Nel suo ultimo romanzo autobiografico, La casa di via Palestro (Marcos y Marcos, Milano, 2014), Franco Buffoni – uno dei maggiori poeti viventi, scrittore e militante gay – ci narra di una sua personale “caccia al tesoro”. Quando era ragazzo scriveva una parola per volta e in lingue sempre diverse per ogni cento pagine nella sua antologia di letteratura italiana. Ricomponendo la frase, costruiva dichiarazioni d’amore per un ragazzo di cui conosciamo solo le iniziali, tale AL. Gli ho chiesto – ho il privilegio di conoscerlo – la ragione di quella scelta. Mi ha risposto che poter formulare il proprio amore, in un periodo storico in cui l’omosessualità era qualcosa di indicibile, acquisiva per lui il valore della libertà. Riprendersi il senso del reale, dotarlo di significato. Un coming out embrionale. Trovare i termini adatti, in gioventù, per potersi esprimere senza censure in età adulta. Vivere attraverso le parole. Essere come un dio creatore, che genera realtà semplicemente “dicendo”.

Le atmosfere sussurrate, con vibrante eleganza e limpidezza narrativa, non ci raccontano solo la sua lotta interiore. La trama si snoda su tre livelli: il racconto di una società prima del dramma della seconda guerra mondiale, incapace di presagire il disastro in cui il fascismo l’aveva inabissata; l’esperienza della guerra attraverso il racconto della figura paterna, prigioniero del senso dell’onore; la propria “guerra privata”, negli anni cinquanta e sessanta, dominata dall’orgoglio – in inglese pride – nel processo di costruzione del sé. La casa di via Palestro non è solo testimonianza storica, ma restituzione di un’identità. Un processo che, mutatis mutandis, coinvolge tutti/e coloro che affrontano il percorso di accettazione della “diversità”. L’omosessualità, ci racconta ancora l’autore, è un processo di conoscenza del mondo. Attraverso un’intelligenza che, per esser tale, deve prima ferirsi. E, ancora a monte, prima di ferirsi, deve sporcarsi. Per poi ricomporsi e generare identità.

Due aspetti della lettura del romanzo mi riconducono alla contemporaneità. Innanzi tutto, la sussistenza di regole ingiuste in quella società, fascista e provinciale, che destineranno una famiglia mista (un preside cattolico e la moglie ebrea) alla distruzione a causa delle leggi razziali. Non ci si rendeva conto che quel sistema non proteggeva i diversi. E lo scarto dalla norma non dà mai possibilità di redenzione – e di salvezza – se l’ambiente che ci circonda ci percepisce sempre come corpo estraneo. Nel presente sono molte le persone Lgbt (e non solo loro) che si accontentano del trattamento che ci riserva la politica attuale. Meglio il nulla di adesso, le urgenze sono sempre altre. “Alla fine cosa ci manca?”, direbbero alcuni miei conoscenti, di fronte alla sordità istituzionale rispetto alla richiesta di diritti specifici. La dignità di essere come i normati, parte integrante del corpo sociale, risponderei (e rispondo) di fronte ad argomentazioni come queste. Perché troppo grande è il rischio che, a lungo andare, l’esser visti come altro rispetto alla regola ci possa rendere definitivamente anormali.

In secondo luogo, la vicenda russa, dove è vietato anche solo dirsi omosessuali. Ma il dire se stessi significa costruire esperienza, collocarsi al centro di un mondo. “Un subordinato che parla – ci rivela Miguel Mellino ne La critica postcoloniale – non è più tale”. Le leggi antigay impediscono proprio questo passaggio: questa conquista di uguaglianza e dignità, appunto. E i movimenti omofobi nostrani agiscono secondo questa dinamica, a ben vedere.

La storia torna sempre uguale a se stessa, ma in forme originali. Ciò permette ai pericoli antichi di restare invisibili, di sembrare addirittura non dannosi. Buffoni ci racconta una realtà diversa rispetto a questo adagiarsi a un presente ingrato. “Affinché, come dissero gli ebrei dopo la tragedia della Shoah, quando torneranno a prenderci non ci troveranno inermi”, mi rivela ancora, nei nostri dialoghi privati. Ed è per questo che ha senso raccontarsi, ammettere chi siamo, proporlo al mondo non come ostentazione ma come atto di fedeltà verso noi stessi/e.

Buffoni ci dona queste suggestioni perché non pensino – coloro che ci descrivono come persone sbagliate e infelici – di poterci trovare impotenti. Un messaggio universale di forza interiore e di speranza che rendono l’autore, oltre che poeta affermato, anche una importante voce della narrativa militante. E, casualmente, anche di argomento gay.