Il sole primaverile bacia la facciata liberty di Villa Lubin, in cima a Villa Borghese, polmone verde di Roma. E’ la sede del Cnel, mitologico carrozzone dello Stato. Venerdì pomeriggio, i tornelli sono chiusi. Dentro, solo i dipendenti e lo spettro della chiusura. Istituito dall’articolo 99 della Costituzione, il Consiglio economico dell’economia e del lavoro è una “camera di mediazione” degli interessi di lavoratori e imprese, esprime pareri e può proporre leggi su temi sociali ed economici. Questi i nobili intenti della Carta. La cronaca è più severa: il Cnel è considerato, da una larga maggioranza di economisti e giuristi, un organo inutile e costoso. L’abolizione è stata evocata spesso e mai attuata. L’ultimo ad averla promessa è il nuovo premier. Tra le vivaci diapositive mostrate da Matteo Renzi in conferenza stampa, ce n’era una dedicata al Cnel: “Un Consiglio: Aboliamolo!”. In modo più sobrio, ma non meno significativo, anche il commissario alla spending review, Carlo Cottarelli, ha confermato la volontà di eliminare l’istituto.

Solo costi senza risultati
Ogni anno lo Stato italiano stanzia poco più di 19 milioni di euro per il Cnel. Un investimento che ha portato magri risultati: negli ultimi 30 anni il Consiglio dell’economia e del lavoro ha elaborato la bellezza di 12 proposte di legge. Approvate in parlamento: zero. Ecco alcuni dei soldi pubblici stanziati nel bilancio di previsione del 2014: 3 milioni e 300 mila euro per il personale amministrativo, 1 milione e 920 mila euro per le “competenze fisse e continuative” del presidente Antonio Marzano, dei suoi due vice e dei 64 consiglieri. Altre spese hanno definizioni bizantine: 3 milioni e 380 mila euro “per gli oneri derivanti da accordi interistituzionali (inclusa la partecipazione alle riunioni di estranei al Cnel)”. Altri 2 milioni e mezzo per l’“acquisizione dei dati necessari all’attività di programma”. Chi siano questi “estranei” e a quale titolo partecipino ai lavori del Cnel e quali siano questi “dati”, non è specificato. La Corte dei Conti, nel dubbio, ha iniziato un’indagine su spese incontrollate e consulenze “illegittimamente conferite”. I 64 consiglieri (fino al 2011 erano 119) sono così divisi: 10 esperti “della cultura economica, sociale e giuridica”, 8 dei quali nominati direttamente dal Presidente della Repubblica; 48 rappresentanti delle categorie produttive (sindacati e Confindustria la fanno da padrone) e 6 esponenti del terzo settore.

Il loro impegno – nonostante siano quasi tutti over 65 e il Consiglio del Cnel è solo il secondo o terzo impiego – non è così gravoso: una seduta al mese per uno stipendio netto di quasi 1300 euro, gratificazioni escluse. L’assenteismo è dilagante, garantiscono fonti interne: i segretari generali di Cisl e Uil – per fare un esempio – a Villa Lubin non mettono piede quasi mai, nonostante la busta paga da consiglieri. La promessa di Renzi di far scomparire il Cnel ha turbato i numerosi beneficiari delle sue voci di spesa. Giovedì mattina il “parlamentino” era in subbuglio.

Marzano & C. in trincea
Michele Dau, dirigente di prima fascia (e stipendio da 155mila euro lordi): “IlCnel va riformato, non abolito. Non credo che il governo voglia licenziare le persone. E’ un annuncio propagandistico e pericoloso”. Giorgio Alessandrini, consigliere del Cnel da quattro legislature (quasi vent’anni): “Non è una scelta da spending review. La politica è talmente in crisi che ha paura delle forze sociali”. Non mancherà, insomma, chi darà battaglia per salvare la baracca. Per ora il Cnel è spaccato: il presidente, l’ex ministro berlusconiano Antonio Marzano, è in rotta di collisione con il Consiglio. Ieri mattina l’assemblea straordinaria convocata da Marzano contro l’abolizione è andata deserta grazie al boicottaggio dei consiglieri. In mezzo, ci sono circa 70 dipendenti che rischiano di perdere il lavoro. Uno di loro si è sfogato con ilfattoquotidiano.it: “Chiedete alle ‘case madri’ chi sono le cariatidi che mandano qua”.

di Paola Mentuccia e Tommaso Rodano