È possibile che duri ancora per un po’, il caso Renzi. È possibile che il risucchio del vuoto continui, come una tromba d’aria nella fase ascendente. Porterà altro consenso stordito e privo di argomenti, solo una litania di “è bravo, è giovane, ha tanta energia, lasciatelo lavorare”. Insomma un effetto Berlusconi junior che è accasato a sinistra, ma decisamente estraneo. Qui però non conta giudicare Renzi dalla distanza verso la sinistra. La sinistra non c’è e dunque non ci offre riferimenti per giudicare. Conta giudicare Renzi dalla distanza verso la realtà.

Aveva ragione Shakespeare. O si è o non si è, è davvero questo il problema. Proviamo a dire, con tutto il margine di errore possibile e i dubbi, sia a suo carico che a nostro carico, dato un tempo così breve: chi è Renzi? Renzi è un leader? Certamente sì. C’era un vuoto pauroso di leadership in una parte dello schieramento politico. Renzi è andato dritto a quel punto, come un missile aria-aria. Ha centrato in pieno il Pd e lo ha conquistato in un attimo. Lo ha trovato vuoto. Persone vagavano nell’area senza meta, a tutti i livelli. Certo, alcuni avevano una stanza, una segreteria, un portavoce. Sembravano felici di privilegi così a lungo procrastinati, ma l’angoscia era la stessa degli iscritti e simpatizzanti sparsi in tutto il Paese: che fare? Con chi? Perché? Come mai non basta neppure accasarsi con tutto il Pdl (quando era intero) per vivere tranquilli e governare come Dio comanda?

Qui passa una linea di demarcazione che nessuno (tra coloro che al Pd avevano le stanze) sembra avere davvero notato. Il problema dei senza lavoro, passato o futuro, cominciava a dividere una parte (sempre più grande) degli italiani dagli altri, creando da un lato (i senza lavoro) rancore, solitudine e un “mai più” (mai più credere, mai più fidarsi) che ha creato una visione fatalmente offuscata e vendicativa contro i sindacati. E, dall’altra, gli scampati, almeno per il momento, che si sono adattati a uno strano mood di subordinazione che non esclude l’inganno (evasione, elusione, in nero), ma suggerisce accettazione di un governo (Monti), di un altro governo (Letta) e poi dell’irrompere del giovane Renzi, tanto più apprezzato quanto più deciso a occupare ruoli e spazi che nessuno vuole occupare. In mezzo, tra il Renzi niente (anche se impaziente, rumorosa promessa) e il Renzi tutto (“il presidente del Consiglio rappresenta tutto il Paese” dice la preside dell’Istituto Raiti di Siracusa che non ha presente la Costituzione), c’è un trampolino. È la carica, guadagnata con una lotta breve e accanita, di segretario del Pd, qualcosa per cui il “vecchio” Bersani ha quasi dato la vita. Appena avuta quella carica, che voleva dire rifare una parte del Paese, della sua cultura, della sua organizzazione, della sua politica, Renzi non vi ha dedicato un pensiero, ha buttato via tutto ed è corso a Palazzo Chigi. Inevitabile la seconda domanda. Renzi, che non vuole essere capo di partito, è un capo di governo? Noi sentiamo (a volte addirittura ammiriamo) gli spostamenti d’aria del suo continuo, velocissimo muoversi. Ma c’è altro? Vediamo.

Un capo di governo è sotto o sopra un partito (Fanfani o Andreotti erano sopra, tanto per dire, Rumor era sotto), però bene ancorato a quel partito, per farsi riconoscere. Renzi conta talmente su se stesso che non vuole altra identità che la sua. Verifichiamola. Programma: tutto, una riforma al mese, una riforma al giorno, dite voi, lui mantiene. Il problema non è il troppo ma l’altrove. I cittadini aspettano un cambiamento e lui fabbrica rapidissimamente oggetti in un’altra stanza, per committenti difficili che ancora non si sa ancora se compreranno. Ministri e sotto-ministri. Renzi ha scelto due strati. Di uno si doveva poter dire che sono nuovi (il più possibile giovani, tranne un ospite venuto dalla finanza internazionale, per mostrare il cambiamento). Degli altri (secondo strato) si deve esibire la spregiudicatezza del giovane e diverso primo ministro. Indagati? Io posso. Qui si colloca una strana imprudenza per uno che sembra attento a non perdere di vista il sentiero e a non lasciare scorie. Le scorie restano.

Gli indagati al governo non saranno la banda dei Quattro, ma il loro peso negativo è destinato a durare,a crescere. Come fai a non saperlo? Come puoi pensare che una simpatica ministra junior senza autorità e senza autorevolezza, possa annunciare in aula, senza ragioni o motivazioni, la nuova regola, mai prima enunciata o discussa, secondo cui l’avviso di garanzia non richiede il gesto rispettoso di dimettersi? Quella di Renzi è una linea a zig zag di cui non capiamo niente se non seguiamo lui. Lui fa il salto mortale e cade in piedi, e lì per lì sembra infrangibile. Poi va a Bruxelles e lo guardano poco. Forse si domandano: di questo leader, di questo segretario, di questo capo di governo così fortemente identificato quasi solo con se stesso, possiamo dire che ha un progetto, un piano? È interessante che gli europei (in particolare Olli Rehn) abbiano scelto proprio lui, il “migliore”, il più veloce, efficiente, carismatico, popolare in Italia, per un giudizio così negativo: “È un Paese squilibrato”.

Certo lo è, se pensate allo strano destino (o percorso) della legge elettorale che se non c’è fa crollare tutto (fiducia, legislatura, speranza) e se c’è fa crollare tutto perché giuridicamente viola una regola base del diritto: nessuno è tenuto a una prestazione impossibile. Infatti la legge, se ci sarà, non riguarderà il Senato, che resta intatto, con una sua legge elettorale diversa. Le due leggi sconnesse impediscono di votare. Intanto Renzi continua a girare in fretta, credo perché non può fermarsi a lavorare a una sola cosa in solo luogo. In tanti ripetono ancora che è giovane, è veloce, e ha così tanta energia. Ma, come per Berlusconi, da lontano non si nota. E non si vedono cambiamenti. E nessuno comunica piani, dopo tanta attesa e tanta festa e tanti annunci. Forse per questo hanno detto, un po’ bruscamente, che siamo “un Paese squilibrato”.

Il Fatto Quotidiano, 9 marzo 2014