Vaccini e iniezioni antirughe fanno salire la temperatura delle case farmaceutiche. Tra lunedì e martedì la multinazionale svizzera Novartis ha annunciato un maxi accordo a nove zeri con il colosso inglese GlaxoSmithKline (Gsk) – gli venderà la propria divisione vaccini in cambio dei suoi farmaci anti cancro – mentre il gruppo canadese Valeant ha lanciato un’offerta da 46 miliardi di dollari per Allergan, produttore del Botox. Non solo, si sono anche diffuse indiscrezioni sull’interesse dell’americana Pfizer – prima farmaceutica al mondo per fatturato – nei confronti della londinese AstraZeneca. Potrebbe pagarla fino a 100 miliardi di dollari. Febbre alta, insomma, sui mercati e sulle quotazioni. Ma la febbre, si sa, per le aziende farmaceutiche è tutt’altro che un problema. Anzi, funziona come un vero toccasana per i bilanci. C’è da scommettere che sarà così anche stavolta. Resta da vedere, invece, quali effetti avrà questo ennesimo valzer miliardario sui posti di lavoro dei ricercatori, sulla salute dei cittadini e pure sulle loro tasche, considerato che di recente è emerso come l’anti-aviaria Tamiflu (per il quale i governi di mezzo mondo spesero centinaia di milioni) sia efficace quanto una banale pastiglia di paracetamolo.

Partiamo da Novartis, che venderà a Gsk la propria divisione vaccini – esclusi quelli influenzali per cui cercherà un altro compratore – per 7,1 miliardi di dollari più le royalties. L’operazione, che sarà definitiva non prima del 2015 (serve il via libera delle autorità antitrust), rafforzerà la posizione di Glaxo sul mercato delle vaccinazioni, che la vede già al terzo posto a livello globale. Non è finita: in cambio dei vaccini, e mettendo in più sul piatto circa 16 miliardi di dollari, Novartis si prenderà in casa i farmaci oncologici di Gsk. E i due gruppi creeranno insieme una società che punta a diventare leader mondiale nel cosiddetto “consumer healthcare”, cioè antidolorifici e altri farmaci da banco, cerotti, dentifrici e simili. Un settore molto promettente nei Paesi emergenti.

In termini di strategia, per Novartis è una rivoluzione: il suo ex amministratore delegato Daniel Vasella, che l’ha guidata per 17 anni, è sempre stato un sostenitore della massima diversificazione. Sotto di lui l’azienda di Basilea è arrivata a controllare sei divisioni, dai vaccini ai medicinali oftalmologici fino ai prodotti per la salute animale. Il successore Jim Jimenez, subentrato nel 2010, vuole invece focalizzare il business su un numero ridotto di aree. Naturalmente le più remunerative alla luce delle tendenze demografiche e epidemiologiche. Di qui la scelta di rafforzarsi sui farmaci innovativi (tra cui quelli oncologici), i generici e quelli per gli occhi. Tra cui il Lucentis, lo stesso che è finito al centro della maxi-multa dell’Antitrust a Novartis e Roche, che si sono accordate illecitamente per ostacolare la diffusione di un farmaco molto più economico e altrettanto valido contro la degenerazione maculare, l’Avastin.

“Queste operazioni”, ha dichiarato Jimenez dopo l’annuncio dell’accordo con Gsk e la contestuale vendita dei farmaci per animali all’americana Eli Lilly (incasso 5,4 miliardi), “migliorano la nostra forza finanziaria e si prevede incidano subito sui nostri tassi di crescita e sui margini”. Al tempo stesso, la cessione dei “pezzi” considerati al momento meno interessanti “ci consentirà di realizzare un valore immediato per i nostri azionisti”. “Cessioni e acquisizioni, in questo settore, si fanno per due motivi”, commenta Gianluca Stancati, avvocato tributarista, partner di KStudio Associato (network Kpmg) e responsabile della “practice” che segue gli aspetti fiscali delle aziende farmaceutiche. “Mitigare i rischi legati agli investimenti in ricerca (invece che partire da zero, si compra una divisione già avviata con prodotti interessanti in fase di sviluppo o si stringe una partnership) o concentrarsi su settori strategici. Il caso di Novarts e Glaxo mi sembra rientri nella seconda categoria: entrambi vogliono rafforzare il portafoglio dei farmaci rispettivamente nell’area oncologica e dei vaccini”. Di qui lo scambio vaccini-anticancro.

In Toscana, la notizia sta causando una certa agitazione, perché dentro Novartis Vaccines ci sono gli stabilimenti di Siena e Rosia, dove lavorano circa 2mila persone. Il centro ricerche diretto da Rino Rappuoli, in particolare, è un fiore all’occhiello: è stata inventata qui la “reverse vaccinology”, una tecnica innovativa per lo sviluppo di nuovi vaccini tramite lo studio del genoma. Il gruppo svizzero ci ha investito 1 miliardo negli ultimi sei anni e ora Regione e Provincia sperano che Glaxo continui su questa strada, ma già dichiarano che “i futuri passaggi dovranno essere attentamente verificati”. Non si sa mai. Anche perché sono tanti i precedenti in cui fusioni e acquisizioni si sono tradotte in tagli proprio sui laboratori di ricerca. Dal quartier generale italiano di Novartis assicurano che tra i loro vaccini batterici e quelli virali di Gsk “ci sono ottime sinergie e nessuna sovrapposizione”. Resta poi pendente il destino dei vaccini influenzali, la cui produzione in Italia era però già destinata a esaurirsi perché gli svizzeri ne producono di più moderni e avanzati in Germania e Inghilterra.

Se l’accordo Novartis-Gsk risponde a logiche di profitto e di razionalizzazione, gli analisti considerano ben più speculativo il raid di Valeant Pharmaceuticals e del finanziere William Ackman sulla californiana Allergan, che vende prodotti per il trattamento del glaucoma, ma soprattutto il gettonatissimo antirughe sottocutaneo Botox (usato anche per finalità terapeutiche). Ackman è noto per l’aggressività dell’approccio e la tendenza a acquisire le aziende per spremerne il massimo del profitto. In questo caso ha scalato il capitale di Allergan fino ad averne quasi il 10 per cento. Solo dopo si è scoperta l’alleanza con Valeant, specializzata in prodotti dermatologici, che fondendosi con Allergan diventerebbe un colosso del settore. Si vedrà se il matrimonio andrà a buon fine. Intanto, il mercato si è infiammato anche sulle voci della possibile acquisizione di AstraZeneca da parte di Pfizer. Un’operazione da 100 miliardi di dollari: sarebbe la più grande di sempre nel settore.