In economia le posizioni ideologiche hanno sempre fatto grandi disastri. Ad esempio, i sostenitori del mercato a tutti i costi nella Russia di Eltsin e di Putin hanno prodotto gli oligarchi e le grandi compagnie monopolistiche. Margaret Thatcher ha potuto concepire i suoi programmi politici solo dopo che una Gran Bretagna, ancorata a vecchie idee, era stata condotta sull’orlo del fallimento. In economia come nel calcio bisogna non aver preclusioni e saper giocare a tutto campo. Non c’è nulla di più pericoloso della persistenza di idee che non trovino riscontro nei fatti. Non riesco a capire perché il principio non debba valere anche per l’Europa e soprattutto per l’euro. Bisogna essere molto più preoccupati per i continui appelli “a non tornare indietro” che non a qualche proposta anche balzana, ma innovativa. “All of us like a sparkling error better than a trivial truth” (Schumpeter). Invece molti, evidentemente non del tutto disinteressati, continuano a lanciare proposte puramente conservative anche davanti alla persistente controprova dei fatti economici e, fra breve, alla prevedibile mazzata antieuropea delle elezioni.

Aggiungiamo a proposito dell’euro che, tra l’altro, qualcuno dovrebbe riconoscere che questo giornale è l’unico in Italia ad aver ospitato un dibattito degno di questo nome, spesso acceso, ma documentato e vario. C’è però un’ulteriore considerazione che vorrei aggiungere. Non sta scritto da nessuna parte che un eventuale uscita dall’euro dovrebbe per forza accompagnarsi a un aumento a due cifre dell’inflazione.

Un po’ di conoscenza storica – che non guasta mai – potrebbe aiutarci a trovare casi eloquenti e contrari. Ad esempio, tra il 1923 e il 1926 i problemi dell’economia italiana erano molto simili agli attuali. Elevato debito pubblico in rapporto alle entrate fiscali. Rischio speculativo sulla divisa nazionale, scarsa crescita, difficoltà delle imprese e obbligo di ristrutturazioni. La strada allora scelta – senza nessun diktat dell’Europa – fu quella della razionalizzazione delle spese, dell’aumento delle entrate, della semplificazione imprenditoriale e del sostegno al potere d’acquisto del ceto medio. Strada un po’ forte e forzata, ma elogiata in primis da John Maynard Keynes.

In effetti ciò di cui si parla raramente è appunto questo ultimo aspetto, una gestione della moneta non per fini politici, ma come strumento per sostenere il potere d’acquisto delle famiglie e dei consumatori, che certamente in caso di forte inflazione andrebbe a gambe all’aria. Pensare che l’uscita dall’euro significhi per forza inflazione vuol dire escludere di fatto la possibilità di abbandonare un sistema monetario che sta facendo più danni che favori. E questo può avvenire solo con una moneta nazionale forte, non con l’attuale tipo di moneta forte, che porta vantaggi ad alcuni paesi a spese di altri. Con una moneta forte nazionale sarebbe possibile rispettare gli impegni finanziari del paese, ripagare gli interessi sul debito e in certa misura anche ridurlo, come appunto fu fatto in quegli anni.

In altre parole è possibile uscire dall’euro, a condizione di creare i presupposti per un ritorno alla lira come moneta forte, cosa che si è già verificata più volte nel corso della storia economica italiana e quindi non impossibile. Per fare questo tuttavia sono necessarie almeno due condizioni:

1. L’azione decisa e continua dei governi verso il risanamento, la riduzione degli sprechi e il sostegno agli investimenti: e questo – come si intende facilmente – è il passo più difficile, perché veramente non potrebbe essere una sola operazione di facciata, di quelle che si vedono in questi giorni, ma dovrebbe incidere chirurgicamente nell’arco di un periodo prolungato su molte situazioni inefficienti e di privilegio del mercato italiano. Lacrime e sangue, soprattutto per chi non hai mai pianto fino ad oggi, ma migliori condizioni per i ceti medi-bassi;

2. Un’eventuale rivalutazione della lira (nuova) nei confronti dell’euro, che riassegni all’economia italiana una posizione più consona, apprezzando la lira (nuova) nei confronti dell’euro rispetto al cambio originario lira (vecchia) euro (almeno + 20%); tale operazione potrebbe essere fatta in concomitanza con l’assestamento di un forte vincolo anti-inflativo, quale potrebbe essere ad esempio quello di legare la nuova lira all’oro o di assumere precisi impegni antinflazionistici da parte della Banca d’Italia. Ci sarebbe da tirare la cinghia (perché gli errori sono stati fatti e non si distribuiscono pasti gratuiti), ma almeno saremmo padroni a casa nostra e il futuro, roseo o negativo che fosse, tornerebbe nelle nostre mani.

Con una nuova lira forte si otterrebbe il triplice scopo di risanare l’economia italiana, aumentare il potere di acquisto dei cittadini e ridurre il debito pubblico, che andrebbe convertito in titoli di debito pubblico di nuova emissione meno redditizi, ma più solidi. Certamente ci potrebbero essere alcune conseguenze negative sull’export (che diventerebbe meno agevole per l’aumento reale del costo del lavoro) e per i rischi che una mancata ristrutturazione dell’economia italiana non faccia partire quella crescita, principale fattore di sostegno dell’incremento di reddito reale degli italiani. Ma usciremmo dalla palude e il Paese acquisirebbe fiducia.

Insomma – in via ipotetica – è possibile per l’Italia un quadro macroeconomico senza l’euro e senza inflazione. Il default del Paese è una delle ipotesi ma fortunatamente non l’unica. Non bisogna dimenticare che al momento l’unico punto fuori discussione è che all’interno di una struttura dell’Europa così ordinata e di una politica economica e monetaria così bloccate, ben difficilmente andremo al di sopra di tassi di crescita da prefisso telefonico. Sic rebus stantibus l’economia italiana non ha futuro. I discorsi sulla conservazione dello status quo non ci portano fuori dalla situazione in cui ci troviamo. Un possibile differente esito, con o senza euro, non necessariamente dovrà essere disastroso, anzi potrà essere anche altamente positivo: la differenza sarà determinata dall’atteggiamento, dal coraggio e dalle capacità di un politica che fino ad oggi ha solo aumentato preoccupazioni e malcontento.