Hanno dell’incredibile gli eventi che si susseguono nella vicenda dell’aggiornamento delle tariffe del cosiddetto equo compenso da copia privata, il “balzello” che i consumatori italiani sono tenuti a pagare ogni qualvolta acquistano un supporto o un dispositivo astrattamente idoneo alla riproduzione di una copia, per uso personale, di un contenuto musicale o audiovisivo regolarmente acquistato.

Nei giorni scorsi, Altroconsumo, una delle più rappresentative associazioni di consumatori operanti nel nostro Paese, aveva chiesto al ministro Dario Franceschini di accedere ai risultati della ricerca commissionata dal suo predecessore Massimo Bray per capire – prima di deliberare – se e quanto i cittadini italiani usano davvero smartphone, tablet e pc per effettuare copie private dei contenuti che acquistano.

L’istanza, sin qui, è, tuttavia, rimasta senza risposta.

Venerdì scorso, Stefano Quintarelli, Andrea Romano ed una nutrita pattuglia di deputati di Scelta Civica sono tornati a proporre la stessa domanda al ministro Franceschini nel corso di un articolata interpellanza parlamentare.

Il risultato, tuttavia, è stato analogo.

Il ministro non si è neppure presentato in Parlamento per rispondere, delegando il collega Paolo Costa, sottosegretario alla Giustizia, al quale ha consegnato un copione da recitare a soggetto privo, tuttavia, di qualsivoglia risposta alle curiosità relative ai risultati della misteriosa ricerca.

Frattanto, alle richieste di trasparenza di consumatori, cittadini e parlamentari – ed a quelle dell’industria che, nei giorni scorsi, aveva già chiesto al ministro di poter esaminare i risultati della ricerca – si è aggiunta anche quella degli autori di cinema e televisione associati nella Writers Guild Italia che hanno lanciato una petizione su change.org.

Siamo scrittori di cinema, tv e web – scrivono gli autori della Writers Guild – in qualità di autori dell’audiovisivo e di consumatori, che pagano percentuali di #copiaprivata, perché il nostro lavoro ci obbliga a comprare devices per documentarci, aggiornarci e produrre, chiediamo, come è stato già fatto, di fare chiarezza sui dati, in possesso del Ministro dei Beni Culturali e del Turismo, da cui saranno ricavate le nuove tariffe che faranno parte del decreto.

 “Perché noi autori come consumatori paghiamo oggi – continua il testo della petizione – ma, come autori – bene che va – abbiamo un ritorno tra due anni. Perché per pagare, come consumatori, si paga tutti, ma per incassare, come autori, ci sono un costo e una selezione.

E’, dunque, trasversale la richiesta di trasparenza che consumatori, cittadini, industrie e, persino, autori rivolgono al ministro Franceschini la cui posizione è divenuta insostenibile.

Perché mai non dovrebbe pubblicare i risultati di una ricerca di mercato che si limita a raccontare se e quanto i consumatori italiani utilizzano smartphone, tablet e pc per riprodurre copie personali dei contenuti che acquistano legalmente? Cosa c’è da nascondere? Forse nella ricerca c’è scritto qualcosa che impedirebbe al ministro di lasciarsi tirare per la giacchetta dalla Siae che, dal principio di questa storia, ha provato, con ogni mezzo, ad ottenere che le nuove tariffe portassero il prelievo forzoso dalle tasche dei cittadini italiani a ridosso della soglia record di duecento milioni di euro all’anno.

Tanto per avere una dimensione del fenomeno val la pena ricordare che nel 2012 – ultimo dato disponibile – nei 23 Paesi europei nei quali è in vigore l’equo compenso per copia privata sono stati raccolti complessivamente 600 milioni di euro.

Che ci sia, ancora una volta, lo zampino della Siae dietro alla strenua resistenza con la quale il ministro Franceschini continua ad opporre il segreto ad ogni richiesta di trasparenza è un sospetto che esce avvalorato dalla reazione piccata della Società autori ed editori all’interpellanza parlamentare di venerdì scorso.

“Il ministro non è tenuto a condividere con i consumatori i risultati della ricerca di mercato”, scrive il management della Siae, in un comunicato, affidato, nelle scorse ore, alle agenzie.

Una risposta a dir poco sconcertante.

Secondo Siae, infatti,  consumatori non avrebbero diritto a conoscere i presupposti sulla base dei quali si vorrebbero affondare le mani nelle loro tasche per portar via un fiume di milioni di euro ogni anno.

Sono questi i principi nei quali si riconosce chi dovrebbe addirittura tutelare e promuovere la cultura italiana?

Chissà cosa penserebbe Giuseppe Verdi, straordinario patriota italiano ed illuminato musicista del nostro risorgimento, nel registrare le convinzioni anti-democratiche degli uomini oggi alla guida di quella Società italiana degli autori alla quale, sul finire dell’ottocento diede i natali?

* Sono Garante dei diritti degli scrittori della Writers Guild Italia