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Il Pd non è smarrito: è coerente. Da vent’anni al servizio di vincoli europei e privatizzazioni

La frase che innesca l'ennesima polveriera è di Stefano Bonaccini. Parafrasi: la parte istruita del paese vota per noi. Perché continuiamo a vedere la Vergine nel toast del Pd?
Il Pd non è smarrito: è coerente. Da vent’anni al servizio di vincoli europei e privatizzazioni
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di Silvano Poli

Una mattina del 1994 Diana Duyser vede sulla crosta del suo toast il volto della Vergine. È l’inizio di una storia decennale. La donna lo conserva in una teca, da vita ha un culto e lo vende anni dopo all’asta per ventottomila dollari. È forse il più celebre caso di pareidolia: il meccanismo per cui il cervello, davanti all’informe, fabbrica comunque una figura, perché teme il vuoto e preferisce una menzogna alla confusione. Da vent’anni funziona così anche il modo in cui questo paese guarda al Pd. Dentro l’informe una struttura c’è: non ha volto, perché è fatta di regole di bilancio che decidono il destino di governi e cittadini. Ma poiché la faccia il nostro cervello la pretende, ce la costruiamo dove ci è più comodo: in un partito a cui attribuiamo una natura che non ha mai avuto.

La frase che innesca l’ennesima polveriera è di Stefano Bonaccini. Parafrasi: la parte istruita del paese vota per noi, perché i voti degli altri vengono da bifolchi ignoranti (e ignorati). Ma forse stavolta Bonaccini ha detto non solo la verità, ma ciò che andava detto. Il problema non è il contenuto – per confermare che la maggioranza vota “quegli altri” basta guardarsi intorno – ma il tono: quello di chi comunica un privilegio con svagata nonchalance. Peggio ancora è andata alle orecchie che l’hanno ascoltato: come sempre, appena il PD si narra con onestà una presunta maggioranza democratica si precipita a spiegare cosa dovrebbe fare «la sinistra» per recuperare il voto operaio e periferico, dato per perduto – dunque un tempo posseduto.

Proviamo allora a ribaltare questa prassi ormai caratteristica: ossia, domandarsi non cosa dovrebbe fare il Pd per recuperare quei voti, ma perché mai dovrebbe volerli. A pensarci, i ceti popolari che votano a destra non sono proletari russi da inquadrare, ma elettori volubili e problematici. Ormai da tempo, per conquistarli non bastano parole, ma servono politiche pubbliche concrete. Queste, andrebbero poi anche mantenute, nella speranza di “fidelizzarli” con un welfare tangibile e ponderato – sanità, casa, salari. Una scelta il cui prezzo è lo scontro certo con chi i soldi ce li “presta”: i mercati. In breve, al di là delle fantasie di LA7, conquistare quegli elettori è il contrario di ciò che il quadro politico-economico in cui il Pd ha scelto di stare non consente, e non deve consentire.

Il Pd, del resto, il suo elettorato ce l’ha, e gli piace da morire: quello scarso venti per cento “istruito”, urbano, ideologizzato e fedelissimo. Certo, insufficiente a governare, ma più che sufficiente a restare indispensabile alla struttura del paese. D’altronde, un partito normale, di base, vuole vincere le elezioni per occupare posti di governo e soprattutto il ‘sottobosco’ amministrativo: preoccupazione che il Pd quasi non conosce. È qui che quasi tutte le analisi mancano il bersaglio, peccando dello stesso pressapochismo dei populisti di destra: guardano solo in alto, agli apici convinte che il potere si misuri sulla punta. Ma il potere è microfisico e sta più in basso.

Vive in una schiera diffusa di quadri intermedi, funzionari, direttori di distretto, responsabili di area, presidenti di piccole partecipate, docenti di seconda fascia, magistrati, professionisti che campano di incarichi pubblici, padroni di piccole aziende che vivono di bandi sottosoglia. È l’elettorato che fornisce la classe dirigente a sanità regionale, enti, università e centri studi che confezionano i dossier su cui il decisore deciderà. Non i potenti del telegiornale, ma i notabili: coloro cui ogni mattina viene offerto il caffè al bar mentre eseguono la chiusura del reparto, adeguano l’appalto per farlo vincere a chi noto, modificano il bando in modo che possa vincerlo il tale che ben conoscete. In un paese di città come l’Italia e, per questo, inevitabilmente tutto di provincia è qui che il nervo è esposto: un mondo locale animato da dinamiche internazionali in cui le vecchie professioni borghesi non sono un’astrazione sociologica, ma un cognome noto come il bar in cui fanno colazione. A livello locale quell’apparato un volto ce l’ha – l’unico volto del potere che la maggioranza degli italiani conosce nella vita reale. Da qui la parallasse del Pd: visto da Roma come un partito in eterno declino che deve rincorrere voti; visto da Vigevano, Pistoia o Potenza come il modo di stare al mondo di un intero ceto – forse uno dei peggiori.

Del resto, il Pd è un non-morto nato dal cadavere di due partiti di massa: da quell’eredità ha conservato una forte affezione ideologica. Chiuse le case del popolo e svenduti i circoli, della vecchia ramificazione territoriale non resta nulla; resta però che membri e quadri un’ideologia ce l’hanno e le sono fedeli. Da almeno quindici anni quell’ideologia è il vincolo esterno: il Pd, e i gruppi centristi che da esso si gemmano, sono la fronda di controllo nelle commissioni, la garanzia sui dossier che sfuggono all’aritmetica parlamentare, il serbatoio di nomine che rassicurano Bruxelles e i mercati. Non è semplice servilismo, ma la conseguenza di una convinzione patologica: che l’Italia sia strutturalmente incapace di governarsi, un folle da legare all’albero maestro europeo perché non si getti in mare. Una formazione difensiva figlia di traumi mai simbolizzati. Il 1992 – la lira fuori dallo Sme, il prelievo notturno sui conti – e il 2011 – lo spread serale, il governo che cade, la letterina di Bruxelles. Due episodi mai digeriti che nella logica del fantasma continuano a tornare. Nasce così una classe dirigente che recita per natura di essere sull’orlo del baratro e che chi propone di allontanarsi è un irresponsabile.

Non si spiegherebbe altrimenti il pareggio di bilancio in Costituzione ratificato durante la crisi: una posizione comodissima, che converte una responsabilità storica in un difetto antropologico. Così a salvaguardare l’Italia sono ancora gli stessi che ne hanno amministrato il declino, le privatizzazioni fallimentari e il tracollo del debito. A garanzia c’è poi il Quirinale, che sin dai tempi di Re Giorgio ha trasformato la palude centrista nel partito del Capo dello Stato, vero interprete della politica estera nazionale.

Più che la critica a Bonaccini, resta la domanda a noi stessi. Se tutto questo è visibile da quindici anni – e bastano voti, verbali, nomine e scelte – perché continuiamo a considerare il PD un partito socialdemocratico «momentaneamente» smarrito? Perché quel dibattito non parla del Pd: parla di noi. Sperare che diventi ciò che avrebbe dovuto essere ci risparmia di ammettere che non lo è mai stato. Evitiamo la vergogna di essere, in fondo, personaggi di un film di Nanni Moretti: imbelli e lamentosi, in fondo privilegiati e soddisfatti di lamentarci. Ma vent’anni di coerenza granitica su vincolo europeo, privatizzazioni, ambiente e oggi riarmo non sono la confusione di un partito smarrito: la confusione non produce linee stabili in politica.

Diana Duyser non ha ingannato nessuno: il toast ce l’aveva davvero, e chi l’ha comprato sapeva di comprare pane bruciato; l’unica cosa mai esistita è la Vergine. Allo stesso modo, noi continuiamo a fissare una crosta pretendendo di vederci santa. Invece di criticare e voler manifestare, il nostro primo atto politico è di una modestia imbarazzante: accettare di guardare il toast. Riconoscere che il Pd non è smarrito ma coerente, non incapace ma competente: difende interessi che non sono i nostri. Per chi voglia giustizia sociale, pace, diritti, ambiente e la fine progressiva di questo sistema economico, il Pd non è una casa comune: è una casa caduta da cui stare lontani. Non è una buona notizia; lo ammetto; ma, è l’unica da cui partire davvero. Perché finché vorremo vedere una faccia dove c’è solo una crosta, sapremo fare soltanto ciò che facciamo da vent’anni: congratularci perché, in fondo, non è tutta ammuffita.

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