta scritto un articolo e pubblicato su di un giornale questo diventa per voi giornalisti verità assoluta.
Alberto Stancanelli

La risposta di Marco Pasciuti
Quello di Alberto Stancanelli, oggi capo dell’Ufficio della Segreteria del Consiglio dei ministri, è stato “un normale e concordato avvicendamento nell’ambito degli incarichi dirigenziali tra gli Uffici della Presidenza” e non una rimozione. Dalla visione delle fatture inviateci dal dottor Stancanelli si evince come la Presidenza abbia speso 16.117,20 euro per il rifacimento di due divani e due poltrone dello studio del presidente del Consiglio e 7.865,73 per 34 tende in altri uffici. Sul sito del governo, tuttavia, è pubblicato in data 8/10/2013 soltanto un documento che ha come oggetto il “restauro poltrone studio ufficio del Presidente del Consiglio” e che riporta una spesa complessiva pari a 23.982,93 euro, senza alcun riferimento ai dettagli di spesa. Un chiaro esempio di come il livello di trasparenza sarebbe stato superiore e ai cittadini sarebbe stato offerto un servizio migliore se sul sito fossero stati pubblicati i dettagli della spesa.