E’ stato pubblicato nei giorni scorsi un rapporto, a cura di Corporate Europe Observatory, che rivela alcuni dati estremamente inquietanti sulle attività della lobby finanziaria operante a Bruxelles, che ha operato per moltissimi anni, dando un contributo probabilmente decisivo all’affossamento del progetto europeo, deviandolo dalle sue finalità istituzionali e piegandolo al servizio di meschini interessi di bottega del settore egemone delle classi dominanti.

Colpisce l’ampiezza e la numerosità del vero e proprio esercito di faccendieri ben pagati che hanno come proprio compito quello di influenzare le istituzioni europee, bloccando ogni provvedimento volto a limitare i poteri della finanza. Si parla, infatti, di più di 1.700 addetti per un costo di 120 milioni annui. Il che, facendo un breve calcolo, significa che ognuno di costoro riceve ogni anno circa 70.000 euro. Non male, come stipendiuccio, anche se ovviamente vanno detratte le spese di rappresentanza, i pacchi dono per funzionari e deputati, e quant’altro.

Nulla di male, del resto, se chi ha i soldi li investe. Se però li investe per condizionare il funzionamento delle pubbliche istituzioni che dovrebbero regolamentarne le attività qualche problemino di democrazia e di legalità si comincia a porre. Tanto più che le altre lobby, come quella sindacale o quelle legate agli interessi della società civile, che dovrebbero in qualche modo bilanciarne il peso, possono fare affidamento su fondi enormemente più modesti. Quasi a confermare lo storico detto di Mrs. Thatcher secondo la quale in realtà la società, civile o meno,  non esiste. Esista o meno, a Bruxelles non si vede più di tanto.

Come scrive Andrea Baranes, commentando il rapporto in questione: “Lo squi­li­brio è se pos­si­bile ancora più impres­sio­nante quando si va a vedere la com­po­si­zione dei “gruppi di esperti” ovvero gli organi con­sul­tivi uffi­cial­mente costi­tuiti da Com­mis­sione, Bce o agen­zie di super­vi­sione finan­zia­ria per rice­vere con­si­gli e pareri su aspetti e nor­ma­tive spe­ci­fi­che. In molti casi la rap­pre­sen­tanza supera abbon­dan­te­mente il limite della decenza, se non quello del ridi­colo. Nel De Larosière Group on finan­cial super­vi­sion in the Euro­pean Union 62 mem­bri dal mondo finan­zia­rio, 0 da società civile, sin­da­cati o altri gruppi di inte­resse; sulla Mifid, diret­tiva fon­da­men­tale sul fun­zio­na­mento dei mer­cati finan­ziari euro­pei, 77 con­tro 5; nel gruppo di esperti sui Deri­vati, 86 esperti del mondo finan­zia­rio, 0 tra Ong, con­su­ma­tori o sin­da­cati. Secondo il rap­porto, in totale oltre il 70% dei con­su­lenti e degli esperti nei gruppi della Com­mis­sione ha legami diretti con il mondo finan­zia­rio, a fronte di uno 0,8% delle Ong e del 0,5% dei sindacati”.

Ma in fondo sono solo antistoriche ubbie degne di obsoleti nemici inveterati del mercato e degli enormi benefici che sta traendo a tutti noi. Chi ha i soldi avrà bene diritto di spenderli come più gli aggrada e gli conviene. Tanto più che l’Europa ha speso ben 1,600 miliardi di euro per rispondere alla crisi finanziaria convertendo in debito pubblico quello privato e facendo sì che, agli occhi degli sprovveduti e dei media che li disinformano, quella che era nata come una crisi delle banche e delle società finanziarie si trasformasse in una crisi degli Stati.

Che la spesa effettuata sia conveniente, è del resto di assoluta evidenza. Investire 120 milioni per ottenere 1.600 miliardi è il sogno di ogni capitalista che si rispetti. Neanche Paperon de’ Paperoni avrebbe potuto immaginare una tale redditività. Che nel frattempo gli Stati vadano a rotoli e con loro l’Europa, mai così scarsamente credibile presso l’opinione pubblica, è un effetto collaterale trascurabile. Almeno per chi ha giustamente a cuore soprattutto la crescita del proprio capitale.

Chi invece abbia a cuore i diritti dei cittadini e non i capitali della finanza, ha di che riflettere. Il Parlamento europeo che scaturirà dalle prossime elezioni dovrà, se vorrà cambiare qualcosa e salvare l’Europa dal naufragio, regolamentare la finanza, introducendo misure come la separazione tra banche commerciali e banche d’investimento, tassarne gli spropositati profitti e anche, direi, istituire una Commissione d’inchiesta sulle attività svolte dalla lobby finanziaria per condizionare lo svolgimento delle attività legislative.