L’idea che l’euro sia la causa della nostra crisi e che uscire dall’euro ci permetterebbe di svalutare la moneta favorendo esportazioni e crescita è sempre più in voga.

Cosa c’è di giusto e cosa di sbagliato?

L’uscita dall’euro non potrebbe avvenire da un giorno all’altro, ma andrebbe discussa e programmata. Questo genererebbe una fuga di capitali, crollo delle borse e lunghe dispute giudiziarie per la riconversione dei vecchi debiti in lire.

Ma supponiamo che passi la fase turbolenta dopo l’uscita dell’euro. Ci ritroveremmo in una situazione migliore? Non necessariamente. Ci potrebbe essere qualche vantaggio nel breve periodo, ma nel lungo periodo la nostra situazione non cambierebbe.

Ricordiamoci cosa accadde nel 1992. La lira si svalutò del 30%, ma la traiettoria delle esportazioni non cambiò e l’effetto maggiore fu una diminuzione delle importazioni. La crescita media del PIL pro capite nei tre anni successivi fu appena sopra l’1%, per poi riabbassarsi successivamente.

Perché uscire dall’euro e svalutare non cambierebbe la nostra prospettiva di crescita di lungo periodo?

– Perché alla fine le esportazioni non dipendono dal tasso di cambio nominale ma da quello reale, ossia quello che tiene in conto del potere di acquisto delle monete e che dipende anche da prezzi e produttività.

– Perché nei paesi sviluppati ciò che determina la crescita di lungo periodo sono fattori più strutturali come la produttività e non il tasso di cambio. Il problema è che in Italia la crescita della produttività si è inceppata dalla metà degli anni ’90, mentre negli altri paesi ha continuato a crescere.

Di fatto la crisi attuale è l’espressione di un declino iniziato con la Seconda Repubblica nel ‘94 – ’95: è da lì che il nostro reddito pro capite ha iniziato ad abbassarsi rispetto alla media europea. Le radici di tutto questo sono disparate, ma non direttamente imputabili all’euro che è arrivato dopo.

Non dimentichiamo poi che l’euro ci ha portato diversi benefici.

Grazie all’euro il costo del debito pubblico è fortemente diminuito perché i mercati non ci chiedono più un alto tasso d’interesse dovuto al rischio di svalutazione. Per un Paese con un debito alto come il nostro è stato un risparmio di centinaia di miliardi.

Inoltre, ancorando la nostra politica monetaria e cambiaria alla Banca Centrale Europea siamo riusciti ad ottenere un’inflazione più bassa rispetto agli anni pre-euro.

Infine essere parte dell’euro e avere una Banca Centrale Europea forte come riferimento ci protegge meglio da shock globali come l’11 settembre o la crisi finanziaria. E’ più difficile ora diventare oggetto di fuga di capitali, speculatori, o crisi bancarie.

 

Ma ci sono anche dei costi

Non avendo il pieno controllo della politica monetaria e cambiaria abbiamo minori strumenti per manovre macroeconomiche, specie in risposta a shock specifici che colpiscono l’Italia. Inoltre misure come il fiscal compact limitano ulteriormente gli spazi di manovra economica specialmente in tempi di crisi. Non essendoci una politica fiscale europea mancano dei meccanismi di riequilibrio che aiutano un Paese in difficoltà ad uscire da una crisi.

C’è il rischio che a un certo punto i costi dello stare nell’euro superino i benefici. Non ora però. Al momento ci conviene ancora stare nell’euro. I benefici probabilmente sono superiori ai costi e come detto l’euro non è la causa della nostra crisi.

Per finire, non bisogna scordarsi che l’euro è il prodotto di un lungo processo di integrazione che ha garantito all’Europa uno dei periodi di pace più duraturi della sua storia. Oggi sorridiamo all’idea di una guerra tra Germania e Francia, ma in passato questa è stata più la regola che l’eccezione. Le conquiste dell’Unione Europea non sono solo economiche!

Fadi Hassan