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Ritorno a Nardò: viaggio tra i braccianti che raccolgono le angurie 15 anni dopo la rivolta. “C’è ancora chi sfrutta”

Nel 2011 il primo sciopero per le condizioni di lavoro: condannati solo i caporali. Tra centri di accoglienza e paghe saltate, nei campi ancora i "padroni" di allora. "Servono più controlli"
Ritorno a Nardò: viaggio tra i braccianti che raccolgono le angurie 15 anni dopo la rivolta. “C’è ancora chi sfrutta”
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Quando il suv bianco latte, marca tedesca, vetri oscurati si affaccia sul bordo di terra rossa, sono passati appena dieci minuti dall’arrivo del camper del sindacato di strada nel campo di angurie. “Ogni tanto ritornate”, dice l’uomo al volante. “Beh pure voi”, è la risposta. “Noi veramente non ce ne siamo mai andati”, dice Gerardo Latino, e fa un sorriso sardonico con la sigaretta che gli fuma in mano mentre gli occhi dietro le lenti azzurrine rimangono duri. I sindacalisti invece evitano il contatto: per tredici lunghi anni il confronto si è giocato nelle aule di tribunale, dove la Flai Cgil era tra le parti civili del processo per riduzione in schiavitù che vedeva imputati caporali e imprenditori agricoli di Nardò. Primo tra tutti il re dell’anguria: Pantaleo Latino, detto Pantaluccio. Fratello e socio di Gerardo Latino, mai indagato, l’uomo in suv che si è materializzato dieci minuti dopo il nostro contatto con gli uomini al lavoro tra la terra.

Un cassone per 100 euro

Nella campagna le angurie striate di verde chiaroscuro brillano nella luce dell’alba, sei braccianti maghrebini le staccano dalla pianta e le ordinano ai bordi dei filari. Più tardi, con un prodigioso gioco di muscoli e sudore, le faranno volare nei cassoni che poi prenderanno la strada del nord Italia e del nord Europa, dove le angurie di Nardò sono considerate una squisitezza: rosse, croccanti, zuccherine. Ed economiche. La quotazione di quest’anno si aggira sui 20 centesimi al chilo per il produttore: significa che un frutto da 15 chili può valere tre euro e un cassone come quello che i braccianti tunisini riempiranno di lì a poco può arrivare a fruttare un centinaio di euro. Non c’è macchina che possa fare questo lavoro: a differenza dei pomodori, la cui raccolta diventa sempre più meccanizzata, le angurie vanno raccolte a forza di braccia.

La rivolta e la nuova legge

È questo il motivo per cui Nardò, il centro salentino dalle delicate chiese barocche e dalle pinete sul mare di Porto Selvaggio, diventa ogni estate la meta di centinaia di braccianti africani. Che nel 2011 furono protagonisti di un fatto storico: il primo sciopero di braccianti stranieri contro le condizioni di sfruttamento estremo a cui erano sottoposti nelle campagne dei padroni italiani. Subito dopo quella rivolta l’allora governo Berlusconi varò in tutta fretta l’articolo 603 bis del codice penale, che istituiva il reato di caporalato, fino ad allora qualificato come illecito amministrativo, norma di cui però i braccianti di Nardò non poterono usufruire, dato che i fatti che li riguardavano erano precedenti.

Il camper della Flai Cgil

Andiamo con ordine e mettiamo in fila i fatti, partendo dall’alba in cui il camper di strada della Flai Cgil della Puglia si prepara a battere le campagne di Nardò. Sono le 5 quando ci incontriamo tra le luci al neon di una stazione di servizio, fra la strana umanità che popola a quell’ora il piazzale del distributore: un ragazzo africano dai pantaloni sporchi di terra mette benzina a un pulmino scassato mentre quattro ragazzi appena tornati da una delle discoteche della costa bevono cappuccini dietro occhiali scuri. Per la Flai, il sindacato di categoria dell’agricoltura, ci sono il segretario della Puglia Antonio Ligorio e quello della provincia di Lecce, Alessandro Fersini. Con loro, anche il segretario provinciale della Cgil, Tommaso Moscara. Sul camper sale l’assessora della Regione Puglia alle politiche migratorie Silvia Miglietta e la referente locale del Consiglio italiano per i rifugiati, Donatella Tanzariello. Il camper della Cgil si mette in moto e si dirige verso i campi alla ricerca dei lavoratori. È una delle iniziative del sindacato di strada, nato in Puglia nel 2009 tra i ghetti del Foggiano e che continua tutt’ora, con i componenti della Cgil che avvicinano i braccianti nei campi.

L’imprenditore: “La paga? Non te la dico”

“Questa è acqua fresca, ecco magliette e cappellini contro il sole”, dice Lorenzo D’Amico, giovane funzionario della Flai, porgendo indumenti e bottigliette ai braccianti. “E se poi vi serve qualcosa dal sindacato, mi trovate al campo il lunedì e il giovedì”. Hassan prende cappellini e bottiglie, ringrazia, si tocca la barba grigia con qualche diffidenza. “Quanto vi pagano il lavoro?”, proviamo a chiedere, e la diffidenza diventa più evidente. “Non lo so, ci pagano a giornata, alla fine vediamo”, risponde evasivo. Come lo è l’imprenditore, Gerardo Latino, di fronte alla stessa domanda: quanto pagate i braccianti? “Se mi stai registrando, non te lo dico. Li trattiamo come prevede la legge, punto”. In passato però le indagini della magistratura hanno rilevato dei problemi. “Beh, alla fine si è visto che i problemi non erano causati dai datori di lavoro”. Nel senso che i caporali sono stati condannati e gli imprenditori, tra cui suo fratello Pantaleo, assolti? “Lo sapete bene com’è andata la storia, inutile andare a ripercorrerla”, taglia corto Latino.

Il processo tormentato e il “re delle angurie”

Eppure ripercorrere la storia di quel tormentato processo è utile, a partire dalle indagini svolte tra il 2009 e il 2011 dall’allora procuratrice aggiunta di Lecce Elsa Valeria Mignone, quando il Ros dei carabinieri, guidato dal colonnello Paolo Vincenzoni, documentò fatti gravissimi: una rete di caporali che ingaggiava le squadre per la raccolta del pomodoro e delle angurie nei campi di Nardò e di tutto il Salento e tratteneva dalla paga dei braccianti il 10 per cento per sé per l’intermediazione, facendosi inoltre pagare 5 euro per il trasporto nei campi e altrettanto per acqua e panino. I caporali, che la sentenza definitiva identificherà in Adem Meki, Alcremi Bilel Ben Alaya e Jelassi Saber Ben Mahmoud (quest’ultimo noto con il nome di “Sabr”, da cui prenderà il nome l’indagine e il processo), sequestravano carte di identità e permessi di soggiorno ai lavoratori, che quindi non erano liberi di andarsene via. E chi protestava veniva pestato, buttato con la faccia nei campi e gli veniva riempita la bocca di terra rossa. Fu sulla base di questi elementi che la procura di Lecce scelse di contestare non solo il reato di caporalato (appena inserito nell’ordinamento) ma anche il reato ben più grave di riduzione in schiavitù mandando a processo non solo i caporali ma anche gli imprenditori agricoli del luogo, a cominciare dal “re dell’anguria” Pantaleo Latino.

Colpevoli solo i caporali

Aiutarono a fare luce le denunce del leader della rivolta dei braccianti, l’ivoriano Yvan Sagnet – che poi raccontò la sua esperienza in libri e documentari – e i referenti dell’associazione Finisterrae Gianluca Nigro e Valeria Sallustio, parte civile nel processo ne seguì. Che vide un percorso lungo: nel 2015 la sentenza di primo grado riconosce i reati di caporalato e di riduzione in schiavitù e condanna a 11 anni di carcere tutti gli imputati, a partire da Pantaleo Latino, individuato come il perno del “sistema Nardò” cui facevano capo sia gli stranieri che gli italiani. Verdetto ribaltato in secondo grado nel 2019, con la Corte d’appello di Lecce che assolve tutti perché esclude il reato di caporalato (introdotto nel settembre 2011 e quindi inapplicabile ai fatti contestati) ma soprattutto ritiene non provata la riduzione in schiavitù. Nel 2022 il giudizio in Cassazione e un nuovo ribaltamento: la riduzione in schiavitù ci fu ed è provata da testimonianze e intercettazioni, per cui la Suprema corte annulla la sentenza di assoluzione e rimanda il giudizio definitivo ad un nuovo processo. Si arriva così al 2023, oltre tredici anni dopo i fatti contestati, con la Corte d’appello di Taranto che riconosce la riduzione in schiavitù ma ne addossa la responsabilità ai soli caporali stranieri.

Le baracche di fortuna e le violenze

“Non vi è prova che Pantaleo Latino, come gli altri imprenditori imputati, avesse consapevolezza delle condotte poste in essere dai caporali cui faceva riferimento per il procacciamento della forza lavoro”, si legge nella sentenza definitiva, che spazza via le intercettazioni telefoniche ma anche le testimonianze dei braccianti che raccontavano di passare dall’azienda dei Latino prima di dirigersi nei campi e di aver usato la legna della sua masseria per costruirsi le baracche di fortuna in cui passavano la notte. Latino si rivolgeva sì ai caporali senza mai avere rapporti con gli altri braccianti che raccoglievano la frutta sui suoi campi, ma il “sistema Nardò”, fatto di intimidazioni, sfruttamento, violenze nei campi, sottrazione di documenti avveniva all’insaputa degli imprenditori, nonostante il ferreo controllo che gli stessi imprenditori esercitano sui campi di cui sono proprietari. Sarà una coincidenza, ma il suv di Latino è comparso nel campo di raccolta delle angurie appena dieci minuti dopo l’arrivo del camper della Cgil.

La procuratrice: “Norme scritte male e vaghe”

Sospira e cerca di vedere la parte piena del bicchiere Elsa Valeria Mignone, la procuratrice che curò quella indagine: “La Cassazione ha stabilito dei principi importantissimi in materia di lavoro forzato e di sfruttamento, facendo riferimento alla vulnerabilità dei lavoratori. Alla fine però la risposta giudiziaria non è stata all’altezza del fenomeno”, riconosce l’ex magistrata. “In parte perché le norme sono scritte male, in maniera vaga. E in parte perché, a parte il sindacato e alcune associazioni, le istituzioni non volevano prendere in carico quello che succedeva a Nardò. Basti pensare che il Comune non si costituì parte civile: il sindaco di allora, che era persona di sinistra, scelse di non vedere e si dovette aspettare il cambio di amministrazione”.

Il centro di accoglienza di Boncuri

Sono effettivamente cambiate le cose, a quindici anni da quella rivolta degli schiavi di Nardò? Le condizioni abitative e igienico-sanitarie sono sicuramente migliorate. Nel 2017 il governatore della Puglia Michele Emiliano e il sindaco di Nardò Pippi Mellone inaugurano in pompa magna il centro di accoglienza di Boncuri: costruito accanto alla masseria che fu teatro della storica rivolta del 2011, è finanziato dalla Regione mentre il Comune gestisce i rapporti con le imprese agricole, che possono prenotare i posti letto per i braccianti che si impegnano ad assumere e in cambio pagano un contributo economico per coprire una parte delle spese. Una collaborazione trasversale tra la giunta pugliese di centrosinistra e la giunta cittadina guidata da Mellone, oggi leghista e in passato vicino anche a Casapound, che tutto sommato funziona.

Quanta lentezza per arrivare ai prefabbricati

Fino a un decennio fa, infatti, i braccianti dormivano in tendopoli e masserie abbandonate, si lavavano nelle stazioni di servizio e mangiavano con fornelli da campo sotto gli ulivi. Il centro di Boncuri attualmente dispone di cinquanta casette prefabbricate, dotate di aria condizionata e con sei posti letto all’interno, una mensa con cucine, un’area attrezzata con docce e servizi igienici, postazioni per sanitari e un servizio di assistenza legale affidato al Cir. C’è anche un ufficio dell’Arpal, cioè l’agenzia regionale che gestisce l’incontro tra domanda e offerta di lavoro. “Quindici anni fa lo proponemmo alla Provincia di Lecce ma non ne volle sapere”, ricorda la sindacalista Antonella Cazzato, che nel 2011 con la Cgil fece da sponda istituzionale alla rivolta dei braccianti africani. E ancora prima l’associazione Finisterrae, che gestiva una tendopoli di accoglienza, promosse la campagna “Ingaggiami! contro il lavoro nero” ma incontrò resistenze e critiche anche da parte delle istituzioni locali.

L’assessora regionale: “Modello da superare, flop Pnrr”

La presenza di uno sportello di intermediazione, insomma, non era cosa scontata. “La Regione Puglia sta investendo molto nelle foresterie, da Borgo Mezzanone, nel Foggiano, a Boncore – sostiene l’assessora Miglietta mentre avanza tra le piante di anguria – ma stiamo tentando di superare quel modello e distribuire le persone nei centri abitati con il bando Puglia accogliente”. Peccato che su tutto questo capitolo pesi il flop clamoroso dei fondi Pnrr: circa 250 milioni di euro per superare la vergogna dei ghetti agricoli in cui la Puglia primeggia, di fatto persi. “Noi quei fondi non li abbiamo mai visti – sottolinea Miglietta – La Regione aveva avvisato per tempo: affidare progettazioni così complesse prima a comuni, spesso sguarniti di uffici e personale, e poi a commissari è stato un errore”.

Ma qui c’è ancora chi sfrutta nell’assenza di controlli

Per tornare a Nardò, sta di fatto che i servizi di assistenza legale, intermediazione di lavoro e trasporto nei campi hanno limitato l’influenza dei caporali, ma non del tutto. “Oggi molti sono in regola, soprattutto le aziende grosse”, ci assicura un tunisino nel campo di Boncuri, statura colossale e lunghe treccine che ondeggiano mentre lui si scalda. “Però ce ne stanno tanti altri che sfruttano: un bastardo di italiano ci ha assunti senza contratto per raccogliere i meloni e non ci ha pagato, a me e a altri cinque come me”, afferma. D’altronde iniziative come quella del camper della Cgil, per quanto lodevoli, sono rare. “Servono più controlli. Servono più ispettori”, conclude Antonio Ciniero, docente di Sociologia delle migrazioni presso l’università del Salento. “Recentemente ho appreso un dato che mi ha lasciato sbigottito: gli ispettori del lavoro della provincia di Foggia sono sette. Nella stessa provincia le aziende agricole sono oltre ventimila: cosa possono fare sette ispettori?”.

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