È il dio dei cinéphile. E come tale non poteva palesarsi, decidendo di rimanere “rigorosamente” assente dai clamori di Cannes. Jean-Luc Godard – come il collega Terrence Malick – è di quei personaggi che creano l’evento anche senza comparire. E qui Nanni Moretti non c’entra: l’odio per il glamour va ben oltre il refrain “mi si nota di più se vengo o non vengo”. La conferenza stampa pertanto annullata, la folla in coda da ore per accedere all’unica proiezione di Adieu au langage, il film più breve del concorso (un’ora e dieci minuti) e uno dei più attesi, peraltro in un rivoluzionario 3D. Un applauso scrosciante allo spegnersi delle luci “Lunga vita a Jean-Luc!” tuona una voce dalla platea. Il film – come da trailer e pressbook – è altro rispetto alla cine-narrazione non solo classica ma anche a quella del primo Godard: rimanda semmai agli ultimi suoi lavori, a Film Socialism per esempio che fu il più recente lungo apparso sulla Croisette. A Cannes, peraltro, è presente con un corto inserito nel film a episodi I ponti di Sarajevo, in programma domani.

Ma torniamo a Adieu au langage. La storia è tirata all’osso: due coppie e un cane. L’impossibilità per loro di una vera comunicazione. Citazioni, frammentazioni audio-visive, evocazioni di ogni genere, Hitler come terrorista informativo, esempio di ciò che ha prodotto il non-linguaggio. Il 3D va addosso allo spettatore finché si sdoppia in due visioni monoculari: chiudendo un occhio appare la donna, chiudendo l’altro l’uomo. Tutti gli esseri umani hanno paura, e ciò che li unisce – da sempre – è l’atto di defecare “qui siamo tutti uguali”. Il cane vaga nella natura (capitolo I) e riemerge nella metafora (capitolo II): per Godard è chiaro, forse per gli spettatori meno che oggi sono gli uomini i “senzanima” e non gli animali.

Questo e tanto altro è Adieu au langage, l’essenza di un progetto ideologico/metaforico/simbolico e come sempre, rivoluzionario.

Nel panorama del concorso è difficile predire se sortirà un premio: certamente un maestro o si premia bene o meglio non premiarlo. Per i concorrenti la sfida sta nel frattempo accendendosi: tra ieri ed oggi sono passati gli attesi fratelli Dardenne con Deux jours, une nuit con una Marion Cotillard trasfigurata e simbolo dell’odierna crisi di lavoro e il nuovo lavoro del premio Oscar Michel Hazanavicius, The Search sulla guerra cecena. Breve e ficcante il primo ma non ai livelli dei “soliti Dardenne”, lungo e scolastico il secondo, forse per il timore di eccedere in un tema non facile da gestire.