Quando ero bambino, alla scuola primaria, ogni 25 aprile o 4 Novembre, la maestra Teresa ci accompagnava davanti al monumento dei caduti in piazza della Vittoria. Mia madre mi faceva indossare gli abiti della festa, anche se non era domenica. Alle 9 del mattino mi ritrovavo con gli altri quattro o cinque compagni di quarta e quinta elementare, davanti a quei nomi scolpiti nella pietra: Mussi, Caravaggi, Colombetti…

Per me erano solo cognomi, non erano volti. A dare solennità a quel momento era la banda civica che suonava l’inno d’Italia. Per anni, il 25 aprile, ho risentito il suono della tromba che scandiva il momento del “silenzio” prima del discorso del sindaco. Seguiva la messa, il corteo e il banchetto con i “Reduci e combattenti” al Movimento Cristiano Lavoratori. Nessuno mi ha mai raccontato chi fossero quei cognomi scolpiti nella pietra del monumento. Dei partigiani, della lotta di liberazione sentii parlare solo in terza media. Marzabotto e Monte Sole non erano entrati nella mia storia. Nemmeno delle leggi razziali mi avevano parlato. Sapevo a malapena, in quinta elementare, chi era stato Benito Mussolini.

Sono trascorsi 70 anni dalla strage di Marzabotto in cui persero la vita 1830 persone tra cui intere famiglie e molti bambini ma in Italia la storia è rimasta appiccicata solo alle pagine di qualche libro. Nei libri di storia delle classi quinte della scuola primaria, i cosiddetti programmi, non contemplano la “nostra” storia. Meglio rimandare alla secondaria o alle secondaria superiore.

Provate ad entrare in una classe delle medie e chiedere: “Chi è Sandro Pertini? Chi sono i fratelli Cervi?”.

La maggior parte dei vostri interlocutori alzerà le spalle. Si guarderà in faccia stupefatta. Ma sia chiaro che la responsabilità di quell’indifferenza non è di questi ragazzi ma nostra. Di noi maestri, dei signori ministri dell’istruzione che si sono succeduti sulle poltrone, di quei papà e di quelle mamme che il 25 aprile vanno a fare la scampagnata fuori porta o il barbecue.

Dal 1949 è festa nazionale ma forse in questo Paese, in questa giornata dovremmo festeggiare aprendo le porte delle scuole, anziché chiuderle. Dopo 70 anni non è più tempo di ricordare ma di esercitarsi nella memoria. Il 25 aprile dovremmo portare tra i banchi gli ultimi partigiani ancora vivi, ascoltare le loro storie, guardare gli occhi di chi come il partigiano Armando Gasiani, nelle mie classi, ha mostrato quel numero portato sulla divisa nel campo di concentramento. I

l 25 aprile dovremmo essere a scuola per uscire dalle nostre aule e andare a Marzabotto a toccare con mano quelle tombe; dovremmo riascoltare le voci dei fratelli Cervi andando a Gattatico alla loro casa-museo. Il 25 aprile dovremmo risentire le parole del partigiano della Costituzione don Andrea Gallo.

Il 25 aprile dovremmo cantare “Bella ciao” nelle nostre scuole. Dovremmo cantarlo così forte da farlo sentire anche a chi passa per la strada ignaro del valore di questa giornata. Senza paura degli ipocriti ma spiegando anche loro il valore di quella canzone.