Occupandomi di diritti, ho sempre creduto con forza che tra i fondamentali ci fosse quello all’abitare. Se uno ha una casa può progettare la propria vita, può far crescere i figli; può avere una relazione o essere single, ma sempre con la sicura percezione di un posto stabile dove tornare a fine giornata. E questa è una cosa talmente importante che se manca, può venir meno anche tutto il resto.

Ora, in un periodo di crisi economica come questo, cosa sta succedendo? Che pur non venendo meno la voglia di casa, salta la regolarità con la quale viene pagato l’affitto. Sono aumentate così – le ultime stime dicono addirittura del 30 per cento –  le morosità tra gli affittuari. La paghiamo tutti questa situazione. Per primi, naturalmente, i proprietari, che non sempre sono degli immobiliaristi senza scrupoli. Spesso invece si tratta di piccoli o piccolissimi intestatari di uno o due appartamenti, che in questo modo sbarcano il lunario; la paga poi lo Stato, che non potrà incassare le tasse e la pagano gli inquilini stessi, che vivono sì in una casa, ma pure nell’angoscia.  

Non c’è nulla di più inquietante che vivere con la consapevolezza che rientrando potrei trovare i sigilli e la serratura cambiata, e rimanere fuori di casa. Questo ti toglie ogni possibilità di progettazione sul nostro esistere.

Ma come si è arrivati a questo punto? In Italia manca un piano di edilizia popolare che risponda alle esigenze ed ai bisogni del presente. L’ultimo, datato anni ’50-60, porta la firma di Amintore Fanfani. Successivamente non se ne sono più visti. È limitativo dire che quel progetto abbia riguardato solo l’abitare, viceversa rappresentò un rilancio generalizzato per il Paese. Tutt’oggi milioni di persone, in tutta Italia, vivono in case costruite all’ombra di quel piano. Perché non usarlo anche oggi come esempio? Come modello verso cui tendere?

Ma se in questo preciso momento storico, la crisi economica ci limita nell’azione, almeno si affronti l’emergenza casa con una politica sulla locazione seria e priva di preconcetti.

Un’agevolazione fiscale da applicare ai proprietari che vogliono affittare a canoni agevolati rappresenta una soluzione credibile e che il Governo vada in quella direzione non mi può che fare piacere. Il proprietario non ha nessun obbligo di affittare il suo appartamento, può tenerlo semplicemente chiuso. E questo sarebbe un danno per chi la casa non ce l’ha, ma anche per lo Stato al quale mancherà l’ennesima entratura fiscale.

La presentazione di una cedolare secca proposta dal Governo permetterebbe l’ingresso di questi appartamenti sul mercato degli affitti. A lungo andare potranno essere così reperite risorse per un’azione di investimento più incisiva. Forse arriveremo ad applicare per una seconda volta quella che io chiamo la “ricetta Fanfani”; che come negli anni ’60 potrebbe portare non solo “più casa per tutti”, ma anche un rilancio dell’economia, costruendo in modo omogeneo e nel rispetto dei Piani di governo del territorio.

Tornando al presente, qui in Lombardia abbiamo a che fare con l’agenzia immobiliare di edilizia popolare più grande d’Europa, l’Aler. Tanto grande quanto la cattiva fama che negli anni è riuscita a crearsi. Questo perché è sempre stato un covo o di clientelismo o di compravendita di voti; della gestione poi non ne parliamo. Sono quindi d’accordo col Comune di Milano che vuole costituire un’agenzia propria, avocando a se i 30mila alloggi di sua pertinenza. Rimarrebbero fuori i 50 mila di diretta proprietà Aler.

Ma senza scoraggiarsi si guardi avanti, per arrivare ad un sistema di gestione delle residenze popolari che funzioni, perché il diritto all’abitare è un tema che soprattutto in epoca di crisi economica deve rimanere al centro dell’agenda politica, locale e nazionale.