Chi dalla cella, chi collegato in videoconferenza, il gotha della ‘ndrangheta ha assistito in silenzio alla lettura della sentenza del maxiprocesso “Meta”, nato da un’inchiesta del sostituto procuratore della Dda Giuseppe Lombardo che, nel 2010, ha stroncato le principali famiglie mafiose di Reggio Calabria.

Dopo quattro giorni di camera di consiglio, il presidente del Tribunale Silvana Grasso ha inflitto condanne pesantissime ai boss e ai luogotenenti delle cosche reggine. Sono state accolte, in sostanza, le richieste del pm che aveva auspicato 400 anni di carcere per gli imputati che hanno scelto il rito ordinario.

A partire da Giuseppe De Stefano, capocrimine e figlio del mammasantissima don Paolo, che è stato condannato a 27 anni di carcere. I giudici hanno inflitto 20 anni agli altri componenti del “direttorio” ‘ndranghetista: Pasquale Condello, detto il “Supremo”, Pasquale Libri e Giovanni Tegano. Ventitré anni, infine, anche a Domenico Condello, detto “Gingomma”, nipote del boss di Archi, considerato dalla Direzione distrettuale antimafia l’elemento di raccordo tra i boss e il resto dell’organizzazione.

Tutti gli altri imputati sono stati condannati a pene fino a 21 anni di carcere. Tra questi anche il capocosca di Sinopoli, Cosimo Alvaro (17 anni e 9 mesi di reclusione), che, nell’ottobre 2006, partecipò a una festa per l’anniversario dei genitori di Domenico e Carmelo Barbieri, il primo condannato con il rito abbreviato mentre al secondo oggi sono stati inflitti 3 anni di carcere. A quella festa parteciparono anche molti politici tra cui, come emerge in un’informativa del Ros, anche l’ex sindaco di Reggio e governatore della Calabria, Giuseppe Scopelliti, oggi candidato alle europee nella lista del Nuovo Centrodestra.

Dopo il processo “Olimpia” degli anni Novanta, questa è la più importante inchiesta che, quattro anni fa, ha portato all’arresto di 42 persone. Nel corso del processo, il pm Lombardo ha più volte ribadito che le indagini continuano e che, in realtà, l’inchiesta che ha portato alla sentenza emessa oggi è solo “Metà” delle indagini che stanno conducendo i carabinieri del Ros.

Sempre il sostituto Lombardo, infatti, nei mesi scorsi ha modificato il capo di imputazione dell’associazione mafiosa inserendo il concetto di “invisibili”, quei soggetti mafiosi dalle “menti raffinate” che tirano le fila dei rapporti tra ‘ndrangheta, politica e massoneria. Una sorta di “livello superiore” (con cui possono avere a che fare solo i quattro boss componenti del “direttorio”) sul quale presto la Procura di Reggio, guidata da Federico Cafiero De Raho, potrebbe fare luce.

Ritornando alla sentenza di oggi, il Tribunale ha disposto un risarcimento danni di 2 milioni di euro per lo Stato italiano e per tutte le altre istituzioni che si sono costituite parte civile. I boss, infine, dovranno pagare altre 500mila euro all’associazione “Libera”.