Siccome, crocianamente parlando, “non possiamo non dirci renziani”, il carro del vincitore di Flaiano non basta più. Per raccogliere tutti i neofiti demorenziani travestiti da antemarcia che sbarcano da ogni dove alla spicciolata, a bordo di zattere di fortuna rigurgitanti di carne umana,  ci vuole almeno un cargo. La Marina Militare pattuglia le coste per prestare ai profughi i primi soccorsi, nella nuova operazione ribattezzata dal Viminale “Matteum Nostrum”. La Protezione civile fa sapere che i richiedenti asilo al Nazareno e a Palazzo Chigi verranno alloggiati in strutture provvisorie di raccolta, i Cir (Centri identificazione e riciclaggio), in attesa di essere smistati in ministeri, enti pubblici, banche, municipalizzate, cda sfusi. Nel frattempo, si prega di non spingere.

Il Quinto Stato. La foto di gruppo del nuovo Stato Maggiore in versione Pellizza da Volpedo, scattata la Notte della Vittoria, cela alcuni renziani dell’ultim’ora, folgorati sulla via di Pontassieve fra il secondo exit poll e la prima proiezione: l’efebico ex bersaniano Roberto Speranza, lievemente scolorito per via della trielina usata per svaporare le ultime macchie di giaguaro; e il batracico ex bersaniano Nico Stumpo, opportunamente nascosto dietro una stangona. In prima fila si spellano le mani gli ex giovani turchi, ora neorenziani di mezza età, Orfini, Verducci e Fassina.

Il terzo non è la moglie di Fassino, ma l’impavido dissidente antirenziano che dava a Matteo dell’“ex portaborse” un po’ “berlusconiano”; secerneva “vergogna per l’incontro Renzi-Berlusconi”; e lasciò il governo Letta quando Renzi lo chiamò “Fassina chi?”. Ora, opportunamente sedato, esalta il “Renzi valore aggiunto”, “la chiara leadership” del Caro Leader, “la squadra sui territori”, in vista della “missione difficile di grandissima responsabilità”. Quale? “La possibilità straordinaria di cambiare l’agenda della politica europea” verso “la svolta all’insegna dell’allontanamento dall’austerity e della crescita del lavoro”. Il suo, naturalmente. Un Jobs Act personale: che s’ha da fa’ per campa’.

In che Stato. Nel reparto CRSR (Convertiti al Rottamatore per Salvarsi dalla Rottamazione) svetta Dario Franceschini, che due anni fa cinguettava: “Bersani ragiona, Renzi recita”. Infatti, se ragionasse, non l’avrebbe fatto ministro della Cultura. Come disse Andrea Orlando, “basta passare con Renzi che si diventa nuovi, quando si passa con Renzi si diventa nuovi anche se non lo si è di curriculum”. Tipo lui, che ora fa il ministro della Giustizia. Il veltroniano (corrente Alitalia) e poi bersaniano Matteo Colaninno nota “un grande patrimonio del Pd che ora avrà una responsabilità ancora più grande di cambiare l’Italia e guidare una nuova fase dell’Europa” (sempre volando Alitalia).

E Bersani, quello che “Renzi è un pazzo” e “ho salvato il cervello ma non lo do a Renzi”, che ne è di lui? “Complimenti a Matteo Renzi” e “adesso prendiamoci le nostre responsabilità in Italia e in Europa”. A Matte’, ricordate del mio cervello. E Max D’Alema, quello che “Renzi è ignorante e superficiale” e “non ha mai letto un libro in vita sua”? Ora “Renzi è un grande leader”, ma “non si arriva al 40% senza un grande partito”. Capotavola è sempre dove si siede lui. Specie se la tavola è la Commissione europea e Matteo non ci manda Letta. Le cambiali si pagano.

Cupirla. Il giovane vecchio Gianni Cuperlo fu già avversario di Matteo alle primarie, ma controvoglia. Rifiutò l’ingresso nella Segreteria renziana per gli inaccettabili “attacchi personali” del leader destrorso. Reclamò financo le dimissioni del neopremier da segretario. Ma – si scopre ora – lo fece obtorto collo. Anch’egli è un renziano della prima ora: prima clandestino, ora palese dinanzi al “risultato storico” e all’“ebbrezza del 4 davanti allo 0” (lui era abituato allo 0 senza il 4 davanti). Dunque Matteo torna un compagno, molto rosso fra l’altro: “Il Pd è la prima forza del progressismo e del socialismo in Europa”. Stringiamci a coorte e “riapriamo il cantiere”, appena esce Greganti.

Giovani italiane. Nella sezione Massaie Rurali, scintilla il sorriso pudico di Federica Mogherini. Non rideva così da quando esaltò la “straordinaria vittoria” (di Bersani alle prime primarie contro Renzi). Sentendo poi Matteo parlare di politica estera, twittò con l’hashtag “#terzaelementare”: “Ok, Renzi ha bisogno di studiare un bel po’ di politica estera… non arriva alla sufficienza, temo”. E ancora: “Confermo: Matteo, lascia stare la politica #estera e di #difesa, #Obama e #F35 compresi. Ti conviene, dai retta…”.

Marianna Madia, appena vide Matteo in tv con Bersani, tagliò corto: “Solo Bersani statura da presidente consiglio”, “Voto Bersani, è il miglior premier che l’Italia possa avere”. Fortuna che poi arrivò Renzi, se no chi le faceva ministre? Sempre stata renziana pure Pina Picierno, fin da quando si laureò con una tesi sul pensiero politico di Ciriaco De Mita, poi passò a Franceschini e poi a Bersani, ma solo per finta, infatti twittava nel suo italiano malcerto: “Qualcuno dica a Renzi che l’Onu ha appena stabilito che deve studiare”, “Bella supercazzola di Matteo Renzi sui diritti”, “La soluzione per Matteo Renzi è più discoteche in Iran”, “Lo slogan Adesso di Matteo Renzi? Lo ha lanciato Franceschini nel 2009, mazza che svolta!”, “M’avanzano un sacco di cappellini della campagna di Renzi, che faccio li spedisco a lui o libero il mio garage?”, “Il pluripensionato Vespa andrebbe rottamato prima di tutti. Peccato che Renzi non la pensi così”, “’Se perdiamo le primarie il partito non tocchi i rottamatori’, dice Renzi. Ma per chi ci ha preso, per Renziani?!”. Camuffamento perfetto, prima del coming out.

Trascinatori di folle. Pronti con le transenne: arrivano Alfano e Casini, noti frequentatori di se stessi. Dall’alto del 4,4%, Piercasinando spiega che lui più che altro fa parte del 41% di Renzi: “Questo voto ha premiato il governo e anche chi lo sostiene”. Angelino Jolie invece trova che il 4,4 è un trionfo: “noi siamo un pilastro del governo”, “ha vinto la speranza contro la rabbia, il polo del buongoverno contro quello della pura protesta”. Ergo “siamo tutti più forti” perché “il nostro mezzo punto percentuale è stato ben sacrificato”: “se avessimo preso lo zero virgola per cento in più tutti voi avreste parlato di un risultato più che soddisfacente”, ma in fondo “con le condizioni che si sono determinate – il Pd al 41% – lo consideriamo comunque un buon risultato”. Un po’ come se l’Atletico Madrid dicesse: “Se il Real non ci rifilava quattro gol, vincevamo facile con uno: dunque è andata di lusso”.

Movimento Cinque Renzi. Se avanzano transenne, tenerne qualcuna da parte per la prorompente iniziativa politica di Luis Alberto Orellana e Francesco Campanella, candidati alla guida del neonato gruppo senatoriale degli ex grillini, quelli che promettevano di lasciare Palazzo Madama. E invece no, troppo forte la tentazione di passare alla Storia accanto della Rivoluzione Renziana: restano a pie’ fermo in poltrona e chiedono le dimissioni di Grillo, non si sa peraltro da che cosa. Il virile apporto dei renzastellati prenderà l’atletico e ginnico nome di “Democrazia Attiva”, e saranno dolori per tutti i passivi.

LEGGI LA SECONDA PARTE DELL’ARTICOLO: “LA STAMPA SI INCHINA”

da Il Fatto Quotidiano del 28 maggio 2014