Vado Ligure come Taranto: inquinamento, morti e soprattutto politica e amministrazioni che non hanno fatto la loro parte. Che non hanno controllato. Che hanno lasciato inquinare. E’ scritto nero su bianco nell’ordinanza di sequestro della centrale a carbone Tirreno Power con cui il Gip di Savona, Fiorenza Giorgi, ha deciso la chiusura dell’impianto alle porte di Savona accogliendo la richiesta del procuratore capo Francantonio Granero. “Fino alla data odierna – si legge nelle carte – il gestore ha sempre fatto quello che gli tornava più vantaggioso, il tutto nella neghittosità degli organi pubblici chiamati a svolgere attività di controllo”. La Regione e il ministero in primis. Un atto d’accusa durissimo che, sommato alla reazioni di alcuni esponenti politici locali, mette in evidenza il disagio profondissimo dei partiti: Pd soprattutto, perché è il centrosinistra che qui governa. Che guida le amministrazioni responsabili dei controlli.

Mentre il Partito democratico esprime “preoccupazione” per l’evolversi della situazione, i dirigenti dei Giovani democratici si scambiano via Facebook status al vetriolo in cui criticano pesantemente l’operato della magistratura. Arrivando a insultare apertamente il Procuratore. Ecco cosa scrive il dirigente dem Andrea Spartaco Di Tullio, figlio, fra l’altro, del vice-sindaco di Savona: “E’ un casino che scoppia perché così un procuratore va in pensione sentendosi fiero di aver fatto un ottimo lavoro. (…) Da quanti anni è che il Pd se ne preoccupa difendendo i lavoratori (…) e adesso arriva sto scemo dopo anni”. Opinione condivisa da Giulia Benzo, segretaria dei Gd della città. Secondo lei, i provvedimenti contro la centrale sono frutto “di una soddisfazione personale (…) di una rete di associazioni radical chic e finto-ambientaliste”. La chiosa è di Mattia Zunino, della segreteria nazionale Gd: “Domani un magistrato, ispirandosi alle parole dei suoi colleghi di Taranto o Savona (…) potrebbe chiedere il sequestro di tutti i furgoni, auto, motorette, camion e corriere”.

Insomma, anche in quel di Savona, come in Puglia, il lavoro conta molto più della salute. Anche quando è fatto violando le regole e mettendo in pericolo la vita delle 153mila persone costrette a convivere assieme ai veleni di ciminiere e depositi di carbone a cielo aperto. Ma i soliti “maligni” ricordano anche altro: cioè le sponsorizzazioni di Tirreno Power al Comune di Savona (e sarebbe bello sapere se, direttamente o indirettamente, qualche soldo è arrivato anche ai partiti e alle loro feste, il Fatto in passato non è mai riuscito ad avere risposte ufficiali). Scrive il Gip: “L’esercizio della centrale è stato caratterizzato da una sistematica violazione delle prescrizioni imposte nei provvedimenti autorizzativi”. Condotte avvenute nella totale consapevolezza dei danni provocati ad ambiente e salute: “L’inidoneità delle misure (…) è da attribuire certamente a una precisa scelta gestionale della società”.

Tant’è che, mentre le indagini per omicidio colposo sono ancora a carico di ignoti, l’accusa al gruppo dirigente dello stabilimento è chiara: disastro ambientale doloso. Dal canto loro i vertici di Tirreno Power, società partecipata da Sorgenia (che fa capo al Gruppo De Benedetti), chiedono l’immediata riapertura dei cancelli. Convocati per una una riunione in Prefettura, sostengono che molti dei fatti contestati dal Gip “sono stati già oggetto di valutazione e decisione da parte degli organi preposti e del ministero dell’Ambiente”. Già, gli stessi “organi” che si sono guardati bene dall’imporsi sulla dirigenza e, scrive ancora il giudice Giorgi, “hanno ritardato in modo abnorme l’emissione dei dovuti provvedimenti” per far sì che la centrale inquinasse il meno possibile.  E poi c’è la partita Aia, l’Autorizzazione integrata ambientale concessa dal Ministero dell’Ambiente con cui l’azienda si impegnava a realizzare una serie di interventi per mitigare l’impatto sul territorio.

Secondo il tribunale, l’autorizzazione era “estremamente vantaggiosa” perché “frutto di un sostanziale compromesso in vista della costruzione di un nuovo gruppo a carbone (una nuova ciminiera più moderna e meno inquinante, ndr) e all’istallazione di filtri in grado di captare le emissioni dei camini. Accordi e promesse rimasti solo sulla carta perché l’attività della centrale è stata “sistematicamente caratterizzata da reiterate inottemperanze alle prescrizioni, sia negli anni antecedenti al rilascio dell’Aia, sia nel periodo successivo al rilascio della stessa”. Quali? Secondo il tribunale sono quattro: l’assenza dei promessi, ma mai istallati, sistemi di monitoraggio sulle ciminiere dei gruppi a carbone; l’uso di un olio per l’accensione dei forni con percentuali di zolfo tre volte superiori alla media; la mancata copertura dei carbonili, le aree in cui viene stipata la fonte fossile di energia; una serie di irregolarità nella gestione degli scarichi della produzione.  Ce n’è abbastanza per l’immediato stop dell’impianto che, attenzione, non è definitivo, ma solo fino a quando la centrale non ottempererà ai rilievi della magistratura.

Nel breve periodo basterebbe “abbracciare l’opzione di operare semplicemente a regime più basso con i due gruppi a carbone, bilanciandoli con il maggior utilizzo di quello a metano, meno inquinante”. Ma nelle decisioni del Gip deve avere avuto un peso importante la perizia ordinata dalla procura sui danni alla salute provocati dall’attività dell’azienda: dai 205 ai 340 morti per problemi cardiovascolari e da 90 a 100 deceduti per malattie respiratorie. Per di più, annota la Giorgi, “appare assai probabile (per non dire certo) che il gestore, non diversamente da quanto fatto sino a oggi, cerchi in ogni modo di rinviare sine die l’adempimento richiesto”.  Alla fine, dopo Taranto, anche a Savona è arrivata la magistratura per sopperire all’inerzia della politica. Che invece di controllare e indirizzare le attività produttive del proprio territorio ha preferito girarsi dall’altra parte. 

di Ferruccio Sansa e Lorenzo Galeazzi